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L'intervista

Ravasi, batteria sempre carica

Professionista a 16 anni, ha rigato l'Europa con Fogli e si è specializzato alla "Berklee" di Boston. "L'assolo? Prima del virtuosismo viene la precisione". E ai suoi allievi oggi dice: "Lasciate l'Italia"

Ravasi, batteria sempre carica

Sandro Ravasini

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Avere un vicino di casa batterista, nell’era dell’elettronica, non è più un incubo. Ma nei confronti di quel laureando di via Gibertini che dovette sopportare le sue rullate di gioventù, Sandro Ravasini ancora adesso nutre un discreto senso di colpa: «Devo essere sincero, io al suo posto non avrei resistito. Anche perchè non c’ero solo io che mi esercitavo, spesso venivano i miei amici con i quali s’improvvisavano jam session in cortile, e c’erano frotte di ragazzini che venivano a sentirci da tutto il quartiere».
E’ nata così, con buona pace dei residenti di una via destinata in seguito a fare i conti anche con il ciclone Asprilla (ma quella è un’altra storia), la carriera di Sandro Ravasini, professione batterista, che però - a parte gli inizi - non fa rima con casinista. Anzi: il drummer parmigiano, fra i più noti ed apprezzati del panorama nazionale anche per la sua attività di docente, ci tiene a sgombrare il campo dal luogo comune che vorrebbe i batteristi tutti matti, tanto quanto i frontman/chitarristi sono «eroi maledetti».
Energia sì, ritmo e coordinazione anche («è l’unico strumento che si suona con i quattro arti») ma con la precisione di un notaio della musica: «Il mito dell’assolo di batteria? Ci sta, perchè hai il tuo spazio, ma nel tempo ti accorgi che è l’ultima cosa che conta. Se sei un funambolo, non suoni con gli altri: la tecnica conta al 30%, il restante 70% è tutto musicalità e precisione. Io ai miei allievi lo dico sempre. Ora poi, con le batterie elettroniche, imparano più facilmente grazie al play-along: si toglie la traccia di batteria e suonano direttamente sui brani».
Tra Accademia e altre scuole di musica, Ravasini insegna a 70 ragazzi ogni settimana.
«Oggi ci sono un sacco di opportunità per imparare, mentre quand’ero giovane io la situazione era ben diversa: al Conservatorio, ad esempio, non c’era il corso di batteria pop come adesso, e ci si poteva indirizzare solo verso le percussioni sinfoniche, che però erano considerate uno strumento secondario: e prima bisognava passare attraverso 5 anni di strumento primario».
Per sua fortuna, come per tanti altri musicisti parmigiani della sua generazione, l’Eldorado è apparso in borgo Felino: la scuola di jazz di Lorenzo Cuneo.
«Lì ho potuto imparare da Enrico Lucchini, il numero uno in Europa, che ho poi seguito anche a Milano. Anche grazie a lui, a nemmeno 17 anni facevo già la professione».
Che allora significava non tanto metter su una propria band, con la quale sbarcare il lunario non era per niente facile (la sua erano i Rocky’s Filj, con Ugolotti e Canavera) quanto accompagnare le band e i solisti di successo del periodo: i Dik Dik, i Camaleonti, Marcella, Ricky Gianco, ma soprattutto l’illustre fuoriuscito dai Pooh: Riccardo Fogli. «Nella sua band eravamo tutti parmigiani - ricorda Sandro - oltre a me c’erano Ugo Maria Manfredi, Pietro Cantarelli, Luca Savazzi, Vito Castelmezzano, poi Helder Stefanini. Abbiamo girato tutta l’Italia e l’Europa, è stata un’esperienza fondamentale».
Mancava un tassello, però: il ‘master’ al cospetto degli inarrivabili miti americani.
«Nell’86 sono riuscito a essere ammesso alla ‘Berklee’ di Boston, la mecca delle scuole di musica, quella con i docenti migliori in assoluto, che per il mio strumento erano Alan Dawson e G. Chaffee. Io avevo già 23 anni e con me c’erano degli americani di 16 anni che erano già dei mostri, tanto che
volevo tornarmene a casa in anticipo... Ma il confronto con loro è stato davvero importante: sono molto competitivi, ma anche molto professionali. E soprattutto, tra loro c’è grande stima reciproca».
In Italia invece...
«Cattiverie, gelosie e clan: la situazione è più o meno questa».
E in compenso sono pochissimi i batteristi che godono di grande popolarità.
«Perchè in Italia, tolte poche band storiche, i batteristi - come peraltro i bassisti - sono soprattutto turnisti, dunque sono conosciuti solo dagli addetti ai lavori: è il caso di Maurizio Dei Lazzaretti, che ha suonato con tutti e da 12 anni è nell’orchestra di Sanremo, o Alfredo Golino. La gente conosce Tullio De Piscopo, che peraltro è una bella persona oltre che un eccellente musicista e un grande comunicatore, ma solo perchè a un certo punto si è messo a cantare. Infatti lo dice sempre: ‘se non canto, non guadagno’. E poi c’è Ellade Bandini, l’italiano che ha registrato più dischi in assoluto».
Ma i miti di Ravasini quali sono?
«Steve Gadd innanzitutto, che ho avuto l’onore di conoscere. Non sarà considerato un purista ma è l’essenza della versatilità. Poi Vinnie Colaiuta - uno che ha suonato con Frank Zappa - o il compianto Jeff Porcaro, il perfetto esempio di batterista pulito e tecnicamente perfetto, l’ideale per il
pop. In campo jazzistico direi Jack De Johnette. Uscendo dal novero dei batteristi, invece, dico Pat Metheny: e proprio lui ha detto che i batteristi italiani, dopo gli americani, sono i migliori».
Un bel complimento no?
«Sì, ed è la verità: peccato solo che in Italia rispetto ad altri Paesi siamo ancora troppo indietro in quanto a considerazione del lavor del musicista. Ancora adesso, a 50 anni suonati, tocca sentire certi gestori di locali che ti chiedono quanta gente porti prima di decidere se ingaggiarti. E infatti un’altra cosa che dico ai miei allievi è ‘Fai la valigia e vai via’».

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