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EDITORIALE

Conti pubblici: cosa rischia davvero l'Italia

L'attendismo europeo e i rischi per l'Italia
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Bruxelles ha mostrato ieri - accanto al consueto balbettamento cerchiobottista - qualche sfumatura inedita che denota quanto meno la presa di coscienza di un momento delicatissimo nella mutazione degli equilibri economici, politici e sociali all'alba dell'era Trump.
Dunque, come previsto la Commissione Europea ha ribadito che i nostri conti sono a rischio e il patto di stabilità va rispettato, ma al tempo stesso ha convenuto che sisma e immigrazione hanno un impatto non trascurabile sui conti pubblici, rimandando di fatto all'inizio del 2017 l'ultima parola sulla manovra. In fondo c'è anche da tenere buono Matteo Renzi che minaccia seriamente di porre il veto sul bilancio dell'Unione. Fin qui nulla di nuovo. Dove il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici sembra mostrare un cambio di passo è invece nell'approccio sistemico ai bilanci degli Stati membri: «La Commissione Ue agisce come una sorta di ministro dell’eurozona», ha spiegato, e non più come «una sorta di aggregatore statistico», ovvero l'atteggiamento visto finora. Non bastano queste parole per pensare di avere finalmente una centralità reale nella politica economica, ma è un primo passo. Così come non va dimenticato - sempre in quest'ottica - il richiamo anche ai "secchioni", quelli nei banchi della prima fila con la tripla A: chi dorme su una montagna di surplus - Berlino in primis - resta un osservato speciale e dovrà essere la locomotiva di una politica europea espansiva: chi sopravanza gli obiettivi di bilancio, insomma, dovrà usare il surplus per sostenere sia la domanda interna che gli investimenti previsti dal piano strategico (si spera) che porta il nome di Juncker.

L'Italia di fronte all'attendismo fatto di bastone e carota potrà così continuare a sguazzare nella stucchevole battaglia referendaria che da qui al 4 dicembre dividerà il Paese in un manicheismo di schieramento più che di contenuti. E posticipare per l'ennesima volta l'attenzione verso i problemi reali, a partire dal debito pubblico. Del resto proprio in questi giorni - con la spietata lucidità che gli è propria - Ferruccio de Bortoli ha ricordato la disinvoltura tutta italiana nel considerare il debito pubblico come un problema remoto, creato da altri e che si risolverà fatalmente in qualche modo.

E invece no: quanto sta accadendo sui mercati (i quali, a differenza di Bruxelles, non prendono mai tempo) impone una riflessione. Con l'arrivo di Donald Trump a Washington l'attesa per una spinta inflazionistica fondata sul deficit è non solo il preludio a un rialzo dei tassi da parte della Fed, ma il segnale netto agli investitori di tutto il mondo che la fase dei rendimenti negativi è finita. Per tutti. Martedì i titoli di stato decennali giapponesi sono saliti sopra lo zero per la prima volta da oltre due mesi, il nostro Btp decennale in novanta giorni ha visto raddoppiare il rendimento e infatti lo spread con il Bund tedesco si è messo a galoppare verso quota 200. Siamo lontani - è vero - dalle vette drammatiche (570 punti) che segnarono la fine di Berlusconi, ma ogni punto percentuale di aumento del costo del debito vale - si stima - circa 23 miliardi di euro. Il quantitative easing di Draghi non può essere eterno. E allora il risveglio rischia di essere molto doloroso.

atagliaferro@gazzettadiparma.net

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