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Buone Notizie

E c'è chi fa Pasqua da volontario in Sudan

E c'è chi fa Pasqua da volontario in Sudan
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 E' Pasqua, ed è ancora in Africa. Era partito a fine luglio, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemiAvevamo incontrato Andrea Tozzi pochi giorni prima della partenza. Ed ora sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti.  Ed è una storia che si adatta pienamente allo spirito della nostra nuova sezione delle "Buone notizie".

Parma-Sudan – Filo diretto (6)

Cara Parma, ti scrivo…
… in un momento molto triste per il nostro Paese: nell’era di Internet le notizie e le immagini della tragedia che ha colpito l’Abruzzo sono giunte anche qui quasi in tempo reale. Mi lascia sgomento il pensiero di tutte quelle persone che, in pochi istanti, hanno perso figli, mogli, mariti, compagni, genitori, zii, cugini, conoscenti, amici, ma anche nemici; che, in pochi istanti, hanno perso una parte, o forse la maggior parte, della loro vita, del loro mondo. Un mondo che esisteva, intatto, fino a pochi minuti prima. Un mondo fatto di routine, di quotidianità, di luoghi, di case, di edifici, di consuetudini, di azioni che non potranno più essere, almeno non più come prima. Con quale spirito, con quale speranza vivranno la Pasqua quelle persone?
Mi fermo e mi chiedo, con più insistenza e con più urgenza rispetto al solito, qual è il senso della nostra vita; e se davvero c’è qualcuno o qualcosa che ha voluto che alcuni di noi bevessero questo calice; e mi domando perché. Sono le stesse domande che mi pongo tutte le volte che vengo a conoscenza di una morte improvvisa, di una malattia incurabile, di un incidente, di un dramma familiare. Sono le stesse domande che mi pongo quando ascolto il racconto della guerra civile in Sud Sudan, quando leggo della tragedia del Darfur, quando vedo le miserabili condizioni in cui vivono persone come me, che in quelle condizioni si trovano solo perché sono nate a Tonj anziché a Parma. Mi fermo e mi chiedo: ma ha senso tutto questo? E ha senso che io sia qua a darmi da fare, a correre, a spingere, ad insistere? Serve a qualcosa?
Francamente, cara Parma, non lo so. Quello che so è che un senso alla nostra vita dobbiamo darlo, altrimenti tanto varrebbe togliercela. E credo che questo senso lo possiamo trovare poco lontano da noi: sono le persone che ci circondano, le persone che abitano il nostro stesso pianeta; è il pianeta stesso, siamo noi stessi. Dobbiamo prenderci cura di noi, come individui e come comunità.
Il dolore delle persone che in questo momento stanno soffrendo una perdita assoluta, totale, indicibile, le mette di fronte ad un bivio. Ma allo stesso tempo mette di fronte ad un bivio tutti noi: possiamo voltarci per l’ennesima volta dall’altra parte, oppure possiamo decidere di agire, di muoverci, di partecipare. Credo che, per chi è al centro di tanta sofferenza, la tentazione di lasciarsi andare, di abbandonarsi alla disperazione, di non credere più a nulla, sia fortissima e giustificata. E credo che sia impossibile intravedere una pur fievole luce in quella disperazione. Ma per noi che non ne siamo direttamente coinvolti, questa è l’ennesima chiamata, è l’ennesima occasione di riscatto, di redenzione. Prendiamoci cura gli uni degli altri, non lasciamoci soli: gli altri siamo noi.
Cara Parma, ho davanti a me un articolo in cui si parla dell’utilizzo della sabbia marina al posto di quella di cava per impastare il cemento di molti edifici crollati in seguito al terremoto; sabbia contenente cloruro di sodio che, secondo l’articolo, avrebbe lentamente corroso l’armatura in ferro delle loro fondamenta. E questo perché? Per risparmiare sui costi. Per “stare sul mercato”. È agghiacciante pensare che molte vite avrebbero forse potuto continuare il loro percorso se si fosse scelto diversamente, responsabilmente. La vita di chi ha preso queste decisioni, o di chi ha taciuto pur conoscendone il rischio, è una vita migliore adesso?
Facciamo in modo che quelle vite spezzate non siano solo motivo di disperazione per chi le piange, ma anche occasione di scossa delle nostre coscienze. Ognuno di noi, nel suo piccolo, nel suo campo professionale, nella sua cerchia di conoscenze, a Parma, in Sudan o in Abruzzo, può fare qualcosa per cambiare rotta, per non far finta di niente, per contribuire a migliorare la vita dell’altro, migliorando così anche la propria.
Cara Parma, mi scuso se questa volta ho lasciato solo in sottofondo la mia esperienza sudanese, e ti ringrazio per avermi ascoltato. Avevo bisogno di tirare fuori il malessere che provo in questi giorni e di ricordare anzitutto a me stesso, in prossimità della Pasqua, che ho una vita da mettere a frutto e che non esiste peccato più grave di quello di omettere questo compito.
Ti saluto con affetto,

 Andrea

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