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Don Luigi Ciotti: «Quell'insieme che batte le mafie»

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di Roberto Longoni

Doveva essere il mattino della raccolta dell'uva, ma la «vendemmia» era già stata fatta nella notte. Tutti i vigneti abbattuti. «”Non ci sono più” mi dissero da Latina - ricorda don Luigi Ciotti -.  Il clan mafioso a cui avevano confiscato l'azienda aveva tagliato le viti». Loro -  quelli che vivono di intimidazione e violenza - avevano fatto la prima mossa.  «Ma non l'ultima. Il giorno dopo, un migliaio di studenti andò nei campi a raccogliere i grappoli, a pulirli,  a portarli in cantina. E si fece il vino. Non c'è una nostra cooperativa in Italia che non sia stata colpita. Ma ogni volta aumenta la gente che si mette in gioco». Dopo il «loro», il «noi». Perché è il noi che vince. Quel noi che sta per «insieme», e che faceva ripetere al giudice Rocco Chinnici, una delle tante vittime della mafia: «Da soli non ce la faremo mai». Lo ricorda don Ciotti, di fronte a una sala Aurea affollata. Una sala congressi che il padrone di casa, Andrea Zanlari, sarebbe stata piccola per il convegno «L'etica Libera la bellezza, riscattare la bellezza, liberarsi dalle mafie», che ha sancito la nascita anche a Parma di «Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie». In nome della bellezza, l'apertura è in musica, con le canzoni di Francesco Camattini, Enrico Lazzarini e Alessandro Sgobio.
«Già, l'etica libera la bellezza, ma anche l'economia - ricorda il   presidente della Camera di commercio     -. E un'economia cresce nella maniera in cui risolve i problemi dei cittadini. Ora, con questa crisi, il sistema dell'arricchimento alle spalle dell'intero pianeta ha raggiunto un punto di crisi». Innanzitutto per mancanza d'etica. E con la questione mafie c'entra più di quanto non si creda. Che ci sia voglia di giustizia lo si capisce dalla gente in sala: di ogni età ed estrazione. «Segno di un risveglio forte» dice Giuseppe La Pietra, pastore della chiesa metodista di Parma. Ebbe la cucina bruciata dalla n'drangheta, quando era in Abruzzo: sarà nominato responsabile della neonata sezione parmigiana di Libera, a fine convegno. «C'erano solo nove persone tre mesi fa - prosegue La Pietra -. Libera nasce grazie al passaparola, come segno di speranza e ottimismo in questo territorio». Un territorio da difendere, perché segnali allarmanti ce ne sono. Come quei «68 beni confiscati alle mafie in Emilia-Romagna fino al marzo 2008» ricorda La Pietra.
    Non parla di Parma, Massimiliano Serpi, e sottolinea di essere «qui perché è qui che oggi nasce una sezione di Libera». Mette a fuoco la situazione regionale, il  procuratore aggiunto coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Bologna. «Le mafie storiche hanno interesse a introdursi in una regione economicamente articolata come la nostra. A Modena, Reggio, Parma e Piacenza alle mafie interessa introdursi nell'economia locale, mentre in Romagna la tendenza è di impadronirsi del controllo del gioco d'azzardo, illegale o meno. Particolare attenzione viene dedicata alle slot machine». Un altro dato sottolineato da Serpi, quello degli arresti di latitanti. «Che in Emilia-Romagna  trovano rifugio nelle dependance dei clan».
Quei clan che don Ciotti, con i suoi  volenterosi, vuole isolare. Il sacerdote parla dopo un rappresentante dell'Unione degli universitari, una guida e alcuni scout dell'Agesci, che si sono impegnati hanno fatto esperienze sul campo. Don Ciotti inizia l'intervento citando don Peppino Diana, ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. Uno che il pronome magico, quel noi, lo usava in tutta la sua forza. Poi, si rivolge alla platea. «Ti ricordi quando eri questore di Milano: quel “noi” che abbiamo realizzato insieme?» dice al prefetto Paolo Scarpis. A un altro seduto in platea, don Luigi Valentini, ricorda il «comitato d'accoglienza realizzato insieme tanti anni fa». A Rocco Caccavari, «un grande maestro», ricorda «i tanti anni condivisi». All'assessore Giovanni Paolo Bernini chiede «un locale per aprire una bottega con i prodotti realizzati dalle cooperative nei terreni confiscati alla mafia». A carico della quale chiede anche la confisca del nome. «Cancellate la parola mafia. Noi combattiamo tutte le forme di illegalità e violenza e anche “l'illegalità sostenibile” che dilaga sempre più. E' dentro a questo mondo che combattiamo la mafia. E' con la promozione di cooperative e nuovi strumenti che permettano anche le confische ai prestanomi che si otterranno altri risultati. E' facendo emergere le cose positive, mettendo insieme le nostre forze, educandoci alla responsabilità che vinceremo».

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