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Il direttore risponde

Montanelli, Casalegno e pochi altri

Michele Brambilla

Michele Brambilla

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Caro direttore,
mi sono riletto oggi con particolare piacere la bella pagina che avete dedicato al saggio di Nicola Porro e alla parte dedicata a te, al tuo coraggioso comportamento quando fare il giornalista sul serio era veramente difficile, se non impossibile oltretutto in certi posti come Milano. Nei miei 18 anni in piazza Cavour nel secondo piano del palazzo dei giornali era facile incontrare Montanelli, specie quando andavamo assieme a San Siro usufruendo del pullman che partiva davanti al cinema a causa del blocco del traffico. Era una festa circondarlo e farlo parlare. Per noi quasi giovani era già un mito e lo sarebbe diventato ancora di più dopo che lo ferirono. Per noi della Stampa ci fu l’uccisione del professor Casalegno che era molto legato a noi sportivi essendo delegato al controllo dello sport. Conservo ancora gelosamente un suo scritto quando mi premiò per una serie di articoli sullo sciopero in bianco del Torino (ero ancora al Valentino nella nuova sede) che mi costò l’abiura da parte della società granata. Pianelli scrisse protestando con il direttore Ronchey chiedendo la mia...testa. Come risposta La Stampa mi mandò la domenica dopo a fare il servizio sul Torino che giocava a Verona.
In effetti scrivere “contro” certa opinione pubblica, significava rischiare la pelle. Quando venni espulso da Cuba, Panorama mi descrisse come il giornalista che non aveva apprezzato il menu cubano. Automaticamente venni inquadrato come giornalista di destra, più o meno estrema. Avevo soltanto scritto quello che vedevo. Enzo Tortora, al ritorno in Italia mi dedicò un articolo elogiandomi per il mio coraggio essendo stato il primo giornalista a scrivere i servizi direttamente da L’Avana (e non dopo come facevano i colleghi al ritorno). Per il semplice fatto che avevo imparato a usare la telescrivente ed ebbi modo da mandare gli articoli, come avevo fatto in altre parti d’Europa quando telefonare era quasi impossibile. Dalla Russia, da Soci feci un po’ di ... corruzione coi dollari coinvolgendo quelli dell’ufficio postale e riuscii a mandare l’articolo. I colleghi ci riuscirono al ritorno a Milano in nottata. Immaginati quando a Torino - dove risiedeva la mia famiglia - mia moglie venne sorteggiata per fare parte della giuria popolare del processo alle Brigate rosse.... Ebbero pietà di lei apprendendo che era moglie di un giornalista della Stampa con due bambini: era indirettamente coinvolta con l’uccisione di Casalegno. Concludo complimentandomi ancora con te per avere fatto il nostro mestiere con grande coraggio e obiettività, come aveva fatto Guareschi. E come continui a fare con la Gazzetta anche se comprendo che non è facile. Parma è una città che non è quella che sembra. Buon lavoro
Giorgio Gandolfi

Caro Giorgio,
grazie per questa tua testimonianza, che è un piccolo saggio di storia. Ci ricorda i tempi in cui erano pochi ad avere il coraggio di dire ciò che era sotto gli occhi di tutti: e cioè che accanto un terrorismo di destra, quello delle bombe, ce n’era pure uno di sinistra. Le Brigate rosse rapivano e ammazzavano, ma per la stragrande maggioranza dei giornali erano “sedicenti”: fascisti o peggio ancora poliziotti mascherati. Quando Feltrinelli saltò per aria mentre metteva la dinamite su un traliccio dell’alta tensione a Segrate, tutto il giornalismo “perbene” disse subito che non c’erano dubbi, era stata la polizia ad accopparlo e poi a organizzare la messinscena: ci volle la testimonianza delle stesse Br, sette anni dopo, per far emergere la verità, e cioè che il miliardario-editore era “un combattente morto in battaglia”, cioè mentre cercava di far mancare l’energia elettrica a Milano. E quando ammazzarono il commissario Calabresi, che tutta l’intellighenzia aveva ingiustamente accusato di essere l’assassino dell’anarchico Pinelli, anche lì si invento una pista “di destra” che non esisteva né in cielo né in terra.
Pochi, dicevo, si opposero a quel clima infame. Tu ne ricordi due, Montanelli e Casalegno, e mi tocchi nei sentimenti, perché a Montanelli sono stato legato proprio da quando, nel 1991, uscì il mio libro che citi, L’’Eskimo in redazione”; e a Casalegno è intitolata la sala riunioni de La Stampa, dove ho lavorato fino a un anno fa.
Resta da chiedersi perché legioni di giornalisti, scrittori, uomini di cultura spettacolo eccetera si trasformarono in rivoluzionari da salotto. Non credo che lo fecero per ideologia, ma per qualcosa di peggio: per conformismo. Il vento vincente, allora, pareva quello che aveva cominciato a soffiare nel Sessantotto. E molti pensarono che era opportuno accodarsi. Come diceva Longanesi, al centro della bandiera italiana dovrebbe essere scritto “Ho famiglia”.

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