IL CASO

La montagna insorge contro la Regione

Affollatissimo dibattito sulla chiusura del Punto nascite di Borgotaro. I sindaci uniti nella protesta: «Bologna faccia un passo indietro e vengano garantiti i parametri di sicurezza necessari»

La montagna insorge contro la Regione

L'ospedale Santa Maria

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In tantissimi martedì sera hanno voluto essere presenti alla pubblica assemblea che si è tenuta in Teatro Farnese a Borgotaro per conoscere la realtà dei fatti intorno all’imminente chiusura del punto nascite ed ascoltare le proposte da attuare concretamente per cercare di salvare il servizio che rappresenta la garanzia del futuro per la montagna parmense.

Sul palco, quasi tutti i sindaci dell’Alta Valle ed i rappresentanti delle associazioni di volontariato, che per prime si sono mosse nel cercare di scongiurare la chiusura del punto nascita del “Santa Maria”.

«Possiamo ancora tentare di chiedere alla Regione, l’unico ente con il potere decisionale, di rivalutare la nostra posizione e mettere a norma tutti gli aspetti sanitari in deficit – ha esordito Anna Maria Chilosi, presidente di “Insieme per Vivere” –. Facile nascondersi dietro il parere del Ministero, che è solo consultivo; sarebbe stato meglio che l’assessore Venturi avesse sistemato tutti gli aspetti contestati prima di inviare la richiesta di deroga: il nostro ospedale, dove il paziente è una persona e il personale è qualificato e umano, servono professionisti, non chiacchiere».

«Il dato geografico non è stato minimamente tenuto in considerazione dalle commissioni che hanno valutato la nostra richiesta, e su questo dobbiamo fare leva – ha proseguito il sindaco Diego Rossi –: viabilità, collegamenti, tempi, orografia sono stati completamente trascurati. Siamo scontenti a causa delle mancate sostituzioni del personale trasferito o pensionato, dell’assenza di integrazione fra le professionalità dei tre ospedali provinciali, e chiediamo che i parametri di sicurezza vengano garantiti con investimenti, non togliendo un servizio essenziale per il territorio».

È più semplice eliminare anziché migliorare, e i cittadini che hanno votato per la presente Amministrazione regionale si aspettano una risposta in questo senso: «Perdere il punto nascita è l’inizio della fine: nessuno di noi ne deve fare una questione politica, ma dobbiamo mostrare a Bologna l’unità che ci caratterizza. La Regione deve farci vedere da che parte sta, e deve impegnarsi come deliberato a trovare le risorse per confermare il nostro punto nascita mettendolo in sicurezza» continua Claudio Alzapiedi, primo cittadino di Valmozzola, a cui fa eco il sindaco di Berceto Luigi Lucchi: «Serve una mobilitazione generale della popolazione per spalleggiare la politica: la Regione non vuole assumersi la responsabilità della decisione finale, scaricandola sul Ministero».

La visibile assenza del consigliere Cardinali è stata supplita dal vicepresidente dell’Assemblea regionale Rainieri, che ha invitato la popolazione al prossimo Consiglio per vedere l’operato reale dei politici: «La politica ha l’obbligo di dare una risposta: Venturi conosce la realtà montana, e avrebbe potuto motivare la richiesta di deroga in modo da tenere aperto il servizio».

Dello stesso avviso Rodolfo Marchini del Comitato pro ospedale: «Sentito il parere negativo della commissione regionale, Venturi avrebbe dovuto fornire ciò che manca e poi rivolgersi a Roma: evidentemente non siamo nei suoi interessi».

«L’unità è la chiave per continuare questa battaglia che tenta di supplire alla mancanza di coerenza e di sensibilità di chi ci governa e ha consentito che un servizio, nelle loro parole, “non sicuro” operasse fino ad oggi» sottolinea il presidente Avis Valentino Delmaestro, mentre l’Assistenza pubblica ha sollevato un complesso problema tecnico: «Come volontari, dovranno addestrarci ad una situazione nuova, ed attrezzarsi per il parto in ambulanza, lesiva della dignità femminile e molto rischioso».

Per questo, mentre si attende un incontro con l’assessore Venturi, la popolazione del distretto si mobiliterà per manifestare a Bologna contro una decisione iniqua e per fare rete con gli altri punti nascita dell’Appennino per far sentire la propria voce.

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