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Censura preventiva per Beccaria a Parma

Un libro pubblicato da Fiaccadori, al tempo di Maria Luigia, fu sottoposto a un raro esempio di imprimatur. Benché parlasse solo di estetica letteraria, l'opera del famoso giurista subì il vaglio della polizia locale

Censura preventiva per Beccaria a Parma

L'autorizzazione della Direzione di Polizia del Ducato per la stampa del volume di Beccaria

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Il termine imprimatur suona odioso. Ci riporta ai tempi in cui, in tema di fede e di morale, i confini fra il vero e il falso erano rimarcati con pignolesca precisione da autorità ritenute infallibili; mentre i meno giovani serbano ancora il ricordo dell’Index librorum prohibitorum. Eppure, percorrendo le tappe della storia più recente, ci accorgiamo che la forma più infame di censura, rappresentata dall’autorizzazione preventiva alla stampa, è stata praticata più a lungo di quanto si possa immaginare. Come dimostrano i permessi che, a metà del XIX secolo, erano necessari per pubblicare qualunque libro: perché anche quello più scientifico poteva annidare argomenti indigesti a qualche autorità.
A Parma ne abbiamo un esempio quando, nel 1844, il libraio Pietro Fiaccadori decise di divulgare nel Ducato un interessante saggio letterario del raffinato giurista e filosofo milanese Cesare Beccaria (1738-94). L’iniziativa era giustificata dal desiderio di onorare i cinquant'anni dalla morte dell’Autore, ancora nella memoria della città per aver frequentato da ragazzo il Collegio dei Nobili: un’istituzione creata da Ranuccio I Farnese, dove i Gesuiti educavano i figli della migliore società europea.
L'opera, diffusa in Lombardia fin dal 1770, era intitolata «Ricerche intorno alla natura dello stile», e trattava argomenti di esclusiva estetica letteraria, dove con il termine stile sono le sue parole «s'intende la maniera di esprimere con parole i concetti dell’animo nostro».
Tutte queste evidenze non evitarono all’editore proponente di dover subire il vaglio della pubblica sicurezza ducale.
Attraverso una procedura iniziata con la consegna di un esemplare del libro recentemente stampato a Milano da Giovanni Silvestri, e proseguita nell’oziosa attesa che terminassero le indagini, senza conoscerne le modalità e i protagonisti. Questa volta felicemente concluse con il rilascio del formale imprimatur. Il tomo fu reso al richiedente munito in ogni pagina del timbro Direzione Gen. di Polizia dei Ducati di Parma, Pia. Eg.
Alla fine, una lapidaria dichiarazione: Si permette al Tip.º Fiaccadori di stampare questo presente libro. Parma, 30 gennaio 1844. Firmato: il Direttore della Polizia. Il provvedimento era annotato sui registri di governo, mentre il tipografo doveva conservare il testo vidimato, per esibirlo ai possibili controllori. Certo a Parma l’attenzione rivolta a ogni pubblicazione poteva essere giustificata dalle preoccupazioni politiche che caratterizzavano la metà dell’Ottocento non solo italiano.
E poi, di Cesare Beccaria erano ancora ricordati i mali comportamenti e le imprudenti teorie. In gioventù era stato era stato tra i principali collaboratori de «Il Caffè», una rivista semiclandestina allineata al pensiero illuminista di Pietro Verri. Peggio, era ancor vivo l’eco prodotto nel 1764 dal suo storico trattato «Dei delitti e delle pene», dove aveva propugnato l’abolizione della pena capitale e l’erogazione di sanzioni adeguate ai reati commessi, da pronunziare celermente per non ledere la libertà di presunti innocenti. Concetti chiari che ancora oggi, a distanza di 250 anni, ci suonano quantomeno come un’utile raccomandazione.
Notoriamente Maria Luigia non era una statista raffinata; quindi abituata a delegare le funzioni più delicate, soprattutto avendo accanto a sé Charles-René de Bombelles: un maturo signore messo lì apposta dalle dinastie europee per mediare le istanze liberali con l’immobilismo della Restaurazione, avendo come unica lecita risorsa l’arma della censura.

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