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Un parmigiano a Reggio: Paolo Manganelli presenta "Arcipelaghi"

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La Galleria 8,75 Artecontemporanea di Reggio Emilia (Corso Garibaldi, 4) presenta, dal 12 novembre al 7 dicembre, la mostra personale dell’artista parmense Paolo Manganelli, accompagnata da un testo critico di Sandro Parmiggiani. Realizzata con il sostegno di Errevi System e Reggiana Gourmet, l’esposizione sarà inaugurata sabato 12 novembre alle 17, con una degustazione di vini offerta da Delta del Vino.

Il titolo della mostra, Arcipelaghi, fa riferimento alla ricerca del’artista, che egli stesso definisce come un organigramma pittorico che si apre ad infinite connessioni. Forme dinamiche che non possono essere ibernate, ma colte solo per frammenti, quando lo sguardo sa vedere ciò che fugacemente si mostra e presto più non potrà essere afferrato.

In esposizione, una decina di opere a tecnica mista su tela o su cartone intelaiato, oltre ad alcuni polittici, tutti realizzati dal 2014 al 2016. Dipinti in cui si alternano campiture uniformi e sfumature, ma anche effetti materici, ottenuti a partire dai fondi trattati a stucco o da carte incollate e successivamente rimosse.

«Paolo Manganelli – scrive Sandro Parmiggiani – ha disseminato, nelle opere in mostra, indizi su quelli che sono le esperienze artistiche cui ha volto lo sguardo, per nutrirsi di suggestioni affini al suo immaginario e alla sua sensibilità, rivisitando alcune stagioni della pittura italiana e internazionale del Novecento. Da un lato, ecco le forze dinamiche che si oppongono e, più spesso, dentro vortici e tangenze, arrivano a trovare un’armonica sintesi di forme e di colori, proprie dell’opera di Giacomo Balla – quasi realizzando i propositi contenuti nel Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo (1915) di Balla e Depero: “Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile”. Dall’altro, ecco riemergere la memoria di alcune delle esperienze dei “padri fondatori” dell’arte del secolo scorso (tra gli altri, Kandinskij, Mondrian, Léger, Larionov, Gončarova): stagioni felici che sarebbero state rielaborate, in nuove versioni creative, verso la metà del Novecento, da alcuni artisti del Gruppo degli Otto (quali Afro Basaldella, Renato Birolli, Giulio Turcato), e da Mauro Reggiani e  Luigi Veronesi, protagonisti assoluti dell’astrazione italiana. Altre piste di lettura, come il titolo di Pitecantropoe l’insistito fulgore del colore rosso, ci indicano che Manganelli è affascinato dalle fantasie sull’ominide primitivo, vissuto in un’età antichissima, tra il Pliocene e il Pleistocene (dunque, tra 5,332 milioni e 11.700 anni fa), il quale già aveva assunto una postura eretta e conosceva e dominava il fuoco».

La personale sarà visitabile fino al 7 dicembre 2016, di martedì, mercoledì, venerdì e sabato con orario 17.30-19.30, oppure su appuntamento. Ingresso libero. Catalogo disponibile in galleria. Per informazioni: tel. 340 3545183, www.csart.it/875, ginodifrenna875arte@yahoo.it, www.facebook.com/galleria875.

Paolo Manganelli nasce a Parma nel 1964. Dopo il diploma d’Arte, sezione di Grafica, all’Istituto Paolo Toschi di Parma ed alcuni anni come grafico, dal 1997 inizia ad esporre le proprie opere prendendo parte a mostre collettive e personali. Tra le tante esposizioni, Dal Gesto al Segno. Per Verdi, sulla trasformazione della Gestualità (Galleria San Ludovico, Parma, 2001) e Translation Octet (12 Monaci, Fontevivo, Parma, 2013, nell’ambito di Mangia come Scrivi). Vive e Lavora a Noceto (PR).

Non c’è pace nell’insondabile infinito

Sandro Parmiggiani

Emilio Tadini – critico di straordinaria lucidità, scrittore e pittore di grande talento – ammoniva, nel suoL’occhio della pittura1: “Si dovrebbe sempre stare all’erta, quando si guarda un dipinto. Vedere chi sta arrivando, anche se viene avanti di nascosto”. Davanti ai quadri di Paolo Manganelli siamo proiettati in uno spazio siderale, altro da quello che la nostra esperienza dello sguardo ha imparato a conoscere e a definire – possiamo, forse in virtù di qualche suggestione scientifica, letteraria e cinematografica, immaginare un viaggio nel cosmo o al centro della terra o, ancora, dentro una ancor più ignota, impenetrabile entità, come la “materia oscura” che appassiona e arrovella i fisici contemporanei, quello scheletro che, a noi invisibile, regge l’universo con una rete che tutto avvolge e tiene insieme. Ci troviamo immersi, nei dipinti di Manganelli, in un luogo percorso e innervato da movimenti, torsioni e incastri di forme e di colori smaglianti, di reticoli e di spirali, nel quale tutto sembra in perenne divenire e in preda a opposte tensioni: una che integra, ricompone, ingloba, armonizza, e l’altra che allontana, separa, diverge, contrasta, quasi che le traiettorie e le forme esprimano direzioni che raramente possono trovare una sintesi comune, conciliarsi l’una con l’altra, dentro la metamorfosi in atto e i due poli opposti in cui si dispiega. Eppure, i dipinti più felici di questa serie di opere hanno una loro unità compositiva, nonostante le radicali differenze strutturali che li animano, nelle linee, nei filamenti e nei nastri, nelle forme, nei colori, colti in una sorta di viaggio senza fine, ora resi con campiture uniformi ora recanti nel proprio corpo sfumature e gradazioni, nell’impatto con una luce che talvolta arriva ad estenuarli, fino ad annullarli. Giacché in queste opere va in scena anche la contesa tra buio e luce, che non sono solo, dentro lo spazio del quadro, situazioni alternative, ma che invece talvolta convivono in una parte dello stesso, così che il passaggio da una all’altra condizione di luminosità è brusco repentino, e lo si avverte quando già si è immersi in uno stato che magari non consente ritorno.

C’è, in questi dipinti, un vasto campionario delle forme tradizionali e nuove della geometria, dei piani che si sovrappongono e che s’avanzano verso di noi, verso la luce, oppure s’allontanano, in ogni direzione, insensibili al timore di essere inghiottiti dal buio impenetrabile. Non c’è pace in questo infinito, e nelle traiettorie e forme che, nell’apparente struttura chiusa che spesso assumono, non trovano una ricomposizione, come se fossero costrette da una forza ignota a non sedarsi mai, pur mostrandoci, nel loro perenne divenire, squarci di bellezza che presto si dissolvono in nuove strutture: il dinamismo di queste forme non può essere arrestato, ibernato, ma colto per frammenti, quando lo sguardo sa vedere ciò che fugacemente si mostra e presto più non potrà essere afferrato. Sono, queste di Manganelli, visioni dell’ignoto, viaggi nell’infinito più lontano nello spazio o nel tempo, o in quel mistero a noi prossimo, dentro le cose, ed altrettanto a noi incognito, come aveva intuito Leopardi in L’Infinito: la siepe occulta al poeta la visione del mondo, ma al di là degli “interminati spazi” e dei “sovrumani silenzi”, lui avverte che “tra questa immensità s’annega il pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Se, a questo punto, volessimo continuare a raccogliere l’invito di Tadini, possiamo osservare che Paolo Manganelli ha disseminato, nelle opere in mostra, indizi su quelli che sono gli artisti cui ha volto lo sguardo, per nutrirsi di suggestioni affini al suo immaginario e alla sua sensibilità, rivisitando alcune stagioni della pittura italiana e internazionale del Novecento. Da un lato, ecco le forze dinamiche che si oppongono e, più spesso, dentro vortici e tangenze, arrivano a trovare un’armonica sintesi di forme e di colori, proprie dell’opera di Giacomo Balla – quasi realizzando i propositi contenuti nel Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo (1915) di Balla e Depero: “Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile”. Dall’altro lato, ecco riemergere la memoria di alcune delle esperienze dei “padri fondatori” dell’arte del secolo scorso (tra gli altri, Kandinskij, Mondrian, Léger, Larionov, Gončarova): stagioni felici che sarebbero state rielaborate, in nuove versioni creative, verso la metà del Novecento, da alcuni artisti del Gruppo degli Otto (quali Afro Basaldella, Renato Birolli, Giulio Turcato), e da Mauro Reggiani e  Luigi Veronesi, protagonisti assoluti dell’astrazione italiana. E potremmo a lungo proseguire, arrivando ad esempio ad evocare le suggestioni, soprattutto coloristiche, di alcuni dei Wall drawings di Sol LeWitt, uno dei quali può essere ammirato nel soffitto della grande sala di lettura della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia – Whirls and Twirls (Vortici e Piroette) è il titolo di questi dipinti su muro… Altre piste di lettura, come il titolo di Pitecantropo e l’insistito fulgore del colore rosso, ci indicano che Manganelli è affascinato dalle fantasie sull’ominide primitivo, vissuto in un’età antichissima, tra il Pliocene e il Pleistocene (dunque, tra 5,332 milioni e 11.700 anni fa), il quale già aveva assunto una postura eretta e conosceva e dominava il fuoco.

Gli indizi formali e tonali, e le piste di lettura nei titoli dei dipinti di Manganelli, ci dicono che lui fonde idealmente, in queste opere, misteri del creato, tempi del passato più remoto e del futuro più arduo da prevedere e immaginare, ancorché sinistramente annunciantesi, forse, nelle previsioni di apocalissi determinate dall’ostilità e dagli oltraggi che l’uomo arreca continuamente alla terra e alla natura che lo accolgono. È come se Manganelli prefigurasse, dentro le seduzioni del dinamismo, della velocità, della luminosità, del rumore di fondo che caratterizzano il mondo d’oggi, un inevitabile ritorno all’origine di tutto; del resto, dopo avere inseguito traiettorie sovente erroneamente ritenute evolventesi senza fine verso una luce più limpida, si può ripiombare nel buio più assoluto. Leopardi, in La ginestra, mostrava di esserne amaramente consapevole: dentro un “secol superbo e sciocco”, “dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive”.

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