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Un mese nell'ospedale pediatrico di Haiti: le foto di Giorgio Benaglia

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Giorgio Benaglia ha riassunto la sua esperienza ad Haiti in una sorta di lettera aperta che vuole condividere con i lettori di Gazzettadiparma.it. Riceviamo e pubblichiamo:

Haiti: un mese all'Hopital Saint Damien

La mattina alle 7 la Messa di Padre Rick ti fa entrare subito in sintonia con lo spirito giusto per affrontare il lavoro della giornata che ti attende. Qui la morte e la vita sono presenti insieme e si tendono la mano. Piccole bare e grandi bare,  di cartone, sono allineate sul pavimento aperte, e coperte solo di teli colorati con immagini sante. I canti in creolo, o in inglese, o in italiano, e l'incenso creano una suggestione profonda. E le preghiere, dette in ginocchio sui loro poveri corpi avvolti di lenzuoli azzurri dall'officiante, sono rivolte al perdono di peccati forse mai commessi o già espiati attraverso le sofferenze patite. L'Ospedale Saint Damien rappresenta un’isola felice in un Paese da troppi anni martoriato da povertà e disgrazie, politiche e naturali. È una grande costruzione ben progettata (ha resistito al terremoto del 2010) e provvista di tutto quanto serve all'unico vero ospedale pediatrico del Paese. Vi si incontra un’umanità sofferente, ma che ha una grande dignità davanti al dolore e alla malattia: file lunghissime di madri e bambini in attesa di ogni età, donne gravide in attesa di ricovero o esami che in altro luogo non troverebbero adeguate risposte. Partecipo all'attività quotidiana in vari reparti, contraddistinti ognuno da scudi colorati che rappresentano la frutta tropicale o giochi: servono per i molti analfabeti ad orientarsi, ma sono anche una nota gioiosa per le madri e i bimbi. Nasce una bimba di sole 28 settimane, la situazione è molto critica: la madre ha un'infezione con rottura prolungata delle acque da 60 ore. Con la dottoressa Lindsey ci prodighiamo per 40 minuti nella rianimazione cardiorespiratoria alternandoci, purtroppo la bimba non pare recuperare. Si decide a malincuore di sospendere, un'altra urgenza ci richiama altrove. Prima di lasciarla la battezzo con acqua e le do il nome Giorgia. Dopo venti minuti ritorniamo in sala parto, Giorgia solleva un braccino e pare chiamarci: è viva. Avvolta in una coperta, la lampada dell'isolette l'ha riscaldata, la portiamo in neonatologia, dove cercheremo di curarla. La sua voglia di vivere e il buon Dio le danno una chance, e in seguito ossigeno, aria compressa e infusione venosa via cateterizzazione ombelicale la fanno sopravvivere.
Il catetere ombelicale usato è un sondino naso gastrico, i cateteri erano finiti, ma funziona lo stesso, qui in casi critici tutto serve e si ci ingegna!
Negli ambulatori della Neonatologia ci sono molte mamme: c'è aria di famiglia un vociare felice in un caldo torrido, le attese sono lunghe ma nessuno si lamenta. Ci sono bimbi che, come la piccola Giorgia, hanno sofferto tanto ma che ora tornano per controllo evolutivo. Chi dopo tre mesi, chi dopo un anno, speriamo sia anche il suo futuro, abbiamo fatto il possibile! La Sezione destinata alla cura dell'infezione Hiv è all'interno del complesso ospedaliero ma in un Padiglione a parte, esiste un programma specifico e ritagliato sulle condizioni del Paese con programmi terapeutici, di screening e di supporto sociale e alimentare che copre tutto il Paese. Uno specifico progetto con raccolta dati computerizzato permette di raccogliere dati e seguire nel tempo moltissimi pazienti. I casi acuti che necessitano cure urgenti sono ricoverati nei vari reparti insieme alle altre patologie. Un bimbo di 18 mesi, che pesa solo 6 kilogrammi con AIDS conclamato e tubercolosi, è gravissimo in braccio alla madre di 19 anni che è incinta all'ottavo mese! Ha una guancia gonfia con segni di colliquazione in atto mi pare un noma, una patologia che ho visto solo in Africa, pressoché sconosciuta anche qui. Ha anche diarrea e febbre da alcuni giorni. Sono arrivate 60 fiale di antibiotico col chirurgo infantile dall'Italia, comprate per altro paziente purtroppo deceduto: le destiniamo a lui con la speranza che possano servire, poichè altri antibiotici si sono rivelati inefficaci. Lo trasferiamo al reparto acuti critici, dove si provvede ad intervento intensivo. Lo rivedo dopo 48 ore ha gli occhi più vivaci riesce a prendere un po' di latte la febbre è calata. Speriamo ancora per lui. Il costo per mantenere tale efficienza è enorme, e quando si esce fuori da questa isola felice e si percorrono le strade di Port au Prince o tutto il Paese ci si rende conto della vera realtà. Non si può girare da soli se non accompagnati sempre, e certi distretti sono off limits sempre. Venti giorni fa hanno ucciso il padre di un ginecologo mentre usciva da una banca. Esistono ancora tabù e superstizioni, a volte i malati vengono presi dall'ospedale e portati via per fare cure alternative: per lo più riti voodoo, che non lasciano però che morte e disperazione.
La vita e la morte si rincorrono tra queste mura col vento caldo che soffia sempre, tra le fronde del fico beniamino, il mango e il frangipane. I medici e i resident  fanno del loro meglio, gli aiuti internazionali di ogni dove sostengono il loro lavoro e il loro impegno: senza questi in poco tempo tutto svanirebbe. Jacqueline Gautier la Direttrice è instancabile punto di riferimento e tiene i contatti col mondo scientifico e coordina lo staff medico. Padre Rick è il motore e l'anima di tutto. La sua Messa al mattino che ci ricorda il filo che unisce la vita e la morte qui ad Haiti da il senso a quello che viene fatto e deve continuare.

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