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Morto Aldo Braibanti, protagonista storico processo per "plagio"

Fu l’unico condannato per questo reato, poi abolito nel 1981

Morto Aldo Braibanti, protagonista storico processo per "plagio"
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Si è spento due giorni fa, ma la notizia è stata data solo oggi dalla famiglia, che ha voluto rispettare le sue volontà. Aldo Braibanti, 91 anni, è stato tumulato stamani in forma strettamente privata a Fiorenzuola d’Arda, in provincia di Piacenza. Ex partigiano, filosofo, artista, regista, scrittore, omosessuale dichiarato, il suo nome è rimasto legato a un celebre processo celebrato nel 1968, nel quale era accusato di aver 'plagiatò due giovani discepoli. La sua condanna a 9 nove anni è rimasta l’unica nella storia repubblicana per questo tipo di reato, introdotto nel codice penale in epoca fascista e poi abolito nel 1981.
Il processo attirò a lungo l’opinione pubblica e aprì un dibattito che poteva ricordare le inquisizioni medievali per stregoneria. Aldo Braibanti fu arrestato il 5 dicembre 1967. Molti anni prima, nel 1959, il professore si era trasferito da Fiorenzuola d’Arda (Piacenza), dove era nato, a Castellarquato, andando ad abitare in una vecchia torre dove aveva creato un cenacolo frequentato soprattutto da ragazzi, ai quali insegnava filosofia e arti figurative. Tra i giovani, due diciottenni in particolare si rivelarono i discepoli più affezionati del professore, il quale, secondo l’accusa, a un certo punto li convinse ad abbandonare le famiglie e ad andare a vivere con lui, omosessuale, sottomettendosi completamente alla sua volontà. Non valse a nulla il tentativo di uno dei ragazzi di difendere Braibanti dichiarando di aver scelto il rapporto con lui: il giovane finì per essere rinchiuso dalla famiglia in un manicomio. L’altro discepolo, invece, depose contro di lui.
Il 14 luglio 1968 la Corte di Assise di Roma lo condannò a nove anni di carcere e il 27 settembre 1969 la Corte di Assise di Appello ridusse la pena a quattro anni (due gli vennero condonati in quanto ex partigiano). Per la prima, e ultima volta, una persona veniva condannata per l’articolo 603 del Codice penale. La condanna suscitò ampia eco in Italia e a favore di Braibanti si mobilitarono numerosi intellettuali. Si dovettero però attendere dieci anni perchè la Corte costituzionale mettesse la parola fine a questo reato.
"Braibanti era un intellettuale gentile – commenta Franco Grillini, presidente di Gaynet – che subì le purghe di Stato per essere omosessuale. Da parlamentare mi battei perchè il governo Prodi gli concedesse i benefici della legge Bacchelli. Riuscimmo infatti a ottenere per Braibanti l’assegno vitalizio e per noi fu un risarcimento per una condanna omofoba assurda e frutto di una norma del codice fascista Rocco". Anche il Circolo Mario Mieli ricorda la sua figura "schiva e piena di dignità", "vittima suo malgrado del clima oscurantista e omofobo del nostro Paese".

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  • gherlan

    13 Aprile @ 19.33

    L'abolizione del reato di plagio fu una vera bestialità. Posto che forse l'applicazione al caso Braibanti non fosse opportuna, se tale reato fosse ancora previsto dall'ordinamento si potrebbero fermare stroncare le tante sette che si approfittano di menti deboli. Ma la Corte costituzionale, notoriamente, del buon senso si fa beffe, e lo dimostra ogni giorno.

    Rispondi

  • Roberto

    13 Aprile @ 00.10

    Braibanti dovrebbe essere riabilitato pubblicamente, condannando nel contempo ufficialmente chi lo ha perseguitato ingiustamente. Solo così tutto ciò avrà un senso. Politici italiani dalla memoria corta e parlamentari nostalgici del codice Rozzo brigano da decenni per reintrodurre l'articolo 603 nel nostro codice penale, uguale nella sostanza e diverso solo nel nome (manipolazione mentale). C'è un'intera banda di associazioni antiplagio e antisette, e addirittura una squadra di polizia apposita nel Ministero dell'Interno che operano indefessamente per riesumare quest'abominio giuiridico. http://www.liberocredo.org

    Rispondi

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