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Castelluccio, il paese della fioritura non c'è più

Le strade per arrivare sull'altipiano non sono percorribili. Resta in paese solo un piccolo gruppo di irriducibili

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Isolato e distrutto. "Resteremo, chi produce le lenticchie?"
Il viaggio inizia con lo sguardo che spazia dal Pian Grande al Pian Perduto: c'è solo un cielo blu che sembra giugno e verde all'orizzonte, un prato infinito che ti vien solo voglia di correre a perdifiato e che tra maggio e metà luglio esplode in un tripudio di colori - la "Fioritura" - in mezzo alle vette dei Sibillini custodi del segreto. Castelluccio di Norcia era questo: un’emozione, un luogo magico dove, se avevi la fortuna di arrivare, difficilmente dimenticavi quel che avevi visto.

E Castelluccio era la perla, il gioiellino incastonato a 1.450 metri su una collina al centro esatto dell’altopiano. Un posto da cui lo sguardo poteva andare davvero lontano. E perdersi. Ma il borgo più alto dell’Appennino non c'è più, distrutto dal terremoto del 30 ottobre, isolato dal resto del mondo, spaccato fin nell'anima: visto dall'alto sembra essersi ripiegato su se stesso, imploso verso l’interno, come quando i bambini si raggomitolano incastrando la testa tra le ginocchia, per sconfiggere la paura del buio.

Arrivare quassù è un’impresa: la scossa ha devastato sia la strada per Visso che quella per Norcia e, dunque, ci sono solo due modi. L’elicottero o un’impervia mulattiera di montagna. Da Norcia ci vogliono almeno due ore per percorrerla, con una jeep 4x4. Altrimenti neanche ci si arriva. «Io non sono mai andata via da qua, in 56 anni di vita. Sarebbe un dolore enorme lasciare Castelluccio, sarebbe come se mi portassero via un pezzo di cuore», dice Sandra Barcaroli mentre guarda verso i prati dove tra qualche mese bisognerà scegliere il momento adatto per seminare le lenticchie. «Perché anche da quando semini le lenticchie dipende il buon esito della Fioritura».

Sandra è uno dei 13 residenti ufficiali di Castelluccio: d’estate o nelle giornate di primavera quassù ci sono anche mille persone al giorno, ma di questi tempi sono loro gli irriducibili. Sandra assieme a Gino, Dino e Adorno. Emiliano. Uno alleva pecore, l’altro cavalli, tutti fanno formaggio e lenticchie. Diego Pignatelli è il presidente della Proloco. Di cosa avete bisogno, Diego? Che volete fare? «Come prima cosa - risponde - ci devono aprire una strada, perché non abbiamo una via d’uscita. E poi devono dirci dove mettere gli animali, perché è evidente a tutti che il paese non è più praticabile, anzi non c'è proprio più. Ed è evidente che non ci muoveremo da qui fin quando non avremo sistemato nella maniera migliore gli animali». E poi? «E poi ci prendiamo tutti quattro mesi di vacanza e ce ne andiamo al mare». Vuol dire che non tornerete? «Ma che sei matto? A primavera saremo di nuovo tutti qui, non pensino che non torneremo. Dobbiamo lavorare la terra, seminare, che facciamo non produciamo più le lenticchie? Questa è la nostra vita: nessun terremoto e nessun governo ce la toglierà. Anzi, dico una cosa a Renzi: Castelluccio entro due, tre anni al massimo deve essere ricostruito, noi non molleremo». Sandra, Diego e gli altri vivono in un camper e due container: uno funziona da camera da letto e l’altro da soggiorno cucina. «E' tutta roba che ci siamo procurati da soli - spiega ancora Diego - entro primavera però devono darci le casette».

Perché di case vere non c'è più traccia. Come del resto. Il cartello del ristorante «L'Altopiano» è appoggiato a terra, la freccia indica solo un cumulo di macerie; dell’osteria bed&breakfast Lu Soccio, «nel cuore del paese vicino alla Chiesa» dice la segnaletica, non c'è più traccia. Come della Chiesa. Perché è venuto giù tutto lo capisci guardando la strada che gira intorno al paese: l’energia liberata dalla scossa ha sollevato l’intera collina per poi lasciarla ricadere giù con tutta la violenza possibile. L’asfalto si è spaccato di netto con una parte che è scesa un metro più in basso; la strada si è inclinata verso la valle.
Verso la piana della Fioritura, è ancora peggio. Da una casa sventrata si vede un letto ancora fatto e, al piano di sotto, un tavolo e un frigorifero; un enorme cumulo di macerie si staglia il monte Vettore. Quella montagna che, scrive lo storico dell’arte Romano Cordella in «Castelluccio di Norcia, il tetto dell’Umbria», ha generato tante leggende. Lì dentro c'era l'ingresso dell’Ade. E poco distante l’antro della Sibilla, condannata a vivere in eterno nelle viscere della terra.


Quel che è certo è che la terra si è vendicata su questo borgo prezioso, cancellando in un colpo solo leggenda e realtà. Al centro del paese non c'è altro che un’enorme montagna di detriti, pezzi di tegole, camini, blocchi di cemento armato mischiati alla pietra sbriciolata, pezzi di lamiera, resti di finestre. «Vorrei dire a Renzi - sorride Sandra - che è stato il terremoto a portarci via le case, che ci ha buttato giù e ci ha lasciato fuori dal mondo. Ora ci vogliano portare via ma noi vogliamo restare qui. In fondo, basta qualche casetta. Perché senza di noi, i fiori non spuntano».

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