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Quando gli Expo illuminarono la nuova Parma

"L'inno delle Nazioni" di Verdi tra il Crystal e la Tour Eiffel

Quando gli Expo illuminarono la nuova Parma

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Ormai iniziano ad accendersi i riflettori sull’Expo che si terrà a Milano nel 2015. Ancora oggi le grandi esposizioni universali continuano a rappresentare quell’importante palcoscenico sul futuro che cominciò ad aprirsi a metà dell’Ottocento dando già da allora un’accelerazione, tra luci e ombre, al progresso internazionale. Si vedono in lontananza il Crystal Palace di Londra (1851) e la Tour Eiffel di Parigi (1889), i due monumenti che simboleggiano la grande stagione delle esposizioni.
In quei tempi c’era anche Parma a recitare la propria parte nel teatro del mondo. Una città e una provincia scombussolate, ma che ben presto si trasformarono.
Alla prima esposizione universale, quella di Londra del 1851, Parma si accreditò come capitale del Ducato. A richiamare l’attenzione di una marea di visitatori fu la «toeletta della duchessa di Parma». Un mobile-gioiello di legno dorato e specchi, oggi custodito presso il Museo d’Orsay di Parigi, che le dame legittimiste di Francia donarono alla nobildonna Luisa Maria Teresa di Borbone-Francia, moglie di quel Carlo III che sarà ucciso a Parma nel 1854 dal sellaio Alfonso Carra davanti alla chiesa di Santa Lucia. Probabilmente la duchessa avrebbe preferito un oggetto meno frivolo, capace di rispondere alle esigenze della nuova corte in bilico tra repressioni e bisogno di imporre il suo potere, ma questo dono, commissionato prima dei tumulti del 1848, doveva rappresentare ancora la fiducia nel sogno di una restaurazione, la gioia degli anni prima della rivoluzione.
Invece, per il Ducato era già iniziata la fine. Il Regno d’Italia era in arrivo e Parma affronta la svolta in declino demografico e senza più le prebende ducali. La chiusura della corte comportò il venir meno di numerose attività artigianali e commerciali private, ma anche quelle pubbliche andarono ben presto in crisi.
Nonostante questo deserto, che mette in luce anche arretratezza in agricoltura, Parma vede nelle grandi esposizioni le scintille per il futuro. Una sfida impari rispetto alle grandi potenze politiche ed economiche dell’epoca che fanno delle esposizioni universali anche una prova di forza spettacolare per affermarsi davanti al mondo. Ma è proprio con l’appuntamento all’altro Expo di Londra, quello del 1862, che Parma cerca di rianimarsi per imparare all’estero l’arte del fare. L’appuntamento preparativo è a Firenze nel 1861. La carrellata degli articoli di questa esposizione nazionale è davvero sorprendente. Basta dare un’occhiata alle descrizioni dei giurati. Tra i bovini emerge una razza parmigiana presentata dall’allevatore Giuseppe Conti di Marore che ricevette una medaglia per un toro «reputato bastevolmente adatto alla produzione della carne e di un moderato lavoro». Il dott. Pietro Superchi porta a Firenze «un aratro parmigiano». In primo piano anche l’artigiano Tolomeo Rondani per «un modello di copertura di fabbrica» di sua invenzione utilizzando terre cotte e per un «forno per smaltar oro». Poi Ferdinando Pizzetti per la mostra di bozzoli, farfalle e semi «fatta con molta eleganza». Luigi Rizzoni mostra «campioni di palle per fucili (invenzione)». La manifattura tabacchi presenta la «Virginia scagliata di Parma». Il professor Giuliano Cocconi crea interesse per un «erbario destinato allo studio delle piante da foraggio, che crescono spontaneamente, o sono coltivate per quest’uso nella provincia di Parma». A Firenze fa gola anche «la spalla all'uso di San Secondo», ma messa all’incanto da un produttore di Modena. Il prosciutto che conosciamo è ancora lontano a venire. Alla fine del secolo diciannovesimo Parma porta all’esposizione mondiale di Parigi il prosciutto di Vianino: i maiali erano ancora quelli neri. All’esposizione di Firenze si spaccia un formaggio «all’uso di Parma», ma prodotto nella tenuta della Real Casa di San Rossore. A competere tra una grande quantità di pecorini c’è il Parmigiano del Municipio di Bibbiano.
Davvero protagonista dell’esposizione toscana e tra i più sagaci a cogliere l’attimo fuggente del futuro, è il marchese Guido Dalla Rosa Prati, poi sindaco di Parma tra il 1875 e il 1877, con campioni delle miniere di ferro e rame, con mattoni colorati e mensole di terra cotta, con le saline di Salso-Maggiore (si badi bene con il trattino). «A rappresentare questa industria delle saline parmensi di Salso-Maggiore - scrivono i giurati di Firenze - figuravano all’Esposizione questi articoli: sale purificato, d’uso; petrolio tolto dalle acque; acque bromo-iodiche; iodio preparato. Il Giurì lodò questa utile impresa del signor marchese cavalier Guido Dalla Rosa Prati e del signor Gibertini, e fece auguri che in un prossimo avvenire questi tentativi industriali saranno estesi tanto, da supplire coi loro prodotti alla consumazione sempre crescente in Italia dello iodio e del bromo, sdebitandoci della estera importazione».
Con Guido Dalla Rosa Prati a Firenze c'è anche un altro protagonista parmigiano della grande stagione delle esposizioni universali. Con lo stesso spirito d’avventura imprenditoriale ecco il borgotarese Luigi Beccarelli che espone con lodi un «orologio da viaggio». Beccarelli aveva da poco lasciato Parma, era migrato, per via dei tumulti, a Parigi dove aveva avviato una fabbrica di orologi ottenendo ottimi risultati sia di prodotto sia di reddito. Ed è con il sostegno del sindaco Dalla Rosa Prati che Beccarelli, nel 1876, torna prima a Parma poi a Vignale di Traversetolo, nella ancora presente Cronovilla, per mettere in azione la prima manifattura italiana d’orologeria. Ma qui si trova anche a fronteggiare il primo sciopero nella storia da parte dei minorenni che lavorano in fonderia. Vista la sfida epocale che aveva di fronte, Beccarelli aveva ben più di un pelo sullo stomaco. Combatte con i poteri forti di allora, si mette a produrre tante «idee», tenta di forgiare biciclette (la «Luxor» e la «Kelpis»), partecipa con i suoi orologi e pendole, tutte di alta qualità artistica e decorativa, alle grandi esposizioni. Vince premi a Parigi (esposizioni del 1878 e del 1900) e anche all’Esposizione nazionale di Milano del 1881. Scrissero i giurati: «Sono i primi prodotti dell’industria nazionale, e chi considera le molteplici difficoltà che s’incontrano e contro le quali devesi lottare nell’attivare un’industria nuova, deve spendere larghi elogi al nostro intraprendente e coraggioso collega sig. L. Beccarelli, e ci auguriamo un completo successo felice per l’avvenire». Insomma, Beccarelli aveva messo avanti le lancette del suo orologio imprenditoriale a scala internazionale. Riesce anche ad ottenere commesse dalle Ferrovie e dalle Poste per pendole da muro standardizzate, nonché telemetri per la Marina. E la voce popolare arriverà ad attribuirgli persino i grandi orologi della Tour Eiffel e della stazione di Atene. Oggi su Ebay ci sono pendole marchiate Beccarelli in circolazione. C’è anche un blog, «La Fabbrica della Villa del Tempo», per rilanciare la proposta di allestire a Parma una mostra su Beccarelli: l’appello è del 2008, la risposta non è mai arrivata. Ma anche il marchese Guido Dalla Rosa Prati (a Trapani esiste un centro studi dedicato a questo imprenditore-politico-scienziato parmigiano) dovrebbe essere oggi preso in considerazione come star parmigiana delle esposizioni dell’Ottocento che hanno lasciato un segno profondo di un’epoca così lontana ma con spunti d’attualità non trascurabili.
E’ una Parma in ebollizione e trasformazione quella che attraversa la Manica per l’esposizione di Londra del 1862. Un’eco parmigiana si propaga all’expo londinese anche grazie a Giuseppe Verdi con l’«Inno delle Nazioni», una cantata profana su testo di Arrigo Boito che si conclude sulle note di God Save the Queen, La Marsigliese e l'Inno di Mameli. Però il maestro Michele Costa, direttore musicale dell’esposizione, che non amava Verdi, eliminò «L’Inno delle Nazioni» dal programma inaugurale, adducendo motivazioni «tecniche». L’esecuzione della cantata di Verdi venne spostata a un concerto collaterale. Comunque, il Cigno di Busseto era a Londra con Giuseppina Strepponi e forse in quell’occasione poterono assaggiare il Parmigiano, portato in Inghilterra da Lorenzo Ortalli che ottenne la medaglia d’oro insieme al grana di Bibbiano. Che il Parmigiano sia stato uno dei prodotti alimentari più apprezzati nelle grandi esposizioni lo dimostrano, ad esempio, i giudizi della giuria di Parigi nel 1867 che comincia a fissare differenze tra il nostro formaggio e il Lodigiano ricordando che «le fromage de Parmensan» è quello più utilizzato in Italia soprattutto per «la preparation du macaroni». Nella relazione di Raffaele De Cesare, membro della giuria, a conclusione dell’Esposizione di Parigi del 1878 viene citata la premiazione per il Parmigiano prodotto da Ferdinando Copercini di Montechiarugolo. Un successo tale, per il Parmigiano agli Expo parigini, che stuzzicò anche una banda di ladri al punto che, in chiusura di una delle grandi esposizioni, sparirono le forme destinate già al mercato europeo.
Ritorniamo alla vigilia dell’esposizione di Londra del 1862. Per dare un po’ di vigore a Parma, l’allora giunta comunale decise di finanziare il viaggio (oggi si direbbe stage) a sei operai con «cento lire ciascuno da darsi alle famiglie». Allo stesso modo l’aveva fatto l’anno prima: «Per mandare alcuni artefici di questa Città, più intelligenti e poveri, per la loro istruzione all’Esposizione Italiana in Firenze». Investire sulla conoscenza, era la politica di una nascente rivoluzione culturale. Massimo D’Azeglio l’aveva così sintetizzato: dopo aver fatto l’Italia, bisognerebbe fare gli italiani.
Basta leggere la relazione che il 15 ottobre 1862 Enrico Repettati («Giovine artista» è scritto agli atti) invia alla giunta municipale di Parma, su quello che ha visto nella città del Tamigi, per capire quanto c’era da imparare alle esposizioni universali. Redige un elenco dettagliato di macchine a vapore e motori fissi; moto rotatorio; motore a gas fisso; martelli a vapore; gru automatiche; motori mobili: locomotive; macchine fatte direttamente per le lavorazioni: seghe; torni; e altre invenzioni meccaniche. Sono proprio queste le innovazioni scoperte alle esposizioni che faranno poi di Parma una delle capitali della metalmeccanica e dell’agroindustria. Infatti, tutta la filiera della Food Valley ottenne riconoscimenti nelle esposizioni del Novecento a conferma di come la Parma della Belle Époque aveva davvero guardato bene nel cannocchiale dell’avvenire.
Lo storico Giancarlo Gonizzi, curatore della Biblioteca gastronomica di Academia Barilla e coordinatore dei Musei del Cibo, oggi ci ricorda che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento nel Parmense venne realizzata anche una competitiva «rete di tranvie che collegava il capoluogo con le principali località della pianura e della pedemontana, ponendo importanti premesse per lo straordinario sviluppo dell’industria agro-alimentare che si sarebbe sviluppata con il nuovo secolo e oggi a tutti nota». E le grandi esposizioni dell’Ottocento hanno rappresentato un «last minute» della storia.

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