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I 60 di Gibson tra polemiche, alcol e Gesu'

Attore e regista da Oscar da action movie alla macchina da presa

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Senza colori: la vita in bianco e nero dei daltonici

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Senza colori: la vita in bianco e nero dei daltonici

di Patrizia Celi

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Nonostante la faccia da bravo ragazzo Mel Gibson, 60 anni il 3 gennaio, ne ha passate di tutti i colori. Successo, disprezzo, polemiche, violenza, alcol, accuse di antisemitismo e ricerca di redenzione. Insomma una vita piena. Prima attore perfetto per gli action movie e poi regista a tutto tondo, con tanto di Oscar all’attivo, animato ad un certo punto da integralismo cattolico. Tutta una gamma di cose non certo prevedibili agli inizi.
Sesto di undici figli, con padre meccanico ferroviario della New York Central Railroad e madre casalinga australiana, torna a New South, in Australia, già da giovanissimo anche per i problemi finanziari che hanno colpito la sua famiglia.
Esordisce nel 1976 con la serie tv australiana The Sullivans (1976-1983), noto telefilm australiano e, l’anno dopo, nel film di Anthony Page I Never Promised You a Rose Garden, con Dennis Quaid e Bibi Andersson. E poi arriva, dopo una rissa nel giorno dell’audizione, il ruolo che lo ha reso famoso: Rockatansky in Interceptor - Il guerriero della strada (1979) di George Miller, per la trilogia di Mad Max. Primo film di una saga con Gibson poliziotto alla caccia dei teppisti che gli hanno ucciso moglie e figlio. Ritardato mentale in Tim - Un uomo da odiare (1979), giornalista in Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir, spacciatore di droga in Tequila Connection (1988) di Robert Towne e baro a poker in Maverick (1994) di Richard Donner tratto dalla popolare serie (1957-61), Gibson, a inizi anni Novanta, decide di passare dietro la macchina da presa. Così mette su una sua casa di produzione, la Icon Productions, e con Braveheart porta a casa 5 Oscar tra cui quelli per miglior film e miglior regia.
Ma è con La passione di Cristo (2004), racconto anche troppo realistico del martirio di Gesù, che l’attore-regista si ritrova sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Mentre il film vola ovunque al box office (611.899.420 dollari), volano insieme al successo anche le polemiche (su tutte le accuse di integralismo cattolico e presunto antisemitismo).
Un successo, quello di Mel Gibson, compromesso da una vita privata che offusca la sua immagine. Viene arrestato nel 2006 per guida in stato di ebbrezza e accusato di dichiarazioni antisemite e di razzismo. Aggredisce infatti l’agente che gli sta mettendo le manette chiedendogli: «Sei un ebreo?».
Teste mozzate, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto è la nuova provocazione di Mel Gibson nel 2007 con Apocalypto. Dopo La passione di Cristo Gibson provoca ancora il pubblico con l'arma della violenza esplicita, visibile. Ovvero quello dei Maya, dilaniati da una guerra fratricida senza quartiere prima di cadere vittime dei Conquistadores, le cui navi si intravedono vicino a una spiaggia nell’ultima scena del film.
Sul fronte della vita privata, per lui un lungo matrimonio durato 26 anni con Robyn Moore con sette figli all’attivo e poi un divorzio record per il quale deve pagare oltre 400 milioni di dollari. Segue una tempestosa relazione con la musicista russa Oksana Grigorieva che lo denuncia per maltrattamenti, insulti a sfondo razzista e minacce di morte.
In occasione dei suoi 60 anni dal 3 gennaio Studio Universal (Mediaset Premium) dedica a Gibson una rassegna con quattro celebri film e un focus. Si parte con Interceptor (1979), poi Un anno vissuto pericolosamente (1982), Tequila Connection (1988) e Maverick (1994).

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  • Stefano

    02 Gennaio @ 23.48

    Le accuse di antisemitismo per quanto riguarda il film su Cristo sono state lanciate dagli ebrei con il patetico tentativo di nascondere quello che storicamente hanno fatto. Le accuse delle dichiarazioni antisemite sono solo Italiane in quanto in USA per fortuna la libertà di espressione al contrario di noi è permessa ( non che io sia antisemita ) .A mio parere il martirio non era troppo realistico, era realistico, così come la vita dei maya non è stata una provocazione ma era una narrazione storica del loro modo di vivere. Solo in Italia dobbiamo prima chiedere al politico di turno se possiamo parlare o meno di una cosa. A mio parere la vita privata delle persone dovrebbe rimanere tale

    Rispondi

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