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Georgia, missione compiuta

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di Pino Agnetti

TBILISI - Come sta la Georgia? Come può stare un Paese ex-sovietico appena uscito da un breve ma rovinoso conflitto e su cui sta per abbattersi una seconda e per certi versi ancora più terribile bufera, rappresentata dall’insorgente crac finanziario dell’intero Est europeo. E dunque Tbilisi la «tiepida» (per via delle terme sulfuree che danno il nome alla capitale georgiana) rimane sì, con i suoi superbi boulevard e palazzi ottocenteschi, con le sue cittadelle fortificate e le sue chiese secolari, con i balconi incisi nel legno e gli stretti vicoli lastricati della zona vecchia, la città «dallo strano e magnifico fascino» descritta da Alexandre Dumas. Ma, per il resto, la fatica e l’ansia del momento ci sono e si respirano tutte. Alimentate da un dato di per sé eloquente: 46.000 occupati in meno nel solo mese di gennaio. Che, in un Paese con 5 milioni scarsi di abitanti e un’economia completamente da reinventare, rappresentano se non una catastrofe, certamente l’annuncio di tempi ancora più grami di quelli dell’estate scorsa, allorché i tank di «zar» Putin giunsero a meno di un’ora di strada dalla sede del parlamento e del governo.
E’ in questo lembo di Caucaso a stragrande maggioranza cristiano-ortodosso che rivive, giorno dopo giorno, l’epopea insieme commovente ed esaltante (come tutte le epopee scritte con una fede assoluta verso Dio e gli uomini) dei 300 della Caritas Georgia. Un vero esercito del bene fatto di «gente comune» dedita a una sola causa: aiutare gli ultimi. Che da queste parti abbondano e continuano ad aumentare, avendo la pancia ancora troppo spesso vuota dei profughi vecchi e nuovi delle guerre succedutesi a intervalli regolari a partire dal 1991 (anno in cui la Georgia si macchiò del «peccato mortale» di staccarsi per prima dall’impero comunista). Ma anche il volto smarrito e tremante di una marea di poveri, anziani soli e malati, famiglie intere rovinate da qualche sciagurata speculazione costata loro pure la casa, ragazzi e ragazze di strada disposti a prostituirsi per quattro schifosissimi «lari» (l’equivalente di meno di 2 euro).
Sono loro le «Termopili» dei 300 di padre Witold. Il salesiano polacco chiamato quasi 16 anni or sono a guidare la Caritas georgiana da Giovanni Paolo II in persona. L’uomo insieme al quale entrai sei mesi fa nella Gori ancora occupata dalle truppe corazzate russe con due ceste di pane nel baule del fuoristrada come «lasciapassare». Per fare il bis il giorno seguente con lo stesso padre Witold e un ben più cospicuo carico di farina e patate destinato agli abitanti della città natale di Josif Vissarionovic Džugašvili, detto Stalin.
I lettori della «Gazzetta» sanno cosa ne seguì. L’appello, ripreso in prima battuta dal sindaco Pietro Vignali e dal vescovo di Parma Enrico Solmi, a mobilitarsi a favore delle vittime della più grave emergenza umanitaria in Europa dai tempi delle guerre balcaniche degli anni ’90. Poi, la nascita del Comitato «Georgia chiama Parma» formato da Comune, Provincia e Diocesi di Parma, Unione parmense degli Industriali, Fondazione Monte Parma e dalla stessa «Gazzetta». Quindi, una sottoscrizione pubblica nata fra non pochi scetticismi. Ma tuttavia capace, grazie alla pronta mano offerta strada facendo da un composito pool di sostenitori (Parma Fc, Consorzio taxisti di Parma, Confesercenti e associazione «I Mercanti di Parma», alcuni club Lions, Conservatorio Arrigo Boito, associazione provinciale Parafarmacisti, Grafiche Step) e ad alcuni grandi «gesti» (firmati Luca Barilla, Fondazione Cariparma e Unione industriali) di sfiorare in poco più di due mesi quota 49.000 euro. Che, sommati ad altri 3.000 euro donati autonomamente dai Lions, diventano 52.000. Tutti «girati», dal primo all’ultimo centesimo, direttamente alla Caritas Georgia.
Mancava un momento con cui suggellare sul piano simbolico l’intera operazione. E quel momento è giunto nei giorni scorsi con una cerimonia ufficiale a Tbilisi. Presenti il ministro georgiano per i rifugiati, Koba Subeliani, l’ambasciatore d’Italia in Georgia, Vittorio Sandalli, il nunzio apostolico, Claudio Gugerotti, l’amministratore apostolico del Caucaso per i Latini, Giuseppe Pasotto, l’ambasciatore di Svizzera, Lorenzo Amberg, che in questa fase rappresenta anche gli interessi della Federazione Russa in Georgia. Più, naturalmente, padre Witold.
La sintesi dei discorsi che hanno caratterizzato la cerimonia è riassumibile in due semplici parole: «Grazie, Parma!»”. «Grazie», come ha ripetuto il ministro Subeliani, «per il significato non solo materiale» dei fondi raccolti e del container di latte in polvere, alimentari e vestiario (per un valore di circa altri 20.000 euro) donati da Chiesi Farmaceutici, Barilla e Number 1 che nelle prossime settimane raggiungerà il porto di Poti sul Mar Nero. «Grazie» (ed è stato il nostro ambasciatore Sandalli a rimarcarlo), per una iniziativa che «è servita e servirà a tenere viva l’attenzione su un dramma che in realtà ci riguarda tutti da vicino come europei». «Grazie», ha concluso padre Witold, «perché mai così pochi avevano fatto così tanto per questo popolo».
Ma poiché è fondamentale che i parmigiani sappiano esattamente in che modo sarà utilizzato il frutto della loro generosità, ecco qualche «flash» di un viaggio umanamente e moralmente indimenticabile. Cominciato fra le case bruciate del villaggio di Ergneti, nell’Ossezia del Sud, dove i contadini rimasti a vegliare sulle macerie di una vita andata letteralmente in fumo ci hanno voluto offrire il pane appena cotto nella pietra e l’ultima bottiglia di vino di una terribile vendemmia di guerra testimoniata dai vigneti tuttora cosparsi di mine. Proseguito nelle mense per i profughi e nel poliambulatorio della Caritas a Tbilisi (l’unico di tutto il Paese a fornire assistenza medica gratuita anche a domicilio). E concluso in una specie di grande «officina-castello» della solidarietà in cui padre Witold e i suoi offrono a chiunque bussi al portone un tetto e un pasto sicuri. Insieme a una serie incredibile di corsi professionali (per artigiani, meccanici, falegnami, incisori, orafi, perfino per disegnatori di moda e aspiranti ballerini e musicisti) e alla cosa in assoluto più importante per qualsiasi individuo: una famiglia.
Ecco a chi sono finiti e come saranno utilizzati gli aiuti raccolti dal Comitato «Georgia chiama Parma» attraverso una campagna, forse, troppo pulita, onesta e immune da secondi fini per meritarsi la luce piena dei riflettori. Ma ampiamente ricompensata da un premio che vale mille volte più di qualunque benemerenza pubblica o strapuntino mediatico: il sorriso meraviglioso dei bambini della «Casa famiglia» di Tbilisi. 
Credo che saranno d’accordo anche i due splendidi compagni di viaggio – Corrado Beldì, giovane imprenditore di origini novaresi in moto perenne fra Milano e Parma, e Graziano Martini del Lions club Bardi Val Ceno – che hanno condiviso con me l’ultima tappa di una straordinaria avventura intitolata «Georgia chiama Parma». Ma già rivedendo con la mente padre Witold che ci saluta sulla porta di quel suo «castello» eretto a difesa della civiltà dell’amore, lo stesso appello torna a farsi sentire più forte che mai. Perché, si sa, la carità non è mai troppa. Ed alla fine non esiste confronto fra il poco che si è dato e quanto di immensamente più grande e prezioso invece si è ricevuto.
 

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