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«Don Gnocchi? E' stato un padre Gli devo tutto»

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di Luca Molinari

Per noi don Carlo è sempre stato santo». Giuseppe Cantoni, presidente  degli orti sociali di Marano, si illumina quando parla di don Gnocchi. Soprattutto ora che il «papà» dei mutilatini e degli orfani di guerra verrà proclamato beato (25 ottobre). Cantoni è stato il terzo ospite dell'istituto di piazzale dei Servi. Era il settembre del '47 e la struttura era ancora in capo al Ministero dell'interno. Due anni dopo, nel '49 venne affidata alla «Pro infanzia mutilata» di don Gnocchi. Si trattava del secondo centro aperto dal sacerdote lombardo. Al suo interno erano ospitati oltre 450 bambini che portavano i segni del conflitto mondiale appena concluso. «Ho conosciuto bene don Carlo - racconta Cantoni - per noi era come un padre. Veniva a Parma due o tre volte al mese e ogni volta era una festa. La sera ci mettevamo in cerchio attorno a lui mentre ci raccontava la campagna di Russia, a cui aveva partecipato come cappellano degli alpini. Teneva tantissimo a noi. Chiedeva ai professori come ci comportavamo a scuola e, quando ho iniziato a lavorare è venuto a trovarmi nella ditta da cui ero stato assunto». Il primo incontro con don Gnocchi avvenne nel '49. «La struttura era già gestita dai fratelli delle Scuole Cristiane, che ci trattavano benissimo. - ricorda il 73 enne parmigiano - Appena ho visto don Carlo sono rimasto colpito dalla sua comunicativa. Parlava con gli occhi e con il suo sorriso. Bastava guardarlo per capire cosa ti voleva dire».

Tanti gli aneddoti legati alla figura dell'ormai prossimo beato. «Un pomeriggio - spiega Cantoni - dopo averci consegnato la merenda (una pagnotta e una mela) don Gnocchi ci disse di tenere il pane per la cena perchè il mangiare scarseggiava. Due ore dopo arrivò un camion della Barilla carico di pasta. Se ci ripenso mi viene la pelle d'oca. Parma ci ha sempre amato. Ci hanno sempre mantenuto i parmigiani; la città era legatissima a noi». Cantoni da cinquant'anni a questa parte, ogni venerdì acquista la settimana enigmistica. «E' stato don Gnocchi a inculcarci questa passione. - rimarca - Era un modo per tenere la mente allenata». Ai tempi non esistevano ancora gli ascensori. «Ci si doveva arrangiare. - ricorda emozionato l'ex ospite - Chi aveva una gamba portava sulle spalle chi le aveva perse entrambe. C'era un forte affiatamento tra noi. Ancora oggi ci riuniamo». Circa un anno fa agli orti di Marano è stato intitolato un cippo a don Gnocchi. «Non era ancora beato, - sottolinea sorridendo Cantoni - ma involontariamente feci scrive nel cippo beato don Carlo Gnocchi.  Ho anticipato i tempi del Vaticano». 

Il processo di beatificazione è stato aperto nel 1986 dal cardinal Carlo Maria Martini. All'intercessione di don Gnocchi è attribuita la sopravvivenza di un elettricista, Sperandio Aldeni, dopo un terribile incidente sul lavoro nel 1979. L'uomo infatti sarebbe miracolosamente rimasto illeso ad una potentissima scarica elettrica, mentre effettuava una riparazione su di un traliccio. «Sarò presente alla beatificazione - afferma Cantoni - non mancherei per nessuna ragione al mondo. Se non ci fosse stato don Carlo che fine avrebbero fatto i mutilatini? Ci voleva un bene dell'anima e ha fatto in modo che potessimo costruirci un'esistenza normale. Gli dobbiamo tutto». La fondazione don Gnocchi sta organizzando varie iniziative. A Parma il 19 settembre il centro aprirà le porte alla città. Verrà allestita una mostra sulla vita del beato, saranno visibili documentari sulla sua figura e si potranno ammirare dodici pannelli dipinti da alcuni studenti dell'istituto Toschi, diretti dalla professoressa Maria Manghi, che saranno poi sistemati nelle sale mensa del centro. La sera infine alle 21 si esibiranno vari cori.
 

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  • Maria

    25 Ottobre @ 14.28

    A padre Gnocchi, che riposa in pace, e che ci protegga da lasù del Paradiso.

    Rispondi

  • Antonio

    18 Settembre @ 16.14

    Bravo Cantoni, sono entusiasta del tuo intervento. Butto lì un'idea: raccogliere le testimonianze di tuoi coetanei sulla presenza del beato Don Carlo a Parma.

    Rispondi

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