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INTERVISTA

Natou: «Il golf ha cambiato la mia vita»

«Dopo tante vittorie in Africa cerco di impormi in Europa. E insegno ai bambini di Parma»

Natou Soro

Natou Soro

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Cosa ci fa a Parma una donna, africana, che gioca e insegna golf? «Tutta colpa di un uomo...». Sprizza simpatia da tutti i pori Natou Soro, professionista ivoriana approdata al Parma Golf di Vigatto dove insegna e si allena per partecipare al circuito professionistico europeo di secondo livello, il Let Access. La sua è una storia particolare e avvicente; potrebbe essere la trama di un film.
«Sono nata in Costa d'Avorio a Korhogo - comincia Natou - quarant'anni fa ma con la mia famiglia ci siamo trasferiti subito a Yamoussokko dove sono cresciuta e dove frequentavo il liceo sportivo. Una scuola femminile nella quale ci insegnavano tutti gli sport, oltre alle classiche materie di studio. E in ogni sport io ero sempre la migliore della scuola. Un giorno un professore francese appassionato di golf ci portò alcune mazze e delle palline e ci fece provare. Il mio primo tiro fu una cannonata alta e dritta!».
Amore a prima vista per il golf?
«Non proprio, ma da quel giorno il professore ogni weekend passava a prendere a casa me e un paio di altre ragazze e ci portava sul campo da golf dove ci dava lezione. Eravamo le uniche ragazze di colore, tutti gli altri giocatori erano sostanzialmente francesi e bianchi. Quando a quel professore non venne rinnovato il contratto, io continuai a giocare grazie all'aiuto dei professionisti che insegnavano su quel campo. Così arrivò il giorno della mia prima gara: la vinsi e ricevetti in premio un guanto e tre palline. Che io vendetti ai giocatori del club e portai i soldi a casa. Fu in quel momento che realizzai che il golf poteva essere il mio futuro».
Come presero la cosa i tuoi?
«Mio papà non c'era mai, sempre via per lavoro. Era mia madre che badava alla famiglia e non era troppo contenta di questa mia passione per il golf. Un mondo troppo lontano dal nostro... Ma vedendomi vincere, anche lei capì che potevo dedicarmici con successo».
Da quella prima vittoria al professionismo la strada è stata lunga però...
«Molto. Continuavo a giocare e continuavo a vincere. Tutti i premi li vendevo e portavo i soldi a mia madre, ma le coppe no, quelle le ho tenute tutte. Il golf però è uno sport costoso anche perché bisogna viaggiare molto per fare le gare ed è stato allora che nella mia vita sono entrate due persone speciali. Una coppia di francesi molto benestanti che frequentavano il club e che mi presero sotto la loro protezione. Diciamo che mi adottarono. Mi pagarono tutte le spese e mi fecero andare in giro per l'Africa a fare le gare più importanti. La prima fu in Ghana e la vinsi subito. Poi arrivarono le vittorie in Kenya e un terzo posto in Tanzania».
Come è arrivata in Europa?
«Un giorno arrivò in Costa d'Avorio Thomas Levet, uno dei migliori pro francesi che mi vide praticare e fece di tutto per farmi andare a Parigi, nel suo club. Il mio “papà bianco” mi pagò tutte le spese ed io andai in Francia per due anni. Poi tornai in Africa per i campionati continentali e li vinsi e capii che potevo diventare una professionista».
Com'è stato il salto da dilettante a professionista?
«All'inizio fu tutto bellissimo. Andai in Sudafrica, che si stava affrancando dall'apartheid e aveva in atto politiche di aiuto per i giovani di colore. Ottenni una sponsorizzazione che mi permise di giocare tutti i tornei e di fare una bella vita. Ma dopo due anni la sponsorizzazione finì e dovetti lasciare il Sudafrica».
Fu così che venne in Italia?
«Sì. Seppi che a Bologna c'erano le qualifiche per il tour europeo e venni a giocarle. Siccome sapevo che a Parma era venuto ad abitare il mio ex ragazzo lo chiamai. Non ci vedevamo da quasi dieci anni ma quando ci incontrammo l'amore scoppiò di nuovo. Ci siamo sposati subito e abbiamo avuto due bambini».
E il golf?
«Per il golf non avevo più tempo con una famiglia da mandare avanti. E poi in Italia quale credibilità poteva avere una donna africana professionista? Ogni tanto andavo ad allenarmi al Cus Parma, ma trovare un lavoro era un sogno».
Fino a quando...
«Fino a quando Luigi Tunnera, maestro del Cus, mi disse che a Vigatto stava per aprire il Parma Golf e mi indirizzo da Alessandro Carrara, maestro e direttore del club. Andai da lui e gli chiesi un lavoro. Uno qualsiasi, anche come donna delle pulizie. Lui mi disse di tornare quando il club avrebbe aperto. Così feci ma quando mi vide giocare mi offrì di insegnare ai bambini. Fu un sogno per me: ero andata per fare le pulizie e mi ritrovavo maestra però...».
Però?
«Carrara mi disse che per essere in regola avrei dovuto iscrivermi alla Pga italiana e fare il corso a Roma. Ci pensò lui a spedire i miei documenti e mi diede un busta: dentro c'erano i soldi che aveva raccolto fra i soci del circolo per pagarmi le spese per andare a Roma! Così andai e feci il corso e ora sono maestra a tutti gli effetti».
E il golf giocato?
«E' stato sempre Carrara a spingermi a provare a tornare a giocare. Quest'anno ho fatto una gara in Spagna dove mi sono resa conto di essere ancora competitiva e il mese scorso a Praga mi sono anche classificata molto bene. Ora dovrei partecipare alle gare che ci sono in Finlandia e in Turchia, ma sono viaggi costosi e non posso permettermeli».
Cosa pensa di fare?
«Continuerò a bussare a qualche porta per cercare chi mi possa sponsorizzare. Se troverò un aiuto andrò a gareggiare perché so di avere ancora qualcosa da dire anche come giocatrice».

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