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Guccini cartoline dagli anni '50

Il cantautore e scrittore parla del suo «Nuovo dizionario delle cose perdute»

Francesco Guccini

Francesco Guccini

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Il fiato non lo mette più nelle canzoni. Ma la voce, Francesco Guccini, la deve far uscire. Ritorna così, a distanza di poco più di un anno, in libreria il cantautore di Pavana con “Il nuovo dizionario delle cose perdute”. Piace al Maestro quel guardarsi indietro. Non gli è bastata la prima raccolta di oggetti e abitudini spazzate via dalla tecnologia, ne ha riuniti ancora, poco meno, di una trentina per completare la sua fotografia di un’Italia che non c’è più. “Era la durezza dei tempi”. Pare di sentirla uscire dalla pagine questa frase, con la voce profonda e la “z” alla bolognese. Una durezza che diventa solidità, destino comune, tenacia del vivere. “In buona parte è vero. Il dopoguerra, perchè di quei tempi parlo, fu tragico. Si usciva dalle case diroccate, le ferrovie dovevano essere ripristinate, molti non erano tornati. Ci si rabberciava. Si cominciava a tirare avanti. Ma c’era una grande speranza. Si sentiva che poteva andare meglio. I genitori facevano studiare i figli perchè pensavano che i figli avrebbero avuto una condizione migliore della loro. Oggi non è più così, purtroppo. D’altronde non è un libro di melanconie. Molto cose del vivere son cambiate in meglio. Siamo passati ad una condizione migliore. Se si pensa al riscaldamento e all’acqua corrente sembrano anni ben bui. Non si può avere tutto. Meglio di niente, piuttosto. Non rimpiango i tempi, ma la freschezza sulla visione del mondo. In parte, la mia, se ne è andata e in parte è diventata una cosa diversa”. Racconta così Guccini lo spirito da cui nascono i suoi dizionari. Per la copertina ha scelto un telefono di bachelite con la rotella vintage che spicca in giallo. Dentro, un puzzle di considerazioni sulla vita che è cambiata, in maniera evidente, cose che sono sparite “come l’uccello Dodo dell’isola di Mauritius”. Che “Come gli animali in via d’estinzione dovrebbero essere protette”.

Una protezione che Guccini scrittore offre con una memoria intrisa di ironia in un burlesco racconto delle tante mode di un tempo. Come quelle legate alla facile creduloneria che, sollevando un po’ il cuore, finivano per diventare medicina vera. Tra i “rimedi casalinghi” si legge del verme cinese che cresceva a infusi di the: “buono per tutto” o dell’ostia ripiena di pidocchi contro l’itterizia, e anche della lumaca che, se ingollata viva, sanava dall’ulcera. Ma c’è anche un esclusivo aneddoto personale. “Essendo il primo nipote maschio, mia nonna mi ha passato l’antico rito di “segnare”. “Una pratica che è resistita fino ai giorni nostri. Ho sentito anche dire che alcuni medici soprattutto in casi di recidive di herpes zoster consiglino ai pazienti di rintracciare chi “segna” e di affidarsi a questa pratica. In sostanza nel luogo della sciatica o del fuoco di Sant’Antonio vengono recitate una serie di formule e preghiere. Per tre volte. Alla fine si ottiene una guarigione spontanea. Io putroppo non ho mai esercitato. Mi manca infatti la vera benedetta dalla cerimonia nuziale. Un oggetto che non ho mai posseduto, ma che pare sia indispensabile per la riuscita della segnatura.”. Dal rifugio d’Appennino Guccini indugia sul passato, ma in una situazione così incerta non si può non chiedere come veda il futuro: “Fammi indovino che ti farò ricco” risponde sornione “Il futuro verrà domani e non sappiamo bene cosa ci aspetta. Non lo possiamo sapere. Il presente ci incalza e se ne va. Io scrivo sul passato perchè lo conosco. Bisogna sperare, sempre. E’ questa la lezione che ci viene dagli uomini e dalle donne dei tempi che racconto nel mio libro”. Un catalogo di luoghi e di usi dove ricorre la carta come protagonista della vita quotidiana e degli avvenimenti famigliari. Cartoline, letterine di Natale, carte da zucchero nelle drogherie. Un casellario di meraviglie perduto con l’avvento di cellulari, computer e packaging monodose. “Nelle cartoline si ritrovano i panorami di un tempo. Strade non asfaltate, fiancheggiate dai pali di legno della luce, luoghi di villeggiatura, saluti tra innamorati vicino a fontane tra cespugli fioriti. Chi erano? Che fine hanno fatto quelle persone? Ne è rimasta una traccia che si chiude con cordiali saluti e una firma svolazzante. Il rapporto con la carta in molti scommettono scomparirà. La carta di libri, dei giornali sarà forse sconosciuta alle generazioni nuove. Io resisto con i miei piccoli vizi. Sono attaccato alla pagina. Forse perchè non ho confidenza con il computer, ma tutt’intorno la rivoluzione è in atto. La velocità con cui avanza quello, che per semplicità chiamerei progresso, non ha mai avuto eguali nella storia dell’umanità. Qualche anno fa, durante un Canta Maggio qui nei miei paesi, andavamo di casa in casa a fare questa tradizionale questua in musica (Festa Popolare dell’alto Appennino Tosco-Emiliano che da tempo immemorabile annuncia la bella stagione n.d.r.). Da una porta sbucò un anziano che mi chiamò Ferruccio. Spesso, qui, mi chiamano con il nome di mio padre. Mi ha detto queste parole “Cristo si è scordato di me. In questo mondo non son più buono a niente. Io non riesco a tenere il passo. ” Ecco, quando penso alla modernità che incombe io mi sento un po’ come quel montanaro”. Una modernità che farà sommersi e salvati. Un protagonista della scena culturale italiana che si crogiola nell’eremitaggio, ma segue la situazione del Paese. In una recente intervista le hanno chiesto “qualcosa di sinistra”. Lei ha risposto “coraggio”. E’ la parola con cui Renzi ha chiuso il suo discorso al Senato. “Gliel’ho suggerita io! A parte le battute, abbiamo visto che ha la parola facile. Staremo a vedere”.

I cinque stelle li stiamo vedendo da un po’, cosa ne pensa? “Rappresentano una rivoluzione, da un lato per l’onestà e la chiarezza. Dall’altro non mi sembra che li guidi una strategia precisa. Vogliono andare al governo, ma il resto non l’ho ben capito. Si sono presentati come “catari”. Io diffido dei molto puri. Nel Dopoguerra abbiamo assistito ad un’esplosione simile con il Fronte dell’Uomo Qualunque di Giannini. Non so se saranno, in breve, sommersi anche loro. Comunque io mi interesso di politica, ma non mi sono mai dedicato alla politica e in questo momento anche gli addetti ai lavori sono un po’ confusi e non si senton di fare grandi pronostici. Quindi, non è il caso ne faccia io”. Pronostici no, ma una ricetta facile sì: “A volte la felicità, o se non proprio quella, un certo benessere, sta in poco posto. Adolescente, anni ’50, con cinquanta lire in tasca ai primi caldi raggiungevi di sera gli amici. Acquistavi tre nazionali e una granita al tamarindo. Si passava la serata discutendo degli ultimi dischi. Una felicità da poco, ma ci bastava. L’età e il rock facevano il resto”. O per dirla in musica: “Io non credo davvero che quel tempo ritorni, ma ricordo quei giorni”.

Nuovo dizionario delle cose perdute
Mondadori, pag. 148, 10,20

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