il direttore risponde

Denatalità, non è solo questione di soldi

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Egregio direttore,
nonostante la mia stima per la sua persona e per il giornale che dirige, la sua risposta alla lettera del signor Bruschi; in cui lei appoggia incondizionatamente le sue idee, personalmente mi lascia sconcertato. Al di la delle roboanti parole del ministro, che mi ricordano molto il mitico: FIGLI Alla Patria del ventennio, in cui ogni nascita veniva premiata con un quintale di farina, devo ricordare che i tempi cambiano. Ora se in una Famiglia non si lavora in due, per arrivare alla fine del mese si fanno salti mortali degni del circo Togni! Prendo ad esempio mio figlio: due bimbi; uno di 8 anni e una di 19 mesi. Un mutuo di 750 Euro mensili, spese scolastiche, mensa, trasporto, scuola nuoto,spese mediche e varie. Per non parlare della piccolina. Dato che abitiamo in paese e per lavoro devono venire a Parma con orari strampalati, hanno bisogno di due auto con relative spese! Mia nuora va al lavoro dalle 6 alle 14; mi figlio, dalle 5/30 alle 21. Come vede due auto non sono un lusso! Facendo quindi i famosi conti «della serva», uno stipendio, più un pezzo dell’altro se ne va! Poi bisogna vestirsi e mangiare; per non parlare delle bollette! Mi dica lei al di la delle belle frasi roboanti, e poetiche, pensare di mettere al mondo altri figli? Sono dell’idea che per farli nascere, bisogna garantire loro una vita decorosa e sicura! Per sopperire alla nostra denatalità, ci pensano le «risorse» e i «nuovi Italiani» che figliano come conigli; tanto le spese le mantiene la comunità! Per quanto poi riguarda la gente dei barconi che sono piene di bimbi; io penso che questa gente siano degli incoscienti! Si ricordi che anche qui nel meridione; fino a qualche decennio fa, più erano miserabili e più figli facevano! Questa è una equazione alla quale non si sfugge! Per finire; la decisione di fare un figlio, DEVE spettare SOLO ai genitori; e che la politica ne stia fuori! Sarò cinico; ma io la penso così.

Caro They,
conosco bene i problemi (e i costi) di chi ha figli, avendone cinque – tutti dalla stessa donna – e di età compresa fra i 7 e i 28 anni. Conosco bene quindi tutte le problematiche: da quelle di chi va all’asilo a quelle di chi fatica a trovare lavoro. Non v’è dubbio che in quello che lei dice ci sia del vero, molto di vero. Ma sono convinto che limitarsi all’aspetto economico sia fuorviante, perché i motivi per cui non facciamo più figli sono soprattutto altri. E provo a spiegarmi citando alcuni fatti che lei può verificare – ad esempio – accedendo su Internet alle statistiche dell’Istat.
Primo. La denatalità in Italia è cominciata ben prima della crisi economica scoppiata nel 2008. E’ cominciata alla fine degli anni Sessanta, quando c'era più sicurezza rispetto ad oggi, e dopo che (nel 1970, con lo Statuto dei lavoratori) è stato reso più stabile il posto di lavoro. Si facevano più figli, comunque, anche in condizioni di precarietà ben superiore a quelle di oggi, e con molti meno beni a disposizione. È la storia dei nostri nonni e dei nostri genitori.
Secondo. Se osserviamo l’intero pianeta, lei vedrà che la denatalità riguarda i Paesi più ricchi, non quelli più poveri. Liquidare questo dato solo dando degli ignoranti e degli incoscienti ai poveri che fanno figli non spiega il comportamento di chi povero non è, o lo è molto di meno.
Terzo. Se osserviamo la sola Italia, lei vedrà che le regioni con il tasso più alto di denatalità (da venticinque anni a questa parte) sono quelle più ricche per reddito e per servizi.
Quarto. Come ha scritto anche lei, in Italia gli unici a far figli sono gli stranieri, cioè i più poveri.
Tutto questo credo sia sufficiente perlomeno a far capire che, dietro il fenomeno della denatalità, ci sia molto altro, oltre che la crisi economica attuale. C’è un cambiamento del costume di noi occidentali, voglio dire di noi ricchi del pianeta: le donne lavorano e hanno più difficoltà ad accudire i figli; la famiglia non è più un’istituzione solida come una volta; per i nostri figli pretendiamo percorsi di studi e posti di lavoro ben più prestigiosi di quelli che noi – e ancor più le generazioni precedenti – accettavamo senza esitare. Lavori che oggi fanno gli stranieri, i quali hanno semplicemente riempito un vuoto provocato dal nostro benessere, non dalla nostra povertà.
La campagna del ministro Lorenzin, sarà stata discutibile nei modi. Ma ricordare che esiste il problema (ad esempio, ricordare che dopo i trent’anni la fertilità cala) non credo sia sbagliato. Molto sbagliato, invece, penso che sia esorcizzare la questione osservandone un solo aspetto. La realtà è sempre un insieme di fattori.

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  • Biffo

    08 Settembre @ 17.45

    Direttore, mi scusi, ma ancora mi trovo in disaccordo con Lei. Non sono i più poveri a fare più figli, ma quelli maggiormente ignoranti, sia in fatto di contraccezione, che di qualità di vita futura da offrire alla prole, da questi genitori messa al mondo in modo inconsapevole ed irresponsabile. Non siamo più ai tempi in cui un poveretto andava a lavare nei campi a 6 anni, invece di andare a scuola, per riscattare la sua condizione di ceto e censo; o, pochi anni dopo, andava a faticare come un mulo in qualche officina o nella bottega di qualche artigiano, ritrovandosi poi, vecchio decrepito, senza nemmeno una misera pensioncina. Oggi, i genitori "egoisti" desiderano che i figli si conquistino un diploma od una laurea; certo non i figli degli immigrati, che vivono di prebende immeritate di uno Stato, assistenzialista, come il nostro. Portare un figlio al diploma ed alla laurea costa parecchio, e non tutti possono permettersi 5 figli o più, se non forse certi noti talebani neo-catecumenali. Sono passati anche i tempi in cui delle povere donne mettevano al mondo 10 o 12 figli, e ne moriva la metà, ed infine, le madri coatte, se ne andavano all'altro mondo per i parti plurimi, a 50 anni, distrutte dalle gravidanze, e parevano delle vecchie di 90.

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