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CULTURA

Montecassino bombe e bugie

Nando Tasciotti autore di un saggio sul terribile episodio bellico

Abbazia di Montecassino

Abbazia di Montecassino dopo i bombardamenti

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Pochi eventi della seconda guerra mondiale hanno suscitato dispute come la distruzione della millenaria abbazia benedettina di Montecassino. A 70 anni da quel 15 febbraio 1944 in cui gli alleati decisero i bombardamenti in una battaglia che vide impegnati soldati di venti nazioni, a squarciare nuovi scenari su quella tragedia è il volume di Nando Tasciotti «Montecassino 1944. Errori, menzogne e provocazioni» (Castelvecchi editore, pp. 325, A19,50 ). Giornalista d’inchiesta, per quasi 25 anni inviato speciale del Messaggero, l’autore, utilizzando documenti inediti dei «National Archives» di Londra, del «Churchill Centre» di Cambridge, della Santa Sede, e forte di una diretta conoscenza dei luoghi come di numerose testimonianze di monaci e sopravvissuti, non solo narra l’evolversi dei fatti a partire dal salvataggio dei Tesori (compreso quello di San Gennaro, occultato nell’abbazia), ma documenta quanto accadde nel monastero, in Vaticano, a Londra, Berlino e Washington, Illuminando risvolti diplomatici della vicenda sinora ignoti, l’autore argomenta che un’azione diplomatica più energica da parte di Pio XII e della Santa Sede avrebbe potuto in qualche modo evitare la distruzione di Montecassino.
La decisione di bombardare l’abbazia, gioiello della cristianità, fu solo dei militari?
Formalmente sì. Fu voluta soprattutto dal comandante dei neozelandesi, generale Bernard Freyberg (nella convinzione che i tedeschi fossero dentro o la usassero quantomeno come osservatorio militare), approvata con riluttanza dal generale americano Clark, comandante della V armata, e presa dal generale inglese Alexander, capo delle forze alleate in Italia. In realtà, era una decisione troppo rilevante, politica, per i riflessi sui cattolici di tutto il mondo. E ci sono ora elementi per affermare che Roosevelt e soprattutto Churchill non potevano non sapere.
Telegrammi di Churchill, da lei scoperti, rivelano la sua costante attenzione alla «linea Gustav»; c’è, per esempio, un suo telegramma al generale Alexander poco prima del bombardamento.
Perché è importante?
Dal 26 gennaio al 14 febbraio 1944 Churchill scambiò con i generali inglesi Alexander e Wilson (comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo) almeno dieci telegrammi relativi al fronte di Cassino e all’attività del corpo neozelandese. L’ultimo lo inviò appena venti ore prima del bombardamento. Chiese ad Alexander quando proponeva di lanciare l’attacco di Freyberg, e se fosse stato il cattivo tempo ad averlo ritardato dall’11 febbraio. E i piani di Freyberg (certo non ignoti a Churchill) prevedevano il bombardamento preliminare dell’abbazia, per sottrarre ai tedeschi quella posizione dominante sulla valle del Liri.
Come si valutò a Berlino quanto avveniva a Montecassino?
I tedeschi sfruttarono l’evento dal punto di vista propagandistico (definendo «barbari» gli Alleati) e militare, insediandosi a quel punto legittimamente tra le rovine e trasformandole così davvero in fortezza. Ma fu loro la responsabilità primaria e decisiva di quanto era accaduto. Avevano fatto del monte dell’abbazia il perno della «Linea Gustav», che bloccava l’avanzata degli Alleati verso Roma.
E non rispettarono affatto l’impegno, preso con il Vaticano, di creare una zona neutrale di 300 metri intorno al monastero. Piazzarono infatti mitragliatrici e depositi di munizioni in alcune grotte, proprio sotto le mura. E, di notte, due carri armati sparavano e poi si riparavano dietro l’enorme sagoma dell’abbazia.
E a Washington?
Il presidente americano Roosevelt, lo stesso giorno del bombardamento, disse - poco credibilmente - in una conferenza stampa di averne appreso «da un giornale del pomeriggio». E lo motivò come «necessità militare». A lungo poi gli americani sostennero con il Vaticano di avere la «prova inoppugnabile» della presenza dei tedeschi «dentro» il monastero. Solo molti anni dopo, prima gli americani e poi anche gli inglesi, riconobbero che non era così.
Quanto accadde a Montecassino fu un crimine, una necessità militare o un tragico errore?

I tedeschi dissero che fu un crimine, perché gli Alleati bombardarono sapendo che c’erano oltre un migliaio di civili rifugiati nell’abbazia (ne morirono oltre duecento). Ma a quel crimine avevano contribuito anche loro, facendo per primi un uso militare di quella posizione. Per gli inglesi, soprattutto, fu una «necessità militare», ma le loro motivazioni (tedeschi «dentro» le mura) si ivelarono inesatte: documenti del Foregn Office rivelano che a Londra si resero subito conto dell’«abbaglio», ma consigliarono di tacerne con il Vaticano. Gli americani riconobbero alla fine il «tragico errore» (così lo definì Clark): la distruzione dell’abbazia si rivelò infatti un sanguinoso boomerang dal punto di vista militare, che contribuì a ritardare di altri tre mesi lo sfondamento del fronte di Cassino. Prima e dopo Montecassino, ci si è chiesti se valeva più salvare una vita o un monumento insigne. La domanda conserva tutta la sua drammatica attualità.
Lei che ne pensa?

Di «vite e pietre» si discusse a lungo, prima del bombardamento, anche nel Parlamento inglese, e ne riferì anche l’Osservatore Romano, collocando sullo stesso piano, nella condanna, «chi offende» ma anche «chi provoca » facendo un uso militare di luoghi religiosi o storici. E - se gli Alleati commisero appunto un «tragico errore », militare e propagandistico - non c’è dubbio che i nazi-fascisti abbiano provocato tutto, cominciando la guerra e poi - nel caso di Montecassino
- attestandosi cinicamente proprio a ridosso delle mura di quell’abbazia millenaria.

Montecassino 1944 - Castelvecchi, pag. 325, A19,50

 

 

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