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Nel campo vietato dei profughi "fantasma": reportage parmigiano

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Carlo Bocchialini, giornalista parmigiano e docente al corso di Giornalismo dell'Università di Parma, è riuscito a introdursi nel campo vietato di Vassilika, nei pressi di Salonicco, dove sono stati trasferiti molti dei profughi di Idomeni. Ecco il suo reportage.

Troppo mediatici e troppo visibili. Tra fango, precarie condizioni di vita e tafferugli con i militari, i dimenticati di Idomeni erano diventati una spina nel fianco. 15mila persone (nel momento di massima presenza), il 60% donne e bambini, bloccate per mesi in un prato in seguito alla decisione della Macedonia di chiudere la frontiera con la Grecia.
La “Dachau dei nostri giorni”, l’aveva definita Panagiotis Kouroublis, ministro degli Interni di Atene. A fine maggio le autorità elleniche hanno deciso in fretta e furia di trasferirli in strutture -in larga parte ex militari o industriali- nei dintorni di Salonicco. Scelta avventata, secondo organizzazioni internazionali e Ong, senza un’adeguata pianificazione logistica e organizzativa. Alcune famiglie sono state addirittura separate e inviate in posti diversi. Per pochi giorni, ma tant’è.


I nuovi centri di accoglienza sono sparsi intorno alla seconda città greca e ospitano da qualche centinaio di persone al migliaio. Più gestibili, secondo Giorgos Kyritsis, portavoce del governo per la crisi dei rifugiati, che prima dello sgombero di Idomeni aveva dichiarato che sarebbero stati trasferiti in alloggi tipo bungalow.
Chiusi e sotto controllo militare o di polizia, i nuovi campi hanno risolto il problema dei profughi: nessuno li vede, nessuno ne parla. Possono entrare e uscire quando vogliono (il problema è saper dove andare, alcuni sono lontani da negozi e centri abitati), ma volontari e Ong sono contingentati in base a criteri del tutto aleatori, mentre la stampa è off-limits: rispetto della privacy, la giustificazione ufficiale.

Approfittando di una piccola querelle tra i membri di un’organizzazione e le forze dell’ordine (ferme sulle consegne ricevute ma, a onor del vero, molto gentili) siamo riusciti a intrufolarci da un buco della recinzione nella parte posteriore del campo di Vassilika. Ci accompagna Stefano Danieli, infermiere volontario da alcuni mesi in Grecia.
Per fortuna, la nuova rete metallica, con tanto di filo spinato, che stanno aggiungendo a quella vecchia un po’ arrugginita, non è ancora stata ultimata. Un ragazzino tiene aperto il varco e ci fa segno di entrare: «No police, no police». Eccoci dentro: benvenuti in Europa!


Un cortile polveroso, che attraversiamo cercando di non farci notare dalle guardie, ci separa da una fila di capannoni attaccati uno all’altro: a occhio una decina di metri di fronte, una trentina di profondità ognuno. I grandi portali in ferro verde sono spalancati su file ordinate di tende canadesi di spessa tela militare beige, montate sul pavimento di cemento grezzo.
Di bungalow nemmeno l’ombra. All’interno letti da campo, coperte e brandelli di vita che ognuno è riuscito a conservare: vestiti, piatti, tazze, piccoli elettrodomestici. Viste le dimensioni degli ambienti, l’effetto dei quattro ventilatori fissati ai muri è quasi impercettibile. Se il dio greco del vento decide di non soffiare dalla parte giusta, il sole estivo non perdona all’interno di un capannone di cemento con tetto di lamiera.

Quando la brezza non si infila dritta nelle aperture, il caldo è insopportabile. La sensazione è quasi irreale: il contesto si presterebbe al rumore, a grandi macchinari e a uomini che lavorano, oppure a un mercato, con il vociare formicolante delle contrattazioni, invece la quiete rende la situazione quasi metafisica. Nemmeno i bambini che scorrazzano per i corridoi sono rumorosi. C’è una vita al rallentatore, del tutto diversa dal brulichio vitale che si percepiva fino a poche settimane fa a Idomeni.
Sigarette, Coca-Cola, qualche ortaggio fresco, scatolette di cibo: in qualche angolo dei capannoni sono sorti i piccoli commerci della disperazione. Gli uomini chiacchierano seduti sul pavimento all’interno delle tende, davanti a una tazza di tè, le donne lavorano all’ingresso o stendono il bucato sui fili tirati tra una canadese e l’altra. Una bimbetta fa girare intorno a sé una bottiglia d’acqua legata con una corda: una giostrina al contrario.


A pochi metri, un ragazzo più grande è concentrato sui giochi del telefonino. Il mistero degli smartphone nessuno lo sa spiegare: tutti gli adulti ne hanno uno. Possono rubarglielo, perderlo, può sequestrarlo la polizia in qualche frontiera ma, immancabilmente, il giorno successivo se ne sono procurati un altro. Il cellulare d’altronde è fondamentale nelle loro condizioni: non solo per comunicare con le famiglie rimaste a casa, ma anche per orientarsi negli spostamenti a piedi e per avere informazioni sul futuro.
Nel campo è stato installato un wi-fi gratuito dal nome benaugurante: #Nethope Free. Stefano saluta alcune persone che aveva conosciuto a Idomeni, lo accolgono con calore e riconoscenza. Mohammed, curdo siriano, ci invita a bere un tè nella tenda. Dentro c’è sua moglie che ci stringe perfino la mano. La tazza verde con la scritta “Open the borders” potrebbe assurgere a slogan di questi sventurati. Il vento, se anche spira dalla parte giusta, nella tenda non si sente: loro sembrano averci fatto l’abitudine, ma noi cominciamo a sudare senza sosta. Goccioliamo come in sauna.

Mohammed ci comunica con soddisfazione che da poche settimane aspettano un bambino. Per il tè hanno un bollitore elettrico, ma le prese all’esterno dell’edificio sono perennemente occupate da telefonini in carica e perfino dal barbiere, che offre i suoi servigi per pochi centesimi. «A Vassilika ci sono circa 1.100 persone, la metà donne e bambini», ci confida. Non avendo dati a disposizione, li prendiamo per buoni.
Guardando in giro, le cifre più o meno tornano. Racconta la loro giornata: «Noia assoluta, uniche distrazioni le file che si fanno alle due e alle sei per ritirare il rancio. Cibo precotto in un contenitore confezionato di tipo militare e una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo al giorno». Ma non si lamenta, i pasti sono il problema minore.


Le docce sono poche e qualche volta l’acqua nemmeno arriva: essendo fredda, intorno ci sono decine di bottiglie lasciate per terra a scaldarsi sotto il sole. I bagni sono chimici e vergognosi, i miasmi esasperati dalla calura. Nel cortile ci sono due lunghe vasche con file di rubinetti dove le donne fanno il bucato e qualcuno cura l’igiene personale. Una vera mancanza sono i fornelli, vietati per motivi di sicurezza: a Idomeni ognuno accendeva un fuoco e si poteva cucinare qualcosa. Aiuta a conservare la propria individualità.
Ovviamente a Vassilika non c’è un medico fisso, un’auto di soccorso svedese è riuscita a entrare e in pochi istanti si forma un capannello di gente intorno ai volontari. «Per le urgenze si chiama la sanità greca», dice Stefano, «ma gli ospedali sono in perenne affanno e i tempi di attesa possono arrivare a diverse ore prima che arrivi un’ambulanza». “Medici senza Frontiere” si è perfino rifiutata di lavorare in questi campi, definiti inadatti ad ospitare persone anche solo per un giorno, insalubri, privi di misure di sicurezza e forse contaminati dalle precedenti attività industriali.

E poi c’è il problema soldi: se non sono già finiti, i risparmi si stanno esaurendo. Tra viaggio, scafisti, sciacalli e sopravvivenza quotidiana non resta quasi nulla. Alcuni di quelli che erano riusciti a passare la frontiera macedone ci dicono di essere stati picchiati e derubati dalla polizia prima di essere rispediti in Grecia. A Idomeni, nonostante l’aiuto delle organizzazioni internazionali, una famiglia con bambini piccoli poteva arrivare a spendere varie centinaia di euro al mese tra pannolini, latte in polvere e altri generi per i figli. Mohammed sta pensando di smettere di fumare per conservare gli ultimi 50 euro, che potrebbero servire per la gravidanza di sua moglie.


Il futuro è la vera incognita: chiacchierando in giro per il campo, il denominatore comune sono sfiducia e confusione. Nessuno sa cosa aspettarsi, né quali siano le scelte migliori, sospesi tra le maglie burocratiche di registrazioni, programmi di ricollocamento e rimpatri volontari previsti dall’Unione Europea. I greci stanno gestendo un problema enorme nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, l’Europa latita e intanto loro aspettano nei capannoni sotto il sole.
Ma adesso nessuno vede e nessuno sente: il problema è risolto.

carlobocchialini@gmail.com

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