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Camilleri sulle tracce di Samuel Ben

«Narro l'avventurosa vita di un ebreo del '400 convertito al cristianesimo»

Andrea Camilleri

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Sono passati vent’anni dalla pubblicazione del primo dei ventuno libri con protagonista il commissario Montalbano venduti in quindici milioni di copie («La forma dell’acqua», uscì proprio nel marzo del 1994), e quindici dal primo dei film televisivi che ha fatto del ruolo del commissario una superba icona, e sempre più Andrea Camilleri è scrittore a tutto tondo. Che scriva gialli intricati o romanzi storici nell’ambito d’una Sicilia arcaica, combattiva o fantastica (un’altra quarantina di titoli), trova sempre il tono giusto per incastrare ogni parola in un contesto narrativo dotato di un copyright inconfondibile. Con la solita facilità inventiva, prendendo spunto dalla lettura dell’introduzione al catalogo di una mostra scritta da Leonardo Sciascia nel 1972, ha raccontato nel suo ultimo libro la storia di un ebreo del quindicesimo secolo convertito al cristianesimo. Ma non si tratta di un fervente fedele che aveva operato la grande svolta perché conquistato dai Vangeli e dalle virtù teologali della Chiesa. Samuel Ben Nissim Abul Farag, il poliglotta protagonista di «Inseguendo un’ombra» (Sellerio) è colto e sveglio, conosce lingue, culture e costumi di diverse popolazioni. Figlio di un rabbino arabo-spagnolo, vive nel quartiere ebraico di Caltabellotta, in provincia di Agrigento, e della sua vicenda, Camilleri ha voluto soprattutto approfondire la «Faccia ferina dell’umanesimo» che traspariva dai sentimenti di questo ambiguo personaggio, e che Sciascia aveva prontamente colto. Infatti, la fede è una scorciatoia per soddisfare i suoi istinti. Non crede in alcuna religione e vuole solo fare carriera presto, ad alti livelli. Con uno spregiudicato comportamento utilizzato al massimo per ottenere potere, fama, soldi, entrò in convento verso il 1470 dopo aver cambiato nome, assumendo quello del suo padrino di battesimo, Guglielmo Raimondo Moncada, un nobile potente e in vista. Come difensore della fede cristiana, sfida arrogantemente gli ebrei e diventa un feroce persecutore della gente della sua stessa razza. In pochi anni assume cariche importanti che lo arricchiscono e sull’onda di un crescente favore arriva persino in Vaticano, riverito e apprezzato per le sue doti. Ma viene a galla un suo omicidio denunciato da un servo che l’ha visto uccidere un usuraio in modo crudele e deve scappare all’estero. Tornerà tempo dopo in Italia con una nuova identità: Flavio Mitridate, studioso esperto di culture orientali. Con questa nuova identità, Oltralpe ha avuto molti contatti con svariati intellettuali e in Italia intesse rapporti di studio con Pico della Mirandola, arrivando poi a truffarlo e derubarlo. La fine del personaggio non sarà all’altezza della sua vita arruffona.
Quello degli ebrei convertiti al cristianesimo è sempre stato un argomento storicamente difficile per entrambe le religioni. Perché questa totale avversità nei confronti dei convertiti?
Il romanzo che ho scritto su un ebreo convertito come protagonista, l’ho scritto con tutti i limiti che può avere un romanziere. Non sono uno specialista in materia, soprattutto di una materia così problematica e non sono in grado di risponderle con la competenza necessaria. Il libro, è un’indagine su di un personaggio per coprire narrativamente quelle che sono le zone oscure della sua esistenza. Che sono moltissime. E' un’avvincente ricerca storica romanzata dove io intervengo in prima persona raccontando e spiegando al lettore, perché scelgo certe soluzioni narrative rispetto ad altre, per mantenermi sempre all’interno dei paletti della plausibilità dell’esistenza misteriosa di questo ebreo.
Le conversioni erano delle convinzioni volontarie?
Alcune avvenivano per interesse, altre per denaro, altre per uscire da situazioni di emarginazione, da ghettizzazione, appunto.
Un uomo che ne identifica tre passando da una religione all’altra. Ma non gli creava alcun trauma psicologico varcare nettamente certi confini  ideologici - spirituali?
Nel caso del nostro protagonista si tratta proprio di questo, di creare degli strappi nel suo inconscio, di mettersi in condizione di abbattere quei confini dati dalla nascita per creare nuove mappe neuronali e psicologiche che gli permettano di vivere nuove esperienze e di permearsi di queste.
Che cosa facilitò l’ascesa di Samuel Ben Nissim Abul Farag?
La conoscenza veramente ampia della cultura ebraica gli permetteva di muoversi su orizzonti di conoscenza che mancavano alla maggior parte delle persone.  E non è un caso che quando deve celebrare La Passione di Cristo davanti al Papa, la scrive in ebraico e non in latino, proprio a mettere sulla pagina tutta la profondità culturale di cui dispone.
Ad un certo punto della sua vita  i documenti che lei ha consultato, dicono che è «caduto in grave errore». In che cosa può consistere questo errore che l’ha allontanato dalla chiesa?
Io ho provato a dare una mia spiegazione da romanziere. Alcuni parlavano di omicidio ed io ho accettato questa tesi e ho scritto  una mia plausibile verità. Altro non si sa.
La sua mente aperta lo porta a collaborare con  Pico della Mirandola, insegnandogli la Cabala e le lingue orientali. Ma che cosa li univa a parte l’intelligenza?
Credo che per capire l’importanza della presenza di Mitridate nello studio di Pico, basterà dire che alcune delle Conclusioni cabalistiche che Pico presentò al Papa, sono chiaramente ispirate da un filo diretto con Mitridate e la sua cultura.
Il convertito passa da un fattaccio all’altro: quale anima albergava in lui che potremmo definire un moderno avventuriero?
Questo è il «busillisi» direbbe Montalbano: il mio tentativo è stato quello di cercare di mostrare i risvolti più apparenti di quest’anima. Quale fosse la verità di quell'anima... vai a sapere!
Inseguendo un’ombra
Sellerio, pag. 256, 14,00

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