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Ritratto di Fornovo attraverso le foto dei suoi abitanti

Il lavoro di tutti i giorni, passioni e sorrisi per raccontare la realtà del paese

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Il lavoro di tutti i  giorni, passioni e sorrisi per raccontare la realtà del paese
Enrico Chierici
Portano i vestiti di ogni giorno e sono in posa: nel loro lavoro, nel loro ambiente, in se stessi. Guardano, quasi tutti, verso la macchina, cercano un sorriso, un’espressione gentile, un atteggiamento disponibile. Stanno raccontando qualcosa - e senza racconto non c'è riflessione, né conoscenza. Sono i “fornovesi” di Marco Buzzoni  ritratti in libro tutto  in bianco e nero, fatto, impaginato e stampato con raffinata eleganza. Il racconto e  la semplicità (quest’ultima essendo qui l’esatta messa in opera della definizione, “complessità risolta”, che ne dà Constantin Brancusi), sono linee su cui sembra svilupparsi tutto il libro: pagina dopo pagina, ogni foto legata alla successiva o alla precedente, mentre le immagini si intersecano, costruiscono la trama del tessuto. 
La storia si snoda, densa e stratificata, nel dedalo dei ricordi e delle suggestioni che portano il lettore a interagire con essa e, vero e proprio lector in fabula, a costruirsi la propria. Lo spazio di un luogo, l’anima di un paese, è in sintonia con l’occhio che guida l’obiettivo, con lo scatto che coglie il momento. Spesso un attimo prima, quando il gesto si sta definendo, quando la guardia non si è ancora alzata: si coglie, c'è, una radicalità visionaria che riesce a mettere a nudo, a rivelare. Con chirurgica malinconia, che è sempre la cifra della giustizia (“al riso e al pianto costretta, negata al sorriso in eterno”, Charles Baudelaire) e che spesso si preferirebbe ignorare: e, tuttavia, è solo così che si può restituire un’immagine onesta, aprire le porte del tempo, spianare nel presente la via al passato. 
Le donne e gli uomini, i gruppi, gli oggetti, i luoghi, sono colti con una grazia speciale, con una perizia tecnica che sembra naturale e premia le sfumature, gli sfondi, i dettagli. Non c'è in queste foto, o sembra non esserci, quello che Roland Barthes chiama punctum, il fulcro dell’immagine, perché nulla sembra essere decisivo, nessuna gerarchia sembra definirsi, ma l’immagine scorre dai margini al centro, dal sotto al sopra, ciò che appare dietro non è secondario, quel che è davanti non si pone con prepotenza, il tutto si mostra in un insieme coerente, concorde, solidale. E però la foto porta un nome, dice chi sta raccontando la storia, il soggetto è ben riconoscibile e plurale nello stesso tempo, perché quell'insieme non punge chi guarda, ma stimola, attiva una corrispondenza, costringe al ricordo, a una relazione, a tessere un’altra storia nostra e sua. Davanti   c'è il mondo, il microcosmo di un paese coi suoi mestieri, i suoi gruppi, le botteghe, gli svaghi, le professioni, gli artisti: uno spazio dove il tempo si cristallizza e si risolve, la fotografia ne prende le misure e lo restituisce in una lingua nuova, intrisa di magia, dove le persone e le cose respirano, vivono, continuano a sorprenderci. Il bianco e nero coglie come null'altro   il sentimento del pensiero visuale: la perfezione estetica, all’apparenza, non è perseguita e se è il caso verrà da sola, ora bisogna ridare smalto a uno sguardo spesso distratto, incrostato nell’abitudine, nella quotidianità del vivere. Occorre tornare a una pratica conoscitiva che usi gli strumenti della dialettica, che sappia praticare il confronto, ritrovare freschezza e gioia, ricostruire un cosmo, poco importa se micro, ché piccolo è meglio e in esso si trova il grande.
Sono foto serene, da guardare in silenzio, con calma - e, poi, da tornare a guardare per cogliere un particolare, una sfumatura, un’ultima carezza. C'è amore in queste immagini e un filo di sgomento e il piacere di averle colte. La prima immagine, ancora fuori dal testo, è quella di Vittorio Magnani, un pittore; nella pagina di fronte i versi di Umberto Saba, un poeta: di pittura e poesia si nutre il libro - ed è perfetta la sua epigrafe: ”Qui tra la gente che viene che va...io ritrovo, passando, l'infinito / nell’umiltà”.


Enrico Chierici

Portano i vestiti di ogni giorno e sono in posa: nel loro lavoro, nel loro ambiente, in se stessi. Guardano, quasi tutti, verso la macchina, cercano un sorriso, un’espressione gentile, un atteggiamento disponibile. Stanno raccontando qualcosa - e senza racconto non c'è riflessione, né conoscenza. Sono i “fornovesi” di Marco Buzzoni  ritratti in libro tutto  in bianco e nero, fatto, impaginato e stampato con raffinata eleganza. Il racconto e  la semplicità (quest’ultima essendo qui l’esatta messa in opera della definizione, “complessità risolta”, che ne dà Constantin Brancusi), sono linee su cui sembra svilupparsi tutto il libro: pagina dopo pagina, ogni foto legata alla successiva o alla precedente, mentre le immagini si intersecano, costruiscono la trama del tessuto.
La storia si snoda, densa e stratificata, nel dedalo dei ricordi e delle suggestioni che portano il lettore a interagire con essa e, vero e proprio lector in fabula, a costruirsi la propria. Lo spazio di un luogo, l’anima di un paese, è in sintonia con l’occhio che guida l’obiettivo, con lo scatto che coglie il momento. Spesso un attimo prima, quando il gesto si sta definendo, quando la guardia non si è ancora alzata: si coglie, c'è, una radicalità visionaria che riesce a mettere a nudo, a rivelare. Con chirurgica malinconia, che è sempre la cifra della giustizia (“al riso e al pianto costretta, negata al sorriso in eterno”, Charles Baudelaire) e che spesso si preferirebbe ignorare: e, tuttavia, è solo così che si può restituire un’immagine onesta, aprire le porte del tempo, spianare nel presente la via al passato. Le donne e gli uomini, i gruppi, gli oggetti, i luoghi, sono colti con una grazia speciale, con una perizia tecnica che sembra naturale e premia le sfumature, gli sfondi, i dettagli. Non c'è in queste foto, o sembra non esserci, quello che Roland Barthes chiama punctum, il fulcro dell’immagine, perché nulla sembra essere decisivo, nessuna gerarchia sembra definirsi, ma l’immagine scorre dai margini al centro, dal sotto al sopra, ciò che appare dietro non è secondario, quel che è davanti non si pone con prepotenza, il tutto si mostra in un insieme coerente, concorde, solidale. E però la foto porta un nome, dice chi sta raccontando la storia, il soggetto è ben riconoscibile e plurale nello stesso tempo, perché quell'insieme non punge chi guarda, ma stimola, attiva una corrispondenza, costringe al ricordo, a una relazione, a tessere un’altra storia nostra e sua.
Davanti   c'è il mondo, il microcosmo di un paese coi suoi mestieri, i suoi gruppi, le botteghe, gli svaghi, le professioni, gli artisti: uno spazio dove il tempo si cristallizza e si risolve, la fotografia ne prende le misure e lo restituisce in una lingua nuova, intrisa di magia, dove le persone e le cose respirano, vivono, continuano a sorprenderci. Il bianco e nero coglie come null'altro   il sentimento del pensiero visuale: la perfezione estetica, all’apparenza, non è perseguita e se è il caso verrà da sola, ora bisogna ridare smalto a uno sguardo spesso distratto, incrostato nell’abitudine, nella quotidianità del vivere. Occorre tornare a una pratica conoscitiva che usi gli strumenti della dialettica, che sappia praticare il confronto, ritrovare freschezza e gioia, ricostruire un cosmo, poco importa se micro, ché piccolo è meglio e in esso si trova il grande.Sono foto serene, da guardare in silenzio, con calma - e, poi, da tornare a guardare per cogliere un particolare, una sfumatura, un’ultima carezza. C'è amore in queste immagini e un filo di sgomento e il piacere di averle colte. La prima immagine, ancora fuori dal testo, è quella di Vittorio Magnani, un pittore; nella pagina di fronte i versi di Umberto Saba, un poeta: di pittura e poesia si nutre il libro - ed è perfetta la sua epigrafe: ”Qui tra la gente che viene che va...io ritrovo, passando, l'infinito / nell’umiltà”.

 

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