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"Campionesse ma dilettanti: il maschilismo dello sport italiano"

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Continua la nostra collaborazione con il Centro Antiviolenza di Parma, per provare a seminare qualcosa nella cultura dei rapporti uomo-donna: quel rapporto che può essere meraviglioso come può essere malato, fino alla tragedia. E anche nella battaglia contro stereotipi e pregiudizi. Con il contributo di un occhio diverso per "leggere" situazioni che magari sono radicate nel tempo e sono quotidianamente sotto i nostri occhi, magari anche su temi apparentemente innocui.

E in periodo di Olimpiadi, è da qui e dalla condizione particolare delle atlete che il Centro parmigiano parte con la sua riflessione.

Federica Pellegrini, Arianna Errigo, Tania Cagnotto, Vanessa Ferrari, Tania Di Mario, Eleonora Lo Bianco, Sara Errani. Vi state chiedendo cosa hanno in comune? Ovviamente sono donne, campionesse, in alcuni casi anche plurimedagliate, e in questi giorni sono impegnate a Rio de Janeiro insieme a tante altre colleghe per le Olimpiadi del 2016. Insomma, sono delle sportive di tutto rispetto, un vero orgoglio per la nostra Nazione e, sempre per la nostra Nazione, sono delle dilettanti. In Italia, infatti, le atlete donne si allenano anche dieci ore al giorno solo per diletto.
Secondo la legge 91/81, che in Italia regola il professionismo sportivo, tocca alle federazioni decidere chi è professionista e chi non lo è. E allo stato attuale dei fatti solo chi pratica calcio, golf, pallacanestro, motociclismo, pugilato e ciclismo viene riconosciuto - e tutelato - come professionista. Ma questo è vero solo per gli uomini. Come si può leggere sulla petizione online lanciata dalle atlete della All Reds Rugby Roma, “le federazioni sportive nazionali dovrebbero osservare le direttive stabilite dal CONI. A 34 anni dall’entrata in vigore di questa legge, però, il CONI non ha ancora chiarito cosa distingue l’attività professionistica da quella dilettantistica e la mancanza di un chiarimento ha determinato una grave discriminazione, penalizzando le donne. Molte federazioni sportive, infatti, hanno escluso esplicitamente le donne dall’area del professionismo”.
Vi state chiedendo cosa c’entra questo con la violenza sulle donne?
C’entra, c’entra. Perché come diciamo sempre la violenza sulle donne è un problema di cultura. Una cultura che nel nostro Paese è ancora molto condizionata da un maschilismo diffuso. La questione del professionismo sportivo è solo un esempio di come l’uguaglianza sociale tra uomini e donne sia ancora ben lontana dall’essere raggiunta. A discapito delle donne, ovviamente.
Ed è per questo che ci uniamo alle atlete della All Reds Rugby Roma nella loro petizione chiedono “che il Coni metta fine alla diseguaglianza: pari diritti per uomini e donne nello sport e nel professionismo sportivo!”. Pari diritti nello sport e nella vita. Un piccolo passo, una grande conquista.

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