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Lars Von Trier 60 anni, una vita da predestinato

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Un tempo il capo dei 60 anni segnava la fine della maturità di un uomo e la sua entrata nella senilità; oggi indica il raggiungimento dell’età matura, ma per il danese Lars Trier è un compleanno difficile, il momento in cui deve fare i conti con la sua vita e la sua arte. Nato a Copenhagen il 30 aprile del 1956, da genitori convinti hippie (atei, nudisti, comunisti), il piccolo Lars non ha avuto certo vita facile. Solo sul letto di morte del padre, la madre Inger gli rivela che non ha ascendenti ebrei giacchè il suo vero padre biologico sarebbe un facoltoso musicista danese, scelto per trasmettere al figlio i «cromosomi dell’arte». Verità o leggenda che sia (Lars riuscirà a comunicare col presunto padre solo tramite avvocati), l’episodio segna il ragazzino, costretto a crescere da solo, a darsi regole che i genitori non gli impartiscono, a costruirsi un personaggio in cui si riconosce solo aggiungendo il nobiliare «von» al suo vero nome, sull'onda dei grandi artisti a cui si ispira, da Duke Ellington a Erich von Stroheim.
Che Lars Trier abbia talento e fantasia è fatto che tutti accertano rapidamente: a 13 anni, grazie allo zio, comincia a frequentare gli studi televisivi e appare come attore in una serie tv ("L'estate segreta» di Thomas Winding); con la cinepresa 8mm regalatagli dalla madre comincia a girare piccoli film; nel 1976 pubblica il suo primo, provocatorio articolo sull'arte, un anno dopo firma i primi cortometraggi "professionali» che mostra in rassegne internazionali e grazie ai quali ottiene l’ammissione al Danish Film Institute; nel 1984 ha già all’attivo il primo lungometraggio, «L'elemento del crimine», selezionato al Festival di Cannes. In questa prima parte della carriera il suo sodale inseparabile è lo sceneggiatore Tom Elling. Il film è un insuccesso in patria (come i successivi), ma gli dà grande notorietà all’estero permettendogli di trovare i fondi per la grande trilogia "europea» che comprende anche «Epidemic» del 1987 e l’ambizioso "Europa» del 1991 per il quale, premiato a Cannes, esprime il suo dissenso, ritenendo il Premio della Giuria non adeguato al suo livello artistico. Il seguito non gli darà torto perchè il successivo «Le onde del destino» con Emily Watson (1996) sarà un successo internazionale e mostrerà un talento che rinnova il melodramma senza tradire uno dei modelli prediletti di Trier, il venerato Carl Theodor Dreyer. Del resto già nel 1988 aveva ripreso un progetto del maestro, ispirato alle tragedie di Euripide, firmando una «Medea» per la tv.
Dopo i consensi, Lars von Trier è ormai un regista di livello internazionale preso a modello per una creatività senza limiti, un piacere della provocazione, una maestria tecnica che lo associano ad altri geni ribelli della generazione precedente come Fassbinder e Herzog. Con il musical «Dancer in the Dark" (interpretato dalla cantante Bjork nel 2000) sperimenta le tecniche di un cinema «naturalista» codificato insieme al collega Thomas Vinterberg nel manifesto «Dogma 95» che avrà grande risonanza mondiale per il suo rigore compositivo: macchina a spalla, assenza di effetti luminosi, riduzione progressiva del commento sonoro, recitazione spontanea sono precetti che in verità lo stesso Trier tradirà spesso e solo una volta (con «Idioti» del 1998) applicherà in maniera ortodossa. Il carisma spigoloso del regista attira perfino una diva internazionale come Nicole Kidman che si sottopone a un massacrante tour de force per «Dogville» del 2003 e poi molte altre attrici famose, da Kirsten Dust ("Melancholia") a Charlotte Gainsbourg ("Nymphomaniac").
Curioso, abile press-agent di se stesso con le armi dell’eccesso e della provocazione, buon manager del suo successo (nel '92 ha fondato la casa di produzione Zentropa, diventata presto leader in tutti i paesi scandinavi), Trier ha spaziato in tutte le forme del racconto: dalla serialità, con «The Kingdom" realizzato in due riprese per la tv, al cortometraggio sperimentale (mai abbandonato fino alle prove del corale «The Five Obstruction"), dalla commedia ("Il grande capo», 2006) al cinema di genere ("Antichrist», 2009), al racconto ipertrofico ("Nymphomaniac").
Il suo ormai celebre «suicidio professionale» (definizione di Claude Lelouch) è del maggio 2011 quando al festival di Cannes, probabilmente sotto la pressione mediatica e alcuni eccessi chimici (non ha mai fatto mistero di abusare di droghe e alcool, fino alla disintossicazione degli ultimi anni) si lancia in farneticanti dichiarazioni di simpatia nazista e antisemita. Nonostante l’evidente paradosso delle sue affermazioni (altre volte aveva reso omaggio alle sue radici ideali ebraiche e al suo credo socialista), l’esternazione gli vale l’espulsione dal festival (ma il film «Melancholia» resta in concorso e viene anche premiato) e una denuncia penale per apologia del nazismo. Da allora si è imposto la consegna del silenzio, rotta soltanto nel 2014 con un’intervista in Danimarca.
Molto spesso le sue caratteristiche da personaggio (si dichiara ipocondriaco, viaggia solo in macchina e roulotte, non vuole attraversare tunnel, si è sposato tre volte ma si proclama "machista") hanno avuto la meglio sull'artista e confuso il suo profilo autoriale. Eppure è innegabile che in ogni sua sequenza batte il cuore del genio, sempre pronto a sperimentare, anticipare, stupire. Ancora oggi «Europa» rimane un film di culto, «Dogville» un formidabile saggio di regia, «Le onde del destino» e «Dancer in the Dark» altrettanti capolavori del cinema europeo. Annuncia ora una nuova opera ("The House that Jack Built") per il 2017 e c'è da credere che, una volta di più, supererà se stesso, quantomeno in termini di forza visionaria.

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