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Parma-Sudan: filo diretto - L'ora del rientro

Parma-Sudan: filo diretto - L'ora del rientro
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Era partito un anno e mezzo fa a fine luglio 2008, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemi. Andrea Tozzi, da allora, sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti.  Ed è una storia che si adatta pienamente allo spirito della nostra sezione delle "Buone notizie":

Parma-Sudan: filo diretto (10)

Cara Parma, ti scrivo…
… a poche settimane dal mio rientro definitivo in Italia; grazie ad Internet, avrò infatti la possibilità di chiudere le ultime pendenze amministrative da remoto e di trascorrere così il Natale insieme a te. È dunque tempo di bilanci, non solo contabili ma anche personali. Il mio è decisamente positivo. Questo anno e mezzo in Sudan è stato a dir poco intenso, soprattutto sotto l’aspetto lavorativo, ma anche sotto quelli della crescita personale e delle esperienze vissute. I giorni in cui la Corte Penale Internazionale ha emanato l’ordine d’arresto nei confronti del Presidente Bashir, per citarti l’evento più eclatante, non li dimenticherò facilmente: la tensione dell’attesa, l’incertezza su ciò che sarebbe accaduto, le manifestazioni di piazza, la cacciata da parte del governo locale di alcune ong ritenute “collaborazioniste”. Ricordo che mi ero preparato ad una eventuale evacuazione. Poi la tempesta è passata ed il nostro lavoro ha ripreso il suo ritmo regolare.

Altri eventi in questi mesi hanno acceso i riflettori dei media internazionali sul Paese. Penso al caso di Lubna Hussein, inizialmente condannata insieme ad altre donne alla pena di quaranta frustate per aver indossato i pantaloni in pubblico contravvenendo ad uno dei dettami della legge coranica, la cui interpretazione più rigida qualifica tale indumento come “indecente”. Oppure al recente spareggio tra Egitto ed Algeria per conquistare un posto ai prossimi campionati del mondo di calcio – i primi della storia in Africa – nei giorni antecedenti al quale si sono registrati episodi di violenza che hanno coinvolto entrambe le (cosiddette) tifoserie; per la cronaca, la stragrande maggioranza dei sudanesi ha gioito insieme agli algerini contro i “cugini” egiziani.

Di questo Paese porto via numerose immagini, odori e colori, così come tanti insegnamenti e spunti di riflessione. Nella graduatoria degli “Stati falliti” pubblicata annualmente da Foreign Policy, il Sudan ha sempre “conquistato” il podio negli ultimi quattro anni, con due primi, un secondo ed il terzo posto del 2009. Tutti gli indicatori sociali, quelli relativi alla libertà e ai diritti umani pubblicati nel rapporto condannano impietosamente l’attuale statu quo. La povertà è manifesta. Nonostante ciò, il Sudan, almeno in quelle aree che ho avuto modo di visitare, non appare agli occhi dell’osservatore esterno come un Paese disperato. Da un lato il tono che Khartoum, la capitale, cerca di darsi con l’ammodernamento edilizio in atto, da un altro il supporto convinto che l’attuale dirigenza riceve da buona parte della popolazione del Nord, da un altro ancora la serena rassegnazione che guida l’esistenza delle fasce più emarginate; infine, il desiderio di affermazione delle genti del Sud sopravvissute a vent’anni di guerra civile: sono tutti elementi che rischiano di farti dimenticare, anche solo per un attimo, la tragedia umanitaria del Darfur o lo stato di estrema arretratezza in cui versa l’Est, o ancora i conflitti tribali delle regioni meridionali o le difficoltà di approdare ad una democratica gestione del potere.
Per lavoro ho avuto modo di sperimentare l’inefficienza degli uffici pubblici e l’approssimazione che, più in generale, accompagna le azioni di questo popolo. Tante volte è stato difficile accettarle, in altre occasioni sono riuscito ad apprezzarne il lato positivo: qui nessuno si straccia le vesti per un appuntamento mancato, per una scadenza non rispettata o per un risultato non conseguito. Pazienza, “malesh”, sarà per domani (”bukra”) o per la prossima volta, ovviamente se questa sarà la volontà di Dio: “Inshallah!”. Tale approccio alla vita è la chiave di lettura dello scorrere degli eventi in Sudan: non assumerlo come un dato di fatto rischia seriamente di provocarti un esaurimento nervoso. L’aspetto positivo è quello di vivere un’esistenza più rilassata, meno frenetica, più consona ai ritmi che la natura ci propone. Questo non vuole naturalmente essere un elogio né tantomeno un incoraggiamento alla pigrizia o al lassismo, ma semplicemente la constatazione che, se nella nostra progredita società occidentale ci ritroviamo spesso tristi, irrequieti, stressati, a volte isterici, forse qualche insegnamento da culture diverse possiamo trarlo.

Desidero cogliere quest’ultima occasione, cara Parma, per raccontarti qualche altro aspetto curioso o pittoresco della vita in Sudan. Sono ancora così numerosi quelli di cui non ti ho messo a parte che certamente non ci sarà spazio per tutti. Per non dilungarmi eccessivamente ti propongo una carrellata di piccoli tasselli, che mi auguro possano permetterti di comporre quel variegato mosaico che ha fatto da sfondo alla mia avventura.
Comincio dai piccoli esercizi commerciali presso cui siamo soliti rifornirci: l’ortolano con cui per mesi abbiamo dovuto contrattare per ottenere un prezzo equo dei pompelmi rosa (ora finalmente oggetto di un accordo definito), il quale non si pone alcun problema nel grattarsi accuratamente il piede prima di scegliere per te la frutta e la verdura (pensa, cara Parma, se succedesse da noi…); o l’attuale inserviente del panettiere, che ti accoglie ogni giorno con un sorriso così smagliante che non puoi fare a meno di chiederti quale motivo avrà per essere così gioioso (capisci, cara Parma, cosa intendevo prima?). Proseguo con le persone che incroci ai semafori: oltre a numerosi mendicanti, sei spesso assalito da venditori ambulanti che ti propongono i prodotti più bizzarri e disparati, a seconda di cosa passa il convento (tanto per fare un esempio: un giorno vendevano accette, un altro appendiabiti, un altro ancora orologi da muro); ti può capitare che qualcuno ti fermi per chiederti un lavoro, mentre quando sei tu ad accostare per chiedere indicazioni sulla strada da seguire, puoi stare certo di ottenere le informazioni più disparate e contrastanti, tutte ovviamente proferite con piglio deciso e rassicurante – l’importante è dire qualcosa, se poi è completamente sbagliata non importa.

E che dire delle messe a cui ho partecipato? Molto più lunghe di quelle a cui siamo abituati, specialmente quelle in arabo, con sermoni interminabili; a volte impreziosite da danze, quasi sempre accompagnate dai canti modellati su ritmi africani. Spesso uno dei chierichetti ha il compito di indicare ai fedeli quando è il tempo di alzarsi e quando di sedersi, e solo accompagnati da lui è possibile per i lettori accedere al leggio; le coriste sono agghindate come per una serata di gala; gli annunci finali sono sempre scanditi dalle date comprensive di mese ed anno, nonostante sia chiaro che da lì ad un paio di giorni mese ed anno saranno ancora gli stessi: tutti esempi della solennità, a volte della ridondanza, di cui sono rivestite le celebrazioni a questa latitudine. Infine, il segno della pace, un momento che mi piace parecchio perché non lo si scambia solo con i propri vicini, ma con tutte le altre persone, salutandole da lontano con le mani.
Ancora: l’incomprensibile e scomodissimo modo che hanno di sistemare le sedie degli interlocutori di fronte alla scrivania, con lo schienale perpendicolare rispetto ad essa, cosa che ogni volta è motivo di torcicollo, aggravato dal fatto che, negli uffici che ne dispongono, ti sparano addosso l’aria condizionata a temperature polari, mentre fuori si boccheggia. Qui il condizionatore è uno status symbol, così come la dimensione dell’auto (ma su questo anche noi possiamo dire la nostra, vero cara Parma?): più è potente e più sei importante.

Infine, l’importanza delle piccole cose. Come quell’apriscatole che abbiamo spedito da Khartoum a Tonj a tarda sera, e che ha consentito ai volontari VIS basati laggiù di giovarsi nella maniera più appropriata del cibo in lattina della dispensa salesiana. O come quella vecchi musicassetta che mi ero portato dall’Italia e sulla quale non ricordavo di aver registrato alcuni brani di Battiato che in questi mesi mi hanno piacevolmente accompagnato lungo le caotiche e polverose strade di Khartoum.
Chiudo con una breve riflessione. Quando sei lontano da casa, immerso in un mondo sconosciuto, in una situazione nuova, cambia la tua percezione del mondo e di ciò che ti circonda, si aprono i pori della tua epidermide intellettiva ed emozionale. E senti di poter crescere, di poter imparare, di poter accumulare; per poi, un giorno, poter trasmettere. Ed è fantastico, impagabile, oserei dire necessario. A volte è dura, le difficoltà non mancano; ma hai la sensazione di vivere pienamente. Soprattutto se riesci a compiere il passo più importante, che è quello di essere aperto all’altro e di non temere di perdere ciò che hai conquistato: “solo chi perde la sua vita la salverà, chi non la lascia la perderà”. Ti confesso, cara Parma, che non sempre sono riuscito a farlo, ma torno da te con ancora maggior voglia di migliorarmi.
Prepara il brodo e i cappelletti: sto arrivando.
Andrea

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