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Walker Evans: i volti di un'America che non c'è più

Mostra fino al 10 luglio nell'ambito di Fotografia Europea a Reggio Emilia

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I lavoratori americani passano per strada, il fotografo ne “cattura” l’immagine ma molti di loro non guardano l’obiettivo. Sembrano troppo impegnati, assorti nei loro pensieri; forse qualcuno era anche in ritardo… Nella metropolitana di New York i passeggeri viaggiano veloci ma i minuti sembrano passare lenti: non ci sono sorrisi, solo gente che pensa a ciò che l’aspetta, che scruta i vicini o che magari si appisola fra una stazione e l’altra… E’ il 1940 circa. Dietro all’obiettivo c’è Walker Evans, maestro del reportage che ha affascinato un’intera generazione di fotografi in Italia.
Queste sono alcune delle “scene” che si vedono nella mostra Walker Evans. Anonymous, aperta fino al 10 luglio a Palazzo Magnani a Reggio Emilia. Una delle mostre principali del calendario di Fotografia Europea 2016. Il percorso si completa con Walker Evans. Italia nella stessa sede. 

Walker Evans vive fra il 1903 e il 1975. Scatta foto e scrive articoli per riviste americane a grande diffusione, come “Fortune”, documentando i problemi sociali degli Stati Uniti e non solo. Lo stile di Evans influenza i fotografi emiliani negli anni ’70-’80, da Luigi Ghirri a Gabriele Basilico. Inoltre, come recita la spiegazione all’ingresso, in questo fermento ha un ruolo importante anche la critica, “in particolare Arturo Carlo Quintavalle dell’Università di Parma che strinse un rapporto di collaborazione con John Szarkowski, direttore del Dipartimento di Fotografia del Moma, avviando una felice stagione di rinnovamento culturale”.

Ma tutto questo ve lo raccontano gli esperti. È bene saperlo, però qui raccontiamo le sensazioni che le foto di Walker Evans possono suscitare nel pubblico. Chiaramente ogni impressione è soggettiva, quindi l’America anni Trenta a qualcuno può piacere mentre altri potrebbero detestarla. Ma spesso le foto d’epoca, gli scatti in bianco e nero colpiscono e fanno riflettere su un mondo che non c’è più. Specie se a “raccontare” è un fotografo con la sensibilità di Walker Evans.
Si sale lungo una scala a chiocciola e si comincia il percorso con le immagini dei palazzi in costruzione nella New York anni ’20. In una teca, ecco libri e riviste su cui l’autore pubblicava foto e reportage: ce ne saranno in tutte le sale. I grattacieli lasciano presto spazio ai (tanti) volti. Walker Evans immortala i volti dei lavoratori con Labor Anonymous: a giudicare dall'abbigliamento ci sono dai meccanici alle operaie, fino agli uomini d'affari. Persone di varie estrazioni sociali. Ognuno vive una storia, che da questo lato del vetro possiamo solo immaginare: un'intera parete di volti, dietro alla quale potrebbero celarsi centinaia di vicende di vita quotidiana. 
Diversi scatti testimoniano l'America "profonda" degli anni Trenta, con le case in legno, le auto scure con il cofano lungo e spazioso, i neri ancora soggetti a discriminazioni. Quei volti che guardano nell'obiettivo senza particolari espressioni fanno pensare a un contesto sociale non facile, nel sud degli Stati Uniti, in quell'epoca (e non solo). 
Molto interessante è la serie dei volti "catturati" nella metropolitana di New York, fra il 1938 e il 1940. L'autore immortala le persone senza che si accorgano della macchina fotografica: le espressioni sono così assolutamente naturali. Alcuni passeggeri dormono seduti al loro posto, qualcuno pare guardare nell'obiettivo; qualcosa attira l'attenzione di un giovane ripreso nel vagone... Scriverà Evans nel '62: "Un giorno l'incredibile 'non euforia' della vita nella metropolitana di New York potrebbe essere immortalata da un Dickens o un Daumier dei nostri tempi. L'ambientazione è una miniera d'oro sociologica in attesa di un artista imperante che, al contempo, può rappresentare la "location" ideale per ogni ritrattista stufo del proprio studio e degli orrori della vanità. In fondo a questa sweatbox ondeggiante, l'artista trova una sfilata di modelli prigionieri e disinvolti, la cui scelta è automaticamente destinata al puro caso".

Walker Evans racconta anche il lavoro e soprattutto la disoccupazione. Un suo reportage del 1961 testimonia i problemi sociali legati alle trasformazioni negli Stati Uniti centrali e dell'est. Racconta la disoccupazione, sia nuova sia vecchia povertà in zone redditizie, da Pittsburgh, al Massachusetts, fino al Tennessee.
Il percorso si chiude con foto agli attrezzi da lavoro e con una citazione su fotografia e vita: il grande fotografo invita ad osservare e ascoltare, "morire conoscendo qualcosa. Non si vive a lungo". 
La scala che porta all'uscita arriva fin troppo presto... Ma al piano terra ecco la "coda" con "Walker Evans. Italia": ci sono 35 scatti prestati dallo Csac - l'autore "racconta" vari centri di West Virginia, Pennsylvania e New York nel 1935-38 - un battello sul Mississippi, New York di circa novant'anni fa e vari scatti e oggetti degli autori italiani influenzati dall'opera di Walker Evans, da Luigi Ghirri a Gabriele Basilico. 

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