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Parma-Sudan: filo diretto

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 Era partito a fine luglio, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemi (come abbiamo visto nelle cronache di questi giorni, dopo che Andrea ci aveva scritto). Avevamo incontrato Andrea Tozzi pochi giorni prima della partenza. Ed ora sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti.  Ed è una storia che si adatta pienamente allo spirito della nostra nuova sezione delle "Buone notizie".

Parma-Sudan – Filo diretto (5)

Cara Parma, ti scrivo…
… per raccontarti di quello che mi sta dando questa esperienza dal punto di vista umano: quello che sto imparando, le sensazioni che provo, le riflessioni che le varie situazioni in cui mi trovo portano con sé. Vorrei provare a trasferirti parte di quelle ricchezze che il Sudan sta gradualmente depositando nelle tasche del mio animo.
Oggi ti parlo di una delle caratteristiche in assoluto migliori (e da me meno attese) dei sudanesi: l’apertura verso l’altro. È qualcosa che non cessa di stupirmi dopo oltre sette mesi dal mio arrivo a Khartoum. Ogni giorno, in ogni strada, in ogni luogo che frequento, incontro persone pronte ad accogliere il mio saluto con un sorriso, quando non sono loro le prime a rivolgermelo. Poche parole in arabo, poi la conversazione si ferma a causa della mia ignoranza della lingua; in caso contrario potrebbe proseguire con estrema naturalezza. Alla faccia della diffidenza islamica verso gli “infedeli” che mi ero immaginato prima di partire…
È una sensazione splendida. Ti senti accolto. Cosa rara di questi tempi, non trovi, cara Parma? Passeggiando nelle tue vie io così non mi ci sono quasi mai sentito. E credo proprio di non essere l’unico. Ho provato ad immaginare cosa succederebbe se iniziassi a salutare le persone che incrocio in via Farini o in Ghiaia o che sono sedute ad un caffè in piazza Garibaldi; ma anche in una qualsiasi strada di periferia. Credo mi scambierebbero per uno squilibrato o, peggio, per un malintenzionato. La reazione sarebbe comunque di sospetto, di diffidenza, lo stesso atteggiamento con cui mi sarei aspettato di essere accolto dai sudanesi, e che invece fa a pugni con la naturale cortesia che questo popolo quotidianamente mi riserva. Del resto, il mitico “Dino” è diventato famoso in città proprio perché salutava tutti quelli che incontrava: se si fosse trattato di un comportamento consueto, usuale, forse nessuno ci avrebbe fatto caso, non credi?
Ti racconto un paio di episodi banali, ma secondo me emblematici da questo punto di vista. Il primo mi è capitato all’aeroporto. Ero in attesa al banco del check-in, avevano terminato le etichette da posizionare sui bagagli. Dietro di me era in attesa una giovane giornalista sudanese, evidentemente al primo volo con gli aerei del Programma Alimentare Mondiale, dato che non era al corrente dei requisiti e delle limitazioni imposte da quel tipo di servizio. Uno sguardo, un sorriso e ci siamo ritrovati a chiacchierare delle nostre rispettive attività e dei motivi per cui ci stavamo dirigendo a Sud. È stata lei ad iniziare il dialogo. La naturalezza con cui l’ha fatto mi ha colto di sorpresa, tanto che all’inizio mi sono chiesto se per caso non mi avesse scambiato per qualcun altro.
 Il secondo episodio è avvenuto in chiesa, prima della messa domenicale celebrata nel compound dei Comboniani. Ero arrivato stranamente in anticipo, per cui avevo occupato un posto a sedere in uno dei banchi di legno solitamente stipati di persone. Dopo alcuni minuti una ragazza è venuta a sedersi accanto a me. Io mi sono leggermente scostato per farle posto. È bastato questo gesto per darle l’occasione di presentarsi stringendomi la mano (“mi chiamo Lisa”), vincendo anche il possibile imbarazzo di parlare un inglese zoppicante. Mi colpì molto. Quante volte, cara Parma, hai assistito ad una scena del genere in una delle tue tante chiese? Per me è stata la prima volta, non solo da protagonista, ma anche da spettatore.
Ti ho parlato di senso dell’accoglienza. Essa non si limita al sorriso, al saluto o alla chiacchiera. Si fa più concreta nei gesti, in gesti semplici che ti fanno parlare non più solo di accoglienza, ma di vera e propria ospitalità. Devi sapere, cara Parma, che qui a Khartoum, intorno alle 11.00-11.30 le persone si fermano per un break, consumando generalmente quello che loro chiamano “fuul”, una zuppa fredda a base di olio e  legumi che versano in grandi recipienti semisferici a cui tutti attingono con un pezzo di pane. Bene, se tu passi nei pressi di uno di questi gruppetti di persone intenti a consumare il fuul, quasi certamente vieni invitato ad unirti a loro per condividere quello che per molti è uno dei pasti principali della giornata.
Quando per l’ora del breakfast capito al centro di formazione professionale in cui operiamo, da tutti, studenti e insegnanti, giunge regolarmente un “faddl!”, “prego, fatti avanti!” accompagnato da una mano che ti tende un pezzo di pane. Pochi giorni fa persino Ahmed, il panettiere da cui solitamente mi rifornisco, ha insistito perché mi fermassi a mangiare con lui ed i suoi colleghi. D’accordo, si tratta di una cultura completamente diversa dalla nostra; ma te lo immagini, cara Parma, un gruppo di sconosciuti seduti al tavolo di un bar o di un ristorante all’aperto della nostra città che ti invitano ad accomodarti con loro e a mangiare un po’ della loro pasta o della loro insalata?
Accoglienza, ospitalità, generosità. Generosità che si manifesta nelle forme più diverse. Una mattina, era ancora buio e mi stavo dirigendo a piedi verso l’aeroporto (dato che ero in anticipo e l’aeroporto del PAM non è molto distante dal nostro ufficio), un tassista mi ha sorpassato e, dopo pochi metri, si è fermato ed ha innestato la retromarcia. Mi ha chiesto dove ero diretto (almeno credo, parlava infatti solo arabo). Gli ho risposto (in inglese) che non avevo intenzione di prendere un mezzo, avrei fatto due passi. Lui insisteva per prendermi a bordo, con un’espressione in viso che sembrava indicare che mi avrebbe dato uno “strappo” gratis; ma la cosa non mi quadrava, non era logica secondo la “mia” logica. Dato che non riuscivamo a capirci, mi sono deciso a salire, in fin dei conti mi sarebbe costato solo poche sterline. Giunti a destinazione, gli ho chiesto quanto gli dovevo e lui, con un gran sorriso, mi ha salutato. Era già ripagato del mio grazie. Cara Parma, non credi anche tu che forse qualcosa da imparare o da riscoprire ci sia in tutto questo?
Ora, non voglio passare per ingenuo. Mi rendo perfettamente conto di due aspetti fondamentali, che certamente incidono parecchio nel verificarsi di episodi come quelli che ti ho raccontato. Il primo riguarda il mio ruolo e la mia condizione sociale. Io qui sono un “kawaja”, uno “straniero bianco”, generalmente identificato con soldi e potere. Sicuramente non passo inosservato e suscito l’interesse delle persone che mi circondano o con cui ho a che fare, che dunque sono probabilmente più portate del normale a rivolgermi la loro attenzione, in tutti i sensi. Il secondo aspetto riguarda la sicurezza, qui a Khartoum davvero elevata, almeno quella da me percepita. Per le tue strade, cara Parma, sarei io il primo a diffidare di uno sconosciuto che mi approccia o che mi offre un passaggio o, addirittura, il pranzo.
Ciò detto, non sono forse questi valori che dovremmo cercare di recuperare, gradualmente, con uno sforzo comune, partendo magari dalla cerchia dei nostri conoscenti, per cercare di rendere migliore la nostra società? La mia esperienza nei Paesi in via di sviluppo, pur non così vasta, mi dice che tali valori è più facile ritrovarli in contesti dove il livello di ricchezza è molto basso, tanto da non sfiorare nemmeno lontanamente quello dei Paesi occidentali. Ciò non significa, ovviamente, che ci si debba augurare un ritorno alla povertà. Ma io mi chiedo, cara Parma: è davvero impossibile coniugare il progresso economico con quello sociale? Io ho la netta sensazione che noi negli anni ci siamo “imbruttiti”, pur avendo conquistato standard di vita elevati (non destinati a quanto pare a durare ancora per molto, vista la situazione in cui versa ormai da tempo il nostro Paese). Se l’economia crolla, credi, cara Parma, che non faccia alcuna differenza appartenere ad una società aperta e solidale piuttosto che ad una chiusa ed egoista? Io ritengo che la differenza sia enorme e che sia un indicatore importante della capacità che quella società ha di risalire la china. Tu cosa ne pensi?

Andrea

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  • guido

    24 Marzo @ 09.44

    ciao andrea! è una bella sorpresa trovare le tue lettere sul sito della gazzetta. spero che mettano la voglia di partire anche ad altre persone. saluti da Antananarivo guido

    Rispondi

  • Dan

    16 Marzo @ 20.21

    Bravo!! Ma non lo capisci che ti sorridono tutti perchè vedono un bianco che ha in tasca più soldi di quanti loro ne vedono iin un anno? Mi sa che finirai rapinato e violentato come è capitato a tanti altri volontari...

    Rispondi

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