intervista

Luca il maratoneta: una storia di coraggio

Ha corso la celebre 42 km di New York nonostante sia emofiliaco

Luca il maratoneta: una storia di coraggio
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Quando un paio di settimane fa, a New York, ha concluso la maratona più famosa del mondo, Luca Montagna ha tagliato ben più di un traguardo. Già correre una 42 km è per molti un’impresa, una sfida con se stessi, e il podista parmigiano l’ha vinta. Luca però aveva anche altri due progetti ambiziosi da portare con sé in quella corsa e sono entrambi legati alla sua patologia: l’emofilia, una malattia genetica rara caratterizzata dalla carenza di un fattore fondamentale per la coagulazione del sangue.

«Il primo progetto – spiega l’atleta – è quello della Fedemo, la Federazione delle Associazioni degli Emofilici, di cui faccio parte. Io e altri sette runner abbiamo partecipato alla maratona portando al polso il bracciale Sa.Me.Da. ® L.I.F.E. ®, un progetto pilota importantissimo che speriamo di poter diffondere».

Si tratta, in dettaglio, di un supporto tecnologico che, in caso di emergenza, permette l’identificazione della persona da parte del personale sanitario e l’accesso ai suoi dati direttamente sul luogo dell’incidente, tramite smartphone o computer, evidenziando eventuali aspetti medici da tenere in considerazione nelle operazioni di primo soccorso.

«Non siamo gli unici che necessitano di accortezze particolari in questi casi – spiega - penso alle persone affette da diabete o a chi, semplicemente, è allergico ad alcuni medicinali. Poter disporre di queste informazioni in tempo reale è fondamentale».

Il secondo progetto era – forse - ancora più ambizioso: «Dimostrare che sport ed emofilia possono convivere, che chi soffre di questa patologia non deve per forza rinunciare all’agonismo, anche se, ovviamente, servono controlli e di precauzioni».

Ad oggi l’emofilia rientra tra le patologie che, per la medicina sportiva, non sono compatibili con la pratica competitiva: «Di solito i medici non si assumono la responsabilità di firmare un certificato agonistico. Ne sanno qualcosa quei bambini emofilici che devono rinunciare al sogno di praticare il loro sport preferito ad alti livelli».

«Nel 2013, in occasione della Giornata mondiale dell’emofilia – racconta – ho lanciato la sfida, insieme a 7 amici da tutta Italia, di correre la maratona di New York. Con il supporto di Bayer e del Marathon Center di Brescia, sotto la supervisione del personale medico del Centro Hub Emofilia dell’Ospedale Maggiore, ho iniziato ad allenarmi, seguendo le tabelle del grande Gabriele Rosa, preparatore dei maratoneti keniani. A Vigatto mi vedevano tutti, l’estate scorsa, correre alle 6 del mattino! E’ stata dura ma ne è valsa la pena. Tagliare il traguardo è stata una soddisfazione enorme. Gli ultimi 2 km dentro al Central Park, con la folla che applaude e fa il tifo come l’ultimo giro della pista di atletica alle Olimpiadi, sono stati un’emozione fortissima, da pelle d’oca. E’ in quel momento che realizzi di aver corso la maratona di New York e di aver portato a termine la tua piccola impresa personale».

«Abbiamo tagliato il traguardo non solo per noi, ma per tutte le persone che hanno lavorato a questo progetto. Sono fiero di far parte di questo gruppo: otto storie differenti, unite dalla stessa volontà di permettere un giorno a chi ha questa patologia di accedere alla pratica sportiva». «Ora? Continuerò a correre, sicuramente – dice -, ma magari mi dedicherò a distanze meno impegnative!».

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