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IL DIRETTORE RISPONDE

Sulla «laicità» di Veronesi

Michele Brambilla

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Egregio direttore,
sono convinto che a molti sia sfuggito un invito molto assennato dato da Umberto Veronesi: la morale laica può andare d’accordo con la morale del credente. Ha lasciato scritto il famoso oncologo: «Questa frase del filosofo francese Pierre Hadot mi ha illuminato sul mio testamento intellettuale: “Molti dispensatori di lezioni, molti censori che dispensano morale agli altri con sufficienza, con ironia, con cinismo, con durezza, ma è estremamente raro vedere un uomo mentre si sta esercitando a vivere e pensare" (…) Non ho lezioni di vita o di morale né verità da tramandare, ma solo l'esperienza di un uomo che ha molto vissuto e molto pensato. (…) Sono giunto alla conclusione che il mestiere dell'uomo è pensare. Pensare autonomamente, coscientemente per costruire un sistema libero di interpretazione del mondo. Certo la nostra libertà di pensiero è limitata da scelte che non abbiamo potuto fare in prima persona: i genitori e il paese in cui nasciamo prima di tutto. Tuttavia dobbiamo ampliare la nostra autonomia adottando il dubbio come metodo». Sono fermamente convinto che questa sua manifestata convinzione costituisca un tema affascinante.
Bisognerebbe convincere credenti e non credenti che non debbano continuare a pretendere che i loro princìpi base siano irrinunciabili. (…) Sulla Gazzetta di Parma di qualche giorno fa, nella pagina riservata agli spettacoli troviamo un articolo di Nicoletta Tamberlich che parla della Fiction su Rai Uno di Vanessa Incontrada. E’ un film liberamente ispirato alla vicenda reale di una signora che lotta per il riconoscimento al diritto ai ragazzi disabili di frequentare insieme agli altri bambini la scuola dell’obbligo.
Quella donna intraprese quella difficile battaglia dopo che sua figlia sopravvisse miracolosamente a una gravissima malattia, rimanendo semi-paralizzata. Incontrada afferma: «Non bisogna dimenticare che tanta gente ha lottato per arrivare ad oggi. Bisogna sempre lottare, non bisogna fermarsi». E la direttrice di Rai Fiction, Eleonora Andreatta, afferma: « … i temi di cui si parla, a cominciare dai valori, dalla passione civile e dall’impegno per la costruzione di un domani migliore». Non v’è dubbio che queste raccomandazioni siano valide.
Ma si può tranquillamente aggiungere che sia le affermazioni dell’attrice che lo spirito del film siano partiti da un fatto: la sofferenza di una donna che l’ha portata a lottare per fare in modo che tutti coloro che si fossero trovati in quelle condizioni potessero trovare soluzione a quel grave problema. (…) Veronesi nella sua lunga esperienza professionale vide tanta sofferenza e creò una sua filosofia: la sofferenza va esaminata, combattuta fin che si può, poi ci deve essere la resa. Se questa presa di posizione venisse, come in effetti oggi è, contrastata dalla morale cattolica, Veronesi propone un dialogo. Perché lui ha sostenuto fino all’ultimo che il dialogo fra morale laica e morale del credente ci possa essere. L’avvicinarsi a una morale comune potrebbe costituire un grande passo in avanti.
Vorrebbe dire oltretutto far vincere il pensiero filosofico puro: il trionfo della ragione.
Giuseppe Pigozzi
Parma, 13 novembre

Caro Pigozzi, io la ringrazio per le molte lettere che ci scrive, ma la invito (e invito tutti i lettori) a una maggiore sintesi, altrimenti mi trovo costretto, come in questo caso, a tagliare. Comunque, il concetto che lei vuole esprimere è chiaro. E mi permetta, dopo i tagli, anche di dissentire. Mi spiego.
Umberto Veronesi ha molti meriti: non solo perché ha curato molte persone, ma soprattutto perché ha posto in primo piano la questione del cancro, favorendo la ricerca e la nascita di strutture organizzate. Se parlo di Veronesi medico non posso che unirmi al coro di lodi in sua memoria. Nella sua filosofia, però, non trovo affatto quella laicità che lei – e molti come lei – esaltano. Veronesi era un non credente, ma a mio parere tutt’altro che laico nelle sue convinzioni. Sosteneva senza alcun dubbio laico che un bambino nella pancia della mamma non è che un grumo di cellule, che un uomo non è altro che un animale evoluto, e che nella nostra società, sempre più invecchiata, a un certo punto sarà necessario introdurre una sorta di eutanasia obbligatoria. Che a un certo punto ci “debba” essere una resa, come lei dice, è un’opinione. Ma non può essere un obbligo.
Insomma, a me il Veronesi-medico piace, il Veronesi-filosofo molto meno: perché non condivido le sue idee, ma soprattutto perché mi sembra fideista anch’egli, sia pure da una sponda opposta a quella che non gli piaceva.

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