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Ricordando Armando Marchi, un intellettuale in azienda

Davide Barilli: "A lui si deve l'esperienza innovativa del 'nuovo raccoglitore'". L'economista Giulio Sapelli: "Un uomo rimasto sempre libero. Ci manca molto".

Ricordando Armando Marchi

Ricordando Armando Marchi

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Monica Tiezzi
Un intellettuale che ha saputo stare in azienda coltivando spazi di autonomia e libertà; un aristocratico col tratto dell'understatement, che guardava al prossimo con umiltà, attenzione e rispetto; un uomo fortemente radicato a  Parma, che però della città vedeva - e criticava -  le  tradizioni esauste, l'autorefenzialità, la chiusura al nuovo, il presenzialismo vuoto. In una parola, il provincialismo.
Così, a cinque anni dalla morte,  è stato ricordato ieri sera alla libreria Feltrinelli di via Farini Armando Marchi, saggista e giornalista, traduttore e dirigente d'azienda, una carriera nelle case editrici (Guanda, Bollati Boringhieri, Editori Riuniti e Norma) e, dal 1996,  in Barilla: prima come responsabile delle relazioni esterne e poi nel Barilla Lab.
A parlare di lui e del suo lavoro ieri si sono ritrovati Davide Barilli, scrittore e giornalista della Gazzetta di Parma, collega di Marchi, dal 1983 al 1988, nell'avventura  del «Nuovo Raccoglitore», supplemento quindicinale  del quotidiano; la scrittrice e giornalista Manuela Stefani, amica di Gloria, moglie di Armando Marchi  (all'incontro con i figli Clementina, Filippo e Livia);  l'economista Giulio Sapelli, con Marchi fra le menti   del Barilla lab for  knowledge and innovation.
Barilli ha ripercorso  l'esperienza del Nuovo Raccoglitore, nato sulla scorta del  Raccoglitore degli anni Cinquanta: «Un'idea editoriale innovativa, che anticipava il “Tuttolibri” de La Stampa, con il gusto della dissacrazione, che voleva stare lontano dai best seller, scoprire talenti nuovi e sprovincializzare la stagnante cultura cittadina», dice Barilli. In questo lavoro (in tutto 111 numeri, inviati puntualmente a 500 intellettuali italiani), Marchi mise «il suo aplomb, la sua curiosità intellettuale, la sua ironia, la convinzione dell'eticità della cultura e della necessità di sviluppare una coscienza critica». 
Manuela Stefani   ha parlato dell'Armando   privato, del suo attaccamento agli affetti familiari, della sua storia d'amore ultratrentennale con la moglie: «Siamo qui - ha detto - anche a prendere parte alla dichiarazione d'amore di Gloria per Armando». 
 Di Armando Marchi come «intellettuale  destinato, nel suo impegno di creare un'impresa che facesse profitti e cultura,  a una sconfitta che la morte gli ha impedito di vedere» ha parlato Giulio Sapelli nel suo emozionato intervento. «Nell'impresa, il ruolo dell'intellettuale è stare su un crinale di ghiaccio cercando  di  non perdere il senso della persona. Rispettato, ma non sempre sopportato. Armando è stato essenzialmente un grande moralista, che ha cercato di restare uomo libero, di riempire di contenuti e di senso la grande stupidità che è la managerialità».
Profetici gli aforismi di Armando Marchi, letti dalla figlia Livia e tratti dal volume «Il dragomanno e il dilemma del senso» pubblicato postumo nel 2010 da Guarini e Associati (e al proposito, Barilli ha svelato che uscirà presto un altro libro inedito di Marchi, il racconto filosofico «Le isole invisibili»). Profetici su tante realtà  da lui  intuite, e  oggi arrivate a una deriva eclatante: l'imbarbarimento dei media («Le buone notizie non fanno audience perchè sono banali»); la crisi della  rappresentatività  («viviamo una democrazia referendaria, i cittadini sono chiamati a dire sì o no, non a partecipare alle decisioni. Consenso, non governo, perchè occorre abbassare il senso critico della gente»), lo scollamento fra politica e società («La politica  è arrogante e gerarchica: chi sta in alto considera chi sta in basso ignorante, chi sta in basso considera chi sta in alto incompetente»), l'endemica cortigianeria italiana («cambiano i padroni, ma maggiordomi e lacchè restano»). 
Fino alla profezia più lungimirante, quella   sulla necessità di un umanesimo aziendale che può essere forse l'unico   antidoto alla crisi. Stare nelle aziende, dice Sapelli, «nè “contro” nè “con”, cercando di non fare ciò che non si deve fare». Scrive Marchi:  «L'insoddisfazione è una forza propulsiva. Chi si lamenta è perchè vorrebbe un sistema migliore  in cui autorealizzazione e perseguimento degli obiettivi aziendali siano in equilibrio... L'ottimista nelle organizzazioni aziendali è spietato, passivo e conformista».  
Monica Tiezzi
Un intellettuale che ha saputo stare in azienda coltivando spazi di autonomia e libertà; un aristocratico col tratto dell'understatement, che guardava al prossimo con umiltà, attenzione e rispetto; un uomo fortemente radicato a  Parma, che però della città vedeva - e criticava -  le  tradizioni esauste, l'autorefenzialità, la chiusura al nuovo, il presenzialismo vuoto. In una parola, il provincialismo.Così, a cinque anni dalla morte,  è stato ricordato ieri sera alla libreria Feltrinelli di via Farini Armando Marchi, saggista e giornalista, traduttore e dirigente d'azienda, una carriera nelle case editrici (Guanda, Bollati Boringhieri, Editori Riuniti e Norma) e, dal 1996,  in Barilla: prima come responsabile delle relazioni esterne e poi nel Barilla Lab.A parlare di lui e del suo lavoro ieri si sono ritrovati Davide Barilli, scrittore e giornalista della Gazzetta di Parma, collega di Marchi, dal 1983 al 1988, nell'avventura  del «Nuovo Raccoglitore», supplemento quindicinale  del quotidiano; la scrittrice e giornalista Manuela Stefani, amica di Gloria, moglie di Armando Marchi  (all'incontro con i figli Clementina, Filippo e Livia);  l'economista Giulio Sapelli, con Marchi fra le menti   del Barilla lab for  knowledge and innovation.Barilli ha ripercorso  l'esperienza del Nuovo Raccoglitore, nato sulla scorta del  Raccoglitore degli anni Cinquanta: «Un'idea editoriale innovativa, che anticipava il “Tuttolibri” de La Stampa, con il gusto della dissacrazione, che voleva stare lontano dai best seller, scoprire talenti nuovi e sprovincializzare la stagnante cultura cittadina», dice Barilli. In questo lavoro (in tutto 111 numeri, inviati puntualmente a 500 intellettuali italiani), Marchi mise «il suo aplomb, la sua curiosità intellettuale, la sua ironia, la convinzione dell'eticità della cultura e della necessità di sviluppare una coscienza critica». Manuela Stefani   ha parlato dell'Armando   privato, del suo attaccamento agli affetti familiari, della sua storia d'amore ultratrentennale con la moglie: «Siamo qui - ha detto - anche a prendere parte alla dichiarazione d'amore di Gloria per Armando».  Di Armando Marchi come «intellettuale  destinato, nel suo impegno di creare un'impresa che facesse profitti e cultura,  a una sconfitta che la morte gli ha impedito di vedere» ha parlato Giulio Sapelli nel suo emozionato intervento. «Nell'impresa, il ruolo dell'intellettuale è stare su un crinale di ghiaccio cercando  di  non perdere il senso della persona. Rispettato, ma non sempre sopportato. Armando è stato essenzialmente un grande moralista, che ha cercato di restare uomo libero, di riempire di contenuti e di senso la grande stupidità che è la managerialità».Profetici gli aforismi di Armando Marchi, letti dalla figlia Livia e tratti dal volume «Il dragomanno e il dilemma del senso» pubblicato postumo nel 2010 da Guarini e Associati (e al proposito, Barilli ha svelato che uscirà presto un altro libro inedito di Marchi, il racconto filosofico «Le isole invisibili»). Profetici su tante realtà  da lui  intuite, e  oggi arrivate a una deriva eclatante: l'imbarbarimento dei media («Le buone notizie non fanno audience perchè sono banali»); la crisi della  rappresentatività  («viviamo una democrazia referendaria, i cittadini sono chiamati a dire sì o no, non a partecipare alle decisioni. Consenso, non governo, perchè occorre abbassare il senso critico della gente»), lo scollamento fra politica e società («La politica  è arrogante e gerarchica: chi sta in alto considera chi sta in basso ignorante, chi sta in basso considera chi sta in alto incompetente»), l'endemica cortigianeria italiana («cambiano i padroni, ma maggiordomi e lacchè restano»). Fino alla profezia più lungimirante, quella   sulla necessità di un umanesimo aziendale che può essere forse l'unico   antidoto alla crisi. Stare nelle aziende, dice Sapelli, «nè “contro” nè “con”, cercando di non fare ciò che non si deve fare». Scrive Marchi:  «L'insoddisfazione è una forza propulsiva. Chi si lamenta è perchè vorrebbe un sistema migliore  in cui autorealizzazione e perseguimento degli obiettivi aziendali siano in equilibrio... L'ottimista nelle organizzazioni aziendali è spietato, passivo e conformista».  

 

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