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Parma-Sudan: filo diretto

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Era partito più di un anno fa a fine luglio, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemi. Andrea Tozzi ora sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti.  Ed è una storia che si adatta pienamente allo spirito della nostra nuova sezione delle "Buone notizie":

DIARIO NUMERO 8

Cara Parma, ti scrivo…

… per la prima volta dopo quasi due mesi dal mio ritorno in Sudan. Grazie per la calorosa accoglienza che anche questa volta mi hai riservato mentre ero lì con te. E grazie per la tua cucina e per i frutti della tua terra: quanto mi mancavano! Dopo quasi un anno di lontananza la nostalgia per il mio mondo si stava facendo sentire. Devo però confessarti che, rispetto al rientro natalizio, quel mondo l’ho sentito un po’ meno “mio”. Muovendomi per le tue vie ed incrociando i tuoi abitanti, ho infatti provato un’inaspettata sensazione di disorientamento. Per la prima volta ho avvertito con chiarezza di aver camminato, nel corso degli ultimi mesi, su un sentiero diverso da quello percorso da te e dalle persone che abitano le tue case.

A fine anno concluderò la mia esperienza con il VIS e rientrerò definitivamente in Italia. Mi chiedo come sarà reinserirsi in un contesto così solidificato e così rodato tanto nei suoi vantaggi quanto nelle sue ombre, come sarà sentire tutti i giorni parlare di “veline” e di pettegolezzi sui vip, anziché di scontri tribali e di donne frustate perché indossavano i pantaloni. Reintegrarsi sarà un’altra bella sfida; chi lo sa, magari avrò la possibilità di raccontarti anche quella. Per il momento però vorrei continuare a farti conoscere qualche altro frammento del Sudan così come lo vedono i miei occhi e lo ascoltano le mie orecchie.

Come sai, l’emergenza umanitaria seguita prima alla guerra civile tra Nord e Sud del Paese e poi alla crisi in Darfur ha condotto ad un massiccio intervento della comunità internazionale: numerose agenzie delle Nazioni Unite, opere missionarie e organizzazioni non governative sono presenti sul terreno con l’obiettivo di supportare il faticoso processo di pace e di sviluppo in atto in questi luoghi martoriati dalla violenza. Ciò mi ha dato modo di entrare in contatto con culture ed approcci con cui è arricchente confrontarsi e su cui è stimolante riflettere. E non parlo solo di personale occidentale: per farti un esempio, ricordo nitidamente un momento di discussione al centro di formazione professionale presso cui lavoriamo, durante il quale mi sono ritrovato a dialogare dei problemi degli studenti insieme con l’assistente sociale (sudanese), con uno degli istruttori di falegnameria (keniano) e con uno dei missionari salesiani (nigeriano).

Capire che la vita e il mondo possono essere considerati da tanti punti di vista è secondo me importantissimo: ti insegna a metterti nei panni dell’altro. Sforzarsi di comprendere quali bisogni, quali convinzioni, quali informazioni muovono le azioni delle persone è a mio parere la chiave per costruire una società in cui ci si rispetti l’un l’altro ed in cui si accetti di poter migliorare sé stessi imparando da chi è diverso da noi.

Per quanto riguarda nello specifico il mio approccio alla cultura e alla mentalità sudanesi, mi ritengo davvero fortunato, avendo la possibilità di dialogare costantemente con Aamir (NELLA FOTO), che collabora con noi a Khartoum, e più saltuariamente con Simon, che invece segue le nostre attività a Tonj. Se ricordi, cara Parma, ti ho già parlato di entrambi: sono i nostri più importanti e fidati colleghi sudanesi. Aamir è originario del Darfur, ha trascorso parte della sua infanzia in Sud Sudan e da alcuni anni si è trasferito in capitale in cerca di un lavoro che valorizzasse le sue capacità. Simon invece vive a Tonj con la sua ormai numerosa famiglia; grazie al forte legame con la locale missione salesiana ha avuto la possibilità di viaggiare e di ricevere una buona istruzione, ma il suo obiettivo è sempre stato quello di tornare per contribuire a rendere il suo villaggio un posto migliore.

Simon è più giovane di me, Aamir invece ha qualche anno in più. Entrambi parlano un ottimo inglese; Simon, oltre a conoscere bene l’arabo (che al Sud non è così diffuso come al Nord), è in grado di comunicare anche in dinka, il linguaggio tribale più diffuso in Sud Sudan. Aamir è un fervente musulmano, Simon è un cristiano praticante. Aamir è alla disperata ricerca di una moglie, obiettivo per il quale si è perfino rivolto ad un “mediatore” o “facilitatore”, figura piuttosto diffusa in Nord Sudan che contribuisce a mettere in contatto tra loro potenziali coniugi. Simon sorride e si chiede come mai non solo Aamir, ma anch’io alla mia età non sia sposato con prole; in Sud Sudan più figli hai più la tua famiglia ha la possibilità di ricevere supporto in futuro: dalle braccia dei maschi o dalle mucche con cui vengono “acquistate” le femmine.

Sia con Aamir che con Simon, cara Parma, il confronto a volte è buffo, a volte faticoso, comunque sempre arricchente. Aamir cerca di introdurmi ai principi su cui si basa la fede islamica, alcuni dei quali sono argomento di acceso dibattito tra noi, al pari di certi comportamenti tipici della mentalità nord-sudanese che per me risultano difficili da accettare. Basti pensare alla loro concezione del tempo e della puntualità: qui si parla apertamente di “sudanese time” per indicare che all’orario stabilito per un appuntamento va sempre aggiunto un ritardo “fisiologico” e non ben definito nella sua entità. Per non parlare del senso di incertezza che ti trasmette il loro “Inshallah!” nel momento in cui chiedi al tuo interlocutore la conferma di quell’appuntamento: la risposta “a Dio piacendo” o “se questa sarà la volontà di Dio” già mina quella sicurezza che per noi occidentali non può essere messa in discussione nel momento in cui si raggiunge un accordo con un'altra persona.

Simon è un lavoratore indefesso, umile ed estremamente affidabile, e ti assicuro, cara Parma, che nel contesto in cui ci troviamo ad operare, queste sono qualità particolarmente preziose. È dotato di una saggezza che a volte ti spiazza nella sua semplicità. Parlando con lui riesci a farti un’idea piuttosto precisa delle varie tribù che popolano le diverse zone del Sud Sudan e delle dinamiche che regolano i rapporti tra esse. Tutto in quelle zone viene osservato e giudicato in ottica di utilità: Simon, ad esempio, mi ha spiegato di non nutrire alcun rispetto nei confronti delle scimmie, in quanto, a differenza di tutti gli altri animali, non sono fonte né di cibo (anche se non tutti in Suda Sudan la pensano come lui…), né di reddito, né di aiuto nei lavori domestici. A differenza di quanto accade da noi, cara Parma, a Tonj il concetto di animale da compagnia non viene minimamente considerato.

Questi sono solo alcuni frammenti di Sudan illustrati attraverso la lente di ingrandimento di due figli di questa terra. Altri ne seguiranno, spero presto. Ora, cara Parma, ritorno al mio lavoro, che qui non manca mai. Ti mando un grande abbraccio e ti do appuntamento alla prossima puntata,

Andrea

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  • luca

    31 Agosto @ 20.14

    Caro Damn, provo a chiarirti le idee: Quarto Oggiaro e Scampia si trovano in Italia, Paese membro dell'Unione Europea, secondo alcuni governato da mafie e Vaticano (ah, le malelingue!) ma comunque indiscutibilmente nel nord del mondo, un Paese in cui i problemi dovrebbero essere risolti attraverso la politica. La situazione del Sudan, invece, è descritta nell\'articolo (se vuoi "approfondire" basta Wikipedia)... ma siamo sicuri tu l'abbia letto? In tal caso, quale pensi sarebbe stata la sorte dell'Italia post-'45 senza alcun aiuto internazionale? E ancora: tu come aiuteresti le famiglie alla fame di Quarto Oggiaro e Scampia? Estrarresti dal cilindro posti di lavoro per i capifamiglia? Non credi sarebbe più importante cercare di rispettare i Millennium Development Goals? Lo so, non è bello stabilire delle gerarchie in questi casi, ma stiamo parlando di cambiamenti epocali. p.s.: Khartoum è più vicina di New York... ma non diciamolo troppo in giro!

    Rispondi

  • Damn

    31 Agosto @ 12.23

    Vorrei proprio sapere perchè questi "volontari" vanno ad aiutare gente in posti così lontani quando ci sono tante e tante persone in condizioni bruttissime anche qui in Italia. Forse perchè andare dagli africani va di moda, mentre una famiglia alla fame a Quarto Oggiaro o a Scampìa non se la calcola nessuno?

    Rispondi

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