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Dolore sacro, amore divino e assoluto

Milano, opere in mostra a Brera fino al 13 luglio. In esposizione anche dipinti di Donatello, Mantegna e altri maestri. Pittura devozionale umanistica, Bellini primo grande interprete

Dolore sacro, amore divino e assoluto

La pietà del Bellini

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Eccola tornata nell’incanto struggente dell’antica stesura la «Pietà» dipinta da Giovanni Bellini negli anni Sessanta del Quattrocento, che dal 1811 si trova a Milano nella Pinacoteca di Brera: sommo capolavoro della pittura devozionale umanistica, eccelsa opera d’arte e di religione. Il restauro, durato due anni e diretto da Mariolina Olivari, ha tolto le impurità, le ossidazioni, le alterazioni che avevano mortificato la primitiva qualità della tavola, restituendole tutta la bellezza che trae origine dal perfetto disegno sottostante e si esprime con un cromatismo di grande equilibrio formale, ancora un po’ rigido, che raggiunge vertici sublimi nei lievissimi trapassi tonali che evidenziano nei volti tutta l’intensità emotiva dei sentimenti che fanno di Maria l’immagine del dolore universale mentre cinge amorevolmente con un estremo abbraccio il figlio, già dentro il sarcofago, insieme a Giovanni, l’apostolo prediletto, che guarda con occhi sgomenti e increduli coloro che assistono alla drammatica scena della contemplazione della morte di Cristo, l’uomo-dio. Attorno a questo capolavoro ritrovato è stata costruita una raffinatissima mostra che con venticinque significative opere, provenienti da vari musei italiani ed europei, racconta quale radicale cambiamento abbia attuato Giovanni Bellini (1438/40 1516) nell’ambito della pittura religiosa e come egli stesso nel corso degli anni abbia mutato la composizione delle cosiddette «Pietà», che derivano dalle «Imago Pietatis», comparse nel XII secolo in area bizantina, che raffigurano Cristo morto con gli occhi chiusi e le mani incrociate sul ventre fuoriuscente dal sepolcro dalla cintola in su in posizione eretta. La rassegna (aperta fino al 13 luglio) occupa quattro stanze della Pinacoteca di Brera e si intitola «Giovanni Bellini. La nascita della pittura devozionale umanistica»; l’ha coordinata la soprintendente Sandrina Bandera che ha scritto anche il saggio del catalogo edito da Skira, curato da Emanuela Daffra. La più antica «Pietà » esposta è una piccola tavola col fondo oro di un trecentesco pittore greco-veneziano in cui già compare la Madonna accanto al Cristo. Nelle tavole veneziane di Antonio Vivarini e Michele Giambono, sempre con sfondi dorati, si aggiunge la figura di San Giovanni che ritroviamo pure nella cimasa del polittico realizzato ma con ben altra solidità - da Andrea Mantegna per la chiesa di Santa Giustina a Padova. A Padova aveva operato Donatello (di cui è esposta la «Pietà con angeli e le Marie» in marmo) proponendo il nuovo linguaggio rinascimentale che era stato immediatamente colto dal giovane Andrea, il quale era entrato in contatto a Venezia con Jacopo Bellini, sposandone pure la figlia Nicolosia, e coi suoi figli Gentile e soprattutto Giovanni (1438/40 1516), che veniva influenzato dal cognato e dai modelli plastici donatelliani. E nel campo delle «Pietà » Giovanni ha operato una autentica rivoluzione passando nel capolavoro di Brera dalla icona al racconto devozionale filtrato attraverso la cultura classica. Nasce la pittura devozionale umanistica col racconto commovente, commosso e appassionato del distacco dalla madre, dai discepoli del Cristo-uomo, morto tragicamente per redimere il mondo dal peccato. Risorgerà come Cristo-dio nella Pasqua, nella sua gloria eterna. Ed il racconto, con figure statuarie che amplificano il dramma, è inserito in un paesaggio stinto dalla luce raggelante del giorno che sta declinando verso il buio della notte, il buio del sepolcro. Un «buio» che fa da sfondo ad un altro capolavoro di toccante tenerezza «Cristo in pietà sorretto da quattro angeli» che partecipano nella loro giovanile innocenza al dolore di Cristo, vittima innocente. Tre eccezionali disegni di «Pietà» due di Bellini e uno di Mantegna mostrano l’immediatezza discorsiva e sentimentale con cui l’idea originale veniva posta sulla carta dagli artisti che poi la traducevano in forme più composte e meditate. Nella «Pietà coi santi Marco e Nicola» Giovanni accentua la drammaticità del racconto con espressioni eccitate e gesti tesi che troveranno riscontro nel «Cristo morto con S. Giovanni, la Vergine e la Maddalena» dipinto da Carlo Crivelli con unartificiosa eleganza che esalta la ricchezza dei tessuti, degli oggetti e il biondo ondeggiare di lunghe chiome.
Il ciclo delle «Pietà» belliniane si chiude con la stupenda cimasa della Pala Pesaro (1472) che per Longhi segna la svolta del linguaggio di Giovanni ormai svincolato dalle rigidità
mantegnesche. Qui il corpo di Cristo viene posto a sedere sul sepolcro sostenuto da Giuseppe d’Arimatea mentre Nicodemo tiene in mano un vasetto con una mistura di mirto e aloe
che Maria Maddalena, inginocchiata, sparge delicatamente sulla piaga della mano sinistra del Maestro come tenero atto d’amore e di misericordia: due cardini della vita cristiana.

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