VIA TESTI

«Stupro di gruppo, ci fu favoreggiamento»

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Tra loro serpeggiava un nomignolo crudele, altro “marchio” di quella notte nera come il catrame. Ma dopo, quando le indagini hanno portato alla luce lo stupro del branco nell’ex sede della Rete antifascista in via Testi, sarebbero partiti con chiamate e sms. Gli “amici” comuni avrebbero contattato la vittima per mettersi d’accordo sulla versione da fornire agli inquirenti.

Approcci velatamente minacciosi e testimonianze fuorvianti (all’epoca rese come persone informate sui fatti) tese a inquinare le prove. Sarebbero questi gli elementi emersi dalle indagini dei carabinieri dell’Investigativo coordinate dalla Procura. E proprio il sostituto procuratore Giuseppe Amara, titolare di entrambi i fascicoli, ha chiesto il rinvio a giudizio per i quattro giovani, fra cui una ragazza, accusati di favoreggiamento.

Si tratta di due parmigiani, il 23enne A.S. e il 29enne D.D.P. , del 28enne R.G., residente nel reggiano, e della 26enne milanese M.D.P. Un filone ben distinto da quello che vede imputati per violenza sessuale di gruppo i due parmigiani, Francesco Cavalca, 25 anni, e Francesco Concari di 29, e il 24enne romano Valerio Pucci. Ma che ruota attorno alla stessa notte cattiva di sei anni fa, quando la ragazza avrebbe vissuto l’inferno.

Un’indagine in salita fin dalla prima ora, considerando anche l’ambiente storicamente avverso alle divise che portò a sviluppi via via più torbidi con lo scorrere dei mesi. Sempre stando all’ipotesi accusatoria la vittima, avrebbe ricevuto approcci più volte da uno degli indagati per favoreggiamento, sia attraverso sms che utilizzando i messaggi su Facebook.

Si trattava di chiamate e messaggi che – stando alla ricostruzione degli inquirenti – avrebbero dovuto non solo intimidirla, ma anche convincerla a ritrattare, a fornire una versione diversa dell’accaduto. Lei non ha mai trovato la forza di denunciare, ma due settimane fa ha raccontato in aula quel che ha potuto. Brandelli di un incubo troppo grande, troppo feroce, per non piangere.

Davanti al collegio giudicante presieduto da Mattia Fiorentini, a latere i giudici Adriano Zullo e Laura Guidotti, la 24enne mantovana ha ricostruito le sequenze di quella notte che sono ancora lì, a svuotarle l’anima. Lei sarebbe approdata in città per incontrare uno degli imputati. Sarebbe stato quest’ultimo, con una scusa, a condurla alla sede del movimento che allora si riuniva in via Testi. Una volta arrivata si sarebbe ritrovata sola insieme ai suoi presunti aguzzini, trasformati in belve senza scopo. Se non quello di sfregiare una vita.

Ci sarebbero inoltre solidi elementi per sostenere che la giovane vittima sarebbe stata drogata a sua insaputa. Poi l’agguato brutale ripreso con uno dei cellulari dei presenti, ed è stato proprio questo video la prova regina. La giovane si sarebbe risvegliata la mattina dopo all’interno della sede Raf di via Testi, nuda e con le tracce dei rapporti violenti sul corpo. Una storia, arrivata ai carabinieri dell’Investigativo solo dopo anni e grazie a una tenace ricerca di indizi. Una storia che il pm Amara non ha mai sottovalutato e per cui ha dato battaglia fin dalla prima ora.

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