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Sanremo: tocca a Conti

E Monaco scrisse: "E' l'uomo giusto per ripartire"

Sanremo: tocca a Conti
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Momento di grazia per Carlo Conti che arriva a salire sul palco più ambito per un conduttore, quello di Sanremo, e per uno strano scherzo del destino proprio nell’anno in cui il paese è guidato da un altro toscano doc e dalla battuta pronta come lui, Matteo Renzi. A sciogliere la riserva il direttore di Rai1 Giancarlo Leone nel corso della presentazione del nuovo programma della rete ammiraglia '"Si può fare!".
"Due anni fa avevo detto in una conferenza stampa che avrei cominciato a pensare a Carlo Conti per Sanremo quando sarebbe stato meno presente all’Eredità. E ora il caso vuole che abbia lasciato il testimone a Fabrizio Frizzi, evidentemente non è un caso", sorride il direttore dell’ammiraglia Rai. E poi spiega più in dettaglio: "Ho parlato con Fabio Fazio nei giorni scorsi e lui ha ritenuto di non lavorare sul Festival di Sanremo 2015, ma di fare comunque altre cose. Avevo detto che la prima scelta sarebbe stato Conti ed infatti l’ho chiamato e sono certo che realizzeremo un bellissimo progetto", annuncia Leone, precisando naturalmente che mancano ancora i vari passaggi tecnici e formali. "Dobbiamo sentire ancora i vertici aziendali e tener presente anche l’appuntamento con la Sipra per la presentazione dei nuovi palinsesti. Il lavoro da fare è ancora tanto, ma sono molto fiducioso".

A Roma sembra che abbiano ascoltato gli auspici di Francesco Monaco (giornalista e capo della redazione spettacoli alla Gazzetta) che, durante la kermesse canora di quest'anno scrisse questo pezzo, invocando il nome del conduttore toscano come quello adatto a far ripartire la manifestazione.

Ecco l'articolo di Francesco Monaco:

Che Sanremo non sia più da tempo il Festival della canzone italiana è  un'ovvietà. Ogni anno, dopo una vigilia consumata tra polemiche annunciate e «casi» creati ad arte, si assiste a una liturgia sempre  uguale a se stessa, dove la lista degli invitati pesa più di quella dei  cantanti in gara e dove basta una farfalla tatuata al posto giusto per  far drizzare gli ascolti. Fiera del nazionalpopolare, sagra dei luoghi comuni (tutti che criticano, ma intanto tutti che guardano), ennesima anomalia di un'Italia incapace di sfruttare adeguatamente il suo patrimonio musicale, negli ultimi anni Sanremo è diventato sostanzialmente il Festival delle marchette Rai. Nelle cinque seratedellamanifestazione, infatti, la rete ammiraglia di viale Mazzini, non contenta di fare incetta di spot pubblicitari e  telepromozioni manco mandasse in onda il SuperBowl, approfitta del palcoscenico dell'Ariston per esporre i suoi prodotti a venire, dalla serie tv su Alberto Manzi con Claudio Santamaria (l'anno scorso toccò a Beppe Fiorello per  lanciare il «suo» Modugno) al prossimo show di Brignano,naturalmente su RaiUno. E se non sono funzionali alle autopromozioni della rete, gli ospiti equivalgono comunque ad altrettantispot, tipo Laetitia Casta, venuta sostanzialmente a far pubblicità al film con Fabio De Luigi in uscita giovedì.
Si dirà: meglio così che invitare attori strapagati che c'entrano come i cavoli a merenda (e magari pretendono l'elicottero per farsi trasportare in riviera direttamente da MonteCarlo), specie in questi anni di feroci polemiche sui compensi. Tutto vero (forse) ma l'autoreferenzialità ha un limite: e se questo vale per l'azienda, capace quest'anno di trasformare l'Ariston in un gerontocomio pur di celebrare i suoi primi 60 anni - senza offesa per artisti del calibro di Renzo Arbore, Franca Valeri o le gemelle Kessler, ma intanto Baudo non l'hanno invitato - vale ancor più per la coppia dei conduttori, mai come stavolta apparsa inadeguata al nuovo clima sociale instauratosi dopo le elezioni di un anno fa: il vero errore capitale di questa terrificante edizione (dove anche la griglia dei «big» è scesa a livelli imbarazzanti) è stata la conferma di Fazio e Littizzetto. Saranno anche bravi (benchè lui sia troppo «pretino» e lei troppo volgare), ma in quanto ad appeal televisivo, la verginità l'hanno persa da un pezzo: sono targati RaiTre e - magari non solo per questo motivo - a un sacco di gente stanno sul gozzo (o più giù, se preferite). Pensare di far diventare nazionalpopolare come «Don Matteo» un modello di tv come «Che tempo che fa» è una pia illusione in un Paese che si divide su tutto. E' andata bene una volta (ma se ricordate c'era chivoleva spostare il Festival dopo il voto di fine febbraio), poi
quest'anno l'Auditel ha presentato il conto, che è stato salato.

E allora, se di conti vogliamo parlare, mettiamoci una maiuscola e un nome davanti: Carlo. Se è vero che il Festival s'inizia a costruire dal conduttore, Conti è il nome giusto per ripartire, forse l'unico in grado di mettere d'accordo tutti. Perchè non abbia ancora avuto una chance resta un mistero, ma è volto Rai, gli ascolti li porta sempre a casa e conosce la musica (anche se, da buon ex dj radiofonico, con gusti fin troppo «orizzontali»). Altrimenti c'è sempre la strada alternativa: dopotutto chi l'ha detto che quando si tocca il fondo si può solo risalire? Si può anche chiudere la baracca per un po': è già successo negli anni Settanta che Sanremo non venisse trasmesso in tv, e se nostalgia del passato dev'essere, allora che comprenda anche quegli anni lì.

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