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Agli Orti di Marano, nel bel mezzo di una fiaba

Agli Orti di Marano, nel bel mezzo di una fiaba

Gli orti di Marano

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Non è difficile, in questo momento, avercela con il mondo intero, essere terribilmente incavolati con questa società che sembra farlo apposta a dare segnali negativi su tutti i fronti. E' sufficiente guardarsi intorno, leggere i giornali, ascoltare i notiziari in tv o connettersi in rete per avere un desolante quadro della situazione. La vita però, come sempre, e la storia lo insegna, anche nei periodi di crisi più profonde sia economiche che morali, offre alla gente una sorta di «airbag» affinchè l'impatto con le delusioni che ci assalgono da tutte le parti non sia così devastante. Uno di questi «airbag» nostrani, dove una persona può effettivamente isolarsi dal mondo vivendo a contatto con la natura, coniugando quei valori di amicizia vera, disinteressata e solidale che stanno alla base del vivere civile, sono gli «orti sociali». I grandi della storia, dai grandi filosofi greci a Cincinnato, questa regola l'hanno sperimentata con successo. Il rapporto di tipo «monastico» o «francescano» con «sora nostra terra», intanto, invita alla riflessione ed alla contemplazione nel rispetto per tutto ciò che ci circonda e che il Creatore ci ha donato. Ben difficilmente ciò può capitare al frettoloso e distratto uomo d'oggi incollato al cellulare o al computer. L'uomo e la donna d'oggi sono troppo stressati, troppo avvinghiati alla carriera, troppo distolti da ciò che ci può essere di bello, dolce e rilassante a un tiro di schioppo da casa.
Una di queste oasi di felicità è rappresentata dagli «Orti sociali di Marano» dove alla natura ci si da del tu, appena si entra, percorrendo un viale alberato che, in primavera, si veste di fiori multicolori come in un quadro di Van Gogh. E poi quei tappetini verdi di 50 metri cadauno, coltivati in modo ordinato e geometrico che custodiscono tesori inestimabili. Autentici atti d'amore verso la terra.
E allora, come in un dipinto arcimboldesco, specie in questa stagione, il trionfo di forme, colori e profumi è davvero straordinario: peperoni, melanzane, zucchini con i loro fiori giallo-oro, pomodori di varie qualità, piselli, radicchi e insalata, meloni, fagioli, fagiolini, cipolle, aglio, cavoli, verze e chi più ne ha più ne metta. Il tutto coltivato all'insegna del rispetto dell'ambiente. Qui, ad esempio, chi si azzarda a parlare di pesticidi viene subito messo al bando. La verdura deve essere di qualità nel pieno rispetto della terra madre. Quindi, agli ortaggi, solo concimi naturali e acqua. Infatti, ogni orto (in tutto sono 56), dispone di un collegamento idrico per consentire all'ortolano di innaffiare a piacimento il proprio orticello. Ma non è finita, oltre verdure d'ogni tipo, impreziosiscono gli orti maranesi splendidi alberi da frutto con certe susine rosse dolci come il miele, ciliegie selvatiche, amarene, noci, gelsi (i mitici «mor »dei nostri nonni), fichi, mele e pere. E poi il tocco di classe con tanti fiori che accolgono il visitatore lungo il viale che porta alla «club house»: i gigli di San Giovanni, profumatissime rose, gerani, margherite. A coordinare questo idilliaco eden agreste fondato 35 anni fa ai piedi della pedemontana con una vista superba che lascia intravedere le cime amiche dei nostri monti, «tre moschettieri» (tre, poiché il quarto non vuole essere citato, sebbene sia un personaggio molto noto nella nostra città). Franco Bottarelli, sessantaseienne, di Basilicanova, è il «presidentissimo» degli Orti di Marano mentre il suo vice è Franco Bertolotti, settantaduenne, ex artigiano, «ortolano di lungo corso» per essere da 19 anni socio della realtà sociale maranese. Ed infine un romagnolo purosangue come la «piadina» e il liscio, Romolo Mambelli, sessantanovenne, ex tecnico della Barilla, nativo di Monghidoro ma a Parma da tanti anni.
Nell'adiacente «club house», ordinatissima, e dove, nella cucinona, regna una pulizia maniacale, i soci si riuniscono periodicamente per riunioni, pranzi, cene e momenti di amicizia vera, sia in estate che in inverno. E nell'area, dinnanzi al loro ritrovo, un bel cippo in roccia ricorda Don Carlo Gnocchi, che il presidente onorario, Giuseppe Cantoni, conobbe personalmente in tempo di guerra in quanto Don Gnocchi, com'è noto, fu un eroico cappellano degli alpini oltre che un Santo con la S maiuscola. La nostra visita agli «Orti di Marano» è coincisa con la «rozäda äd San Zvan», infatti in cucina fervevano i preparativi per la sera che ha visto la partecipazione di 150 commensali i quali hanno potuto gustare i tortelli in un ambiente dove si avvertiva il dolce ed etereo profumo della verdura madida di rugiada e dove le lucciole, appena scese le tenebre, danzavano come ballerine. Infatti, l'«Orto di Marano», oltre essere un vero e proprio polmone verde, si è pure tramutato in un magico habitat per tanti animaletti che l'uomo d'oggi ha dimenticato: scoiattoli, cinciallegre, picchi, lepri e ghiandaie. Ci congediamo dai responsabili dell'orto nell'afosa mattina solstiziale resa sopportabile dalla frescura del verde che circonda gli orti. Una ghiandaia, appollaiata sul tetto dell'antico acquedotto farnesiano, pare salutarci mostrando il suo azzurrino piumaggio che i raggi del sole rendono fiabesco. Poichè quella che vi abbiamo raccontato pare proprio una fiaba. Invece, grazie a Dio, è pura realtà.

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