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Lago d'Iseo, passerella della discordia

Quattro intellettuali parmigiani prendono posizione sull'opera di Christo e sullo sbalorditivo successo che sta riscuotendo

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CHICHIBIO

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di Chichibio

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Si vvicina al milione di «discepoli», Christo. In undici giorni oltre seicentomila persone si sono pazientemente dirette verso il lago d’Iseo, per vivere da protagonisti «The Floating Piers», la passerella arancione che si sviluppa da Sulzano a Monte Isola e poi fino all’isola di San Paolo. I numeri hanno superato ogni più rosea aspettativa, sin dai primi giorni: a frotte si sono riversati in questo angolo incantevole e sconosciuto del Bel paese per assicurarsi una «passeggiata sull’acqua». Un evento senza precedenti, un fenomeno che – artistico o di costume che sia – ha indubbiamente fatto centro. Da tutta Italia partono armati di borracce, berretti, ombrellini e tanta pazienza, per poi un giorno poter dire «io c’ero». Decine di migliaia di persone in coda nei paesi e nei parcheggi scambiatori. Ore di attesa sotto il sole per mettere piede sull’installazione e autorità di pubblica sicurezza che ha più volte bloccato o rallentato la circolazione di treni, bus e navette. Orari ridotti: in origine l’opera gratuita e temporanea era accessibile 24 ore su 24, ma poi il prefetto ha imposto una chiusura da mezzanotte alle sei per esigenze di manutenzione dell’opera e di pulizia dell’isola. Ma che cos’è «The Floating Piers» (letteralmente pontili galleggianti), l’opera che dal 18 giugno e fino a domenica 3 luglio reinterpreta il paesaggio del lago d’Iseo? Tecnicamente si tratta di settantamila metri quadri di tessuto giallo cangiante, sostenuti da un sistema modulare di pontili galleggianti formato da duecentomila cubi in polietilene ad alta densità. Un’installazione che si sviluppa a pelo d’acqua seguendo il movimento delle onde; l’opera ha una lunghezza di quattro chilometri e mezzo. A giudicare dalle orde di visitatori, degne del più atteso raduno rock o di chissà quale storico evento sportivo, il pubblico dimostra di apprezzare parecchio la proposta dell’artista statunitense di origini bulgare, ma la critica è decisamente meno entusiasta; da Philippe Daverio, che ha definito l’opera «una baracconata, alternativa alla sagra della lumaca», a Vittorio Sgarbi, che ha parlato di «passerella verso il nulla». Così, mentre i visitatori continuano ad affollare il lago d’Iseo (non mancano nemmeno le star hollywoodiane) e sulle bacheche social le foto a sfondo arancio continuano ad alimentare una promozione virale oramai incontenibile, abbiamo interpellato alcuni esperti «di casa nostra», per raccogliere opinioni e suggestioni su quello che sarà l’evento più memorabile di questo 2016. «Tutti pensano che l’arte sia da appendere: non è così – spiega lo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle -. Siamo di fronte a un innegabile contributo al processo di trasformazione del modello culturale, senza contare che l’ironia al confine con la blasfemia in relazione al Cristo che cammina sulle acque in un Paese cattolico ha il suo peso. Il consenso di pubblico rende evidente che la rivisitazione del paesaggio è gradita: un modo diverso per appropriarsi di un territorio che siano abituati a contemplare. Tutti sono sulla scena di un grandioso teatro lacustre. Chiedersi se si tratta di arte oppure no è porsi la domanda sbagliata: è una straordinaria messa in scena di grande successo». Decisamente non piace, l’opera in questione, all’artista parmigiano Stefano Spagnoli, che non usa mezzi termini nel giudicarla. «Siamo di fronte a qualcosa che non è neanche minimamente creativo – sottolinea -: ci sono intuizioni valide a valorizzare paesaggi straordinari senza il bisogno di arrivare a queste “nefandezze”, pensiamo ad esempio al “nostro” Labirinto della Masone, opera di ben più alto spessore». E il consenso di massa? «È la dimostrazione che l’umanità si fa sempre più spregevole e sciocca – continua l’artista -. Questo mondo ha fame di bellezza e proporzione, di un ritorno alla scala aurea, non di questo». A proposito dell’incredibile successo di pubblico che sta incontrando «The Floating Piers», abbiamo interpellato anche il sociologo Giorgio Triani. «La prima cosa che mi viene spontaneo dire è che si tratta di qualcosa di geniale, un evento in mezzo a una marea di non eventi: camminare sull’acqua è un’esperienza unica in un mondo di esperienze seriali – commenta -. Una grande operazione di marketing, certo, sorretta bene dai mass media e dal tam-tam virale, ma chiedersi se sia arte oppure no è una questione ormai superata». Pone l’accento sul valore del recupero e della riscoperta del paesaggio la docente di Storia dell’arte contemporanea ed ex direttrice dello Csac Gloria Bianchino, che approfondisce: «Tutte queste persone che vengono attirate dal desiderio di camminare sull’acqua, fantasia primordiale di sfidare la natura, si rendono protagoniste di un’esperienza. Se ci pensiamo è poi quello che è successo in piazza della Pace con il “Terzo Paradiso” di Pistoletto. Sarei curiosa io stessa di andare a “The Floating Piers”, anche se ammetto di farmi frenare dal caos delle gran folle di visitatori. In ogni caso credo sia un’opera che ha svolto in pieno la sua funzione».

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  • gerry

    02 Luglio @ 11.47

    Ci mancherebbe altro è giusto criticare ma è altrettanto giusto prendere atto che 100.000 persone al giorno sentono l'irrefrenabile desiderio di camminare sull'acqua. Tutto il resto è aria fritta. Ad oggi 2 luglio sono circa 1.350.000 le persone che sono state a floathing piers. Un cordiale saluto

    Rispondi

  • fede

    01 Luglio @ 16.47

    Tutte le persone che criticano l'evento.... E' meglio che rimangano in casa davanti alla tv per seguire Barbara D'Urso

    Rispondi

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