Le pagelle dei vini
di Andrea Grignaffini
Se il comparto vinicolo in questi ultimi dieci anni ha fatto progressi continui, in certi casi addirittura sensazionali (vedi caso Lambrusco) e l’anno scorso fu il suo annus mirabilis per la critica enologica italiana, quest’anno è stato leggermente sottotono. Certo la vita bioritmicamente non è una parabola progressiva: ci stanno intoppi, cadute, rallentamenti. Figuriamoci con il vino che è materia viva, sensibile e, fortunatamente, in relazione ad annate che hanno indiscutibili segnali caratteristici (nel bene e nel male). Nessun problema quindi per un affresco 2012 non così roseo per come eravamo abituati ma senza dubbio di buon profilo. Veniamo alle cose positive, che non sono poche. In primis l’attestazione a livelli assoluti (piaccia o non piaccia) del succitato fenomeno Lambrusco «alla parmigiana». Lanciato anni fa dalle Cantine Ceci, captando le onde radar più sottili che indirizzavano i consumi verso tipologie di vino più ammiccanti e femminili, l’Otello è ancora oggi un vino cult (pensiamo a 5 grappoli assegnati ormai da anni dalla Guida AIS). Via buona tanti i proseliti come nel caso di Ariola con il successo - mondiale, ricordando il premio IWC – del Marcello (con la strabiliante votazione maroniana di 98/100 miglior vino d’Italia, pur ex aequo); di Monte delle Vigne (quest’anno il suo Lambrusco è quasi ai vertici aziendali), di Carra (sempre performante), di Dall’Asta. Per non scrivere di Lamoretti che resta l’unico a produrre Lambrusco Colli di Parma DOC, scegliendo la via della chiarezza e che quest’anno ha avuto risultati invero positivi su tutta la gamma. Vicenda singolare quella di questa classicissima cantina di Casatico: un tempo ai massimi livelli nei bianchi frizzanti, poi passata con ottimi risultati ai rossi fermi e oggi matura e completa in ogni segmento produttivo. E proprio su questo concetto anche Monte delle Vigne non è più premiata solo per i vini di punta ma su tutta la sua produzione anche frizzante. Bene, molto bene anche i nostri vignaioli di stampo naturale: Camillo Donati ormai nella tipologia è personaggio conosciuto financo all’estero e anche quest’anno si è aggiudicato perfomance di alto livello, i ragazzi di Crocizia appassionati come non mai e con bicchieri ben delineati e per finire Alberto Carretti del Podere Pradarolo che con i suoi vini (spumanti inclusi) a lunghissime macerazioni sta facendo discutere il mondo del vino italiano. Se poi dobbiamo parlare di un problema che forse potrebbe rallentare l’ulteriore crescita di un comparto che in un paio di lustri ha pur fatto passi da gigante, è la vastità della gamma di prodotti nel maggior numero di aziende: tra linee differenti, rincorsa spasmodica alla copertura di tutto il «bevibile e abbinabile» si rischia una diversificazione davvero esorbitante. Ormai ogni azienda dovrebbe sapere su cosa puntare e su cosa lavorare per il meglio: cercare di accontentare tutti spesso vuol dire poi in fondo di non accontentare nessuno.
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