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Pozzi, scuole e officine nelle paludi africane

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dal nostro inviato
Luigi Alfieri

C'è un Paese, in Africa, dove non esiste la rete di distribuzione dell'energia elettrica, non ci sono acquedotti, c'è una sola strada asfaltata, non si trovano farmaci, il numero dei medici non arriva a 20, non c'è un laboratorio di analisi. Non ci sono trattori, animali da soma, attrezzi agricoli e l'unico strumento di lavoro è la zappa da palude. Non c'è niente di quello che, visto con occhi europei, rende la vita decente. In compenso ci sono un'infinità di malattie, dalla malaria alla febbre gialla, passando per quanto di peggio può dare un clima caldissimo e umido in modo insopportabile: tifo, blizarosi, epatite. Chi si ammala, di solito, muore. Questo Paese si chiama Sierra Leone, ma gli inglesi lo chiamavano «La tomba dell'uomo bianco», solo perché dei neri poco importava.

Eppure c'è chi questa «tomba» l'ama senza riserve e per questa tomba costruisce ogni giorno una fettina di speranza, lavorando senza risparmio di energie, senza chiedere nulla in cambio. E questa è una storia parmigiana. Una storia che comincia con un «prete» della Bassa, monsignor Augusto Azzolini, e prosegue grazie all'impegno degli «Amici della Sierra Leone», una Onlus di casa nostra che bada ai fatti concreti. Augusto Azzolini arrivò quaggiù nel 1950 assieme ad altri tre missionari saveriani e da allora cominciò un lavoro instancabile a favore del Paese e della sua popolazione, costruendo scuole, educando i giovani, organizzando servizi per rendere la vita di tutti migliore. Alla sua morte scelse di essere sepolto a Makeni, tra i manghi e le buganville. Gli «Amici della Sierra Leone» di Parma raccolgono fondi per supportare i progetti che i missionari che hanno seguito la strada di Azzolini, non solo Saveriani, stanno mettendo in piedi nel paese africano.

In questi giorni una delegazione della nostra città, guidata dal presidente della Provincia, Vincenzo Bernazzoli, e dal presidente della Onlus, Adriano Cugini, si è recata nelle missioni della diocesi di Makeni per inaugurare le opere terminate nell'ultimo anno coi contributi raccolti a Parma. A Lunsar è stato realizzato e aperto un quartiere artigianale composto di un'autofficina donata da Gian Paolo Dallara a ricordo della figlia Caterina e attrezzata dalla ditta Elprom, di una falegnameria donata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, a ricordo dello scomparso presidente Giorgio Contestabili, di una carpenteria metallica, donata dal comune di Montecchio Maggiore (Vicenza), e di un capannone per attività agricole, donato dalla cooperativa «Nuova Speranza», rappresentata sul posto da Enrico Dondi..

A Makeni è stato inaugurato un asilo finanziato dalla ditta Eiffel di Fontanellato. A Mafonti, un magazzino per il riso, munito di mulino, in parte finanziato dalla Provincia di Parma, in parte dall'isituto comprensivo di Sant'Ilario d'Enza. In giro per la grande missione cattolica del Nord sono stati tagliati i nastri di intere scuole elementari o di piccole aule scolastiche. Ma l'attività degli «Amici della Sierra Leone» non si ferma qui. Nell'ultimo anno la Onlus ha reso possibili 1400 adozioni scolastiche per scuole primarie e secondarie, 25 borse per studenti universitari, 37 per ragazze che frequentano la scuola infermieri, 10 per maestri. Negli anni ha finanziato la costruzione di 23 scuole e di 134 aule. Ha fatto costruire 76 pozzi in altrettanti villaggi. E' intervenuta con contributi nella realizzazione dell'Università cattolica di Makeni, ha sostenuto l'attività degli ospedali di Mabesseneh e di Makeni. Ha donato pick-up alle missioni. Possono sembrare piccole cose, ma in un paese come la Sierra Leone sono grandi iniezioni di speranza. Sono la vita.
Il quartiere artigianale di Lunsar darà lavoro ad alcuni (pochi purtroppo) dei ragazzi che escono dal complesso scolastico che i missionari Giuseppini del Murialdo gestiscono nella cittadina. 1100 ragazzi che frequentano le scuole primarie e secondarie, 390 che frequentano le professionali. L'istituto Murialdo è un miracolo nel cuore dell'Africa Nera. In una terra di paludi malsane, di povertà e disperazione, i padri sono riusciti a mettere insieme una scuola con laboratori di chimica, dove si analizzano l'acqua, il cibo e i terreni, laboratori di informatica con computer di ultima generazione, falegnamerie, officine per meccanici e fabbri.

I ragazzi arrivano a piedi da villaggi lontani decine di chilometri per accarezzare la speranza di diventare maestri, saldatori, carpentieri. Hanno le divise all'inglese linde e ordinate, seguono le lezioni con gioia, cantano a squarciagola le filastrocche che svelano i segreti della grammatica e della geometria. Ai missionari poco importa che più del 60 per cento di loro segua la religione musulmana o l'animismo. Quel che conta è creare un'Africa nuova dove contino valori come la giustizia, l'onestà, la libertà di culto. Pochi anni fa i coetanei degli allievi del Murialdo facevano parte delle bande di ribelli che giravano i villagi bruciando case, uccidendo donne e bambini e mutilando le loro vittime col machete.

I magazzini per il riso servono per sottrarre i poveri contadini delle paludi dall'ingordigia dei sensali. Anzichè svendere il loro prodotto quando il prezzo è basso lo possono stivare in queste strutture comunitarie e venderlo - tutti insieme - quando il mercato è più propizio. In un'economia primitiva dove il baratto è ancora un valore questo - che i missionari appoggiano senza riserve - è un passo avanti gigantesco verso il progresso. Come i pozzi. In mancanza di acquedotti, le donne e i bambini del villaggio percorrono chilometri con le giare in testa per approvvigionarsi di acqua, magari in pozze putride e fangose. Bastano 3500 mila euro: si fa una grande buca nel terreno, si sistema la pompa e l'acqua sgorga limpida dal sottosuolo. Ed è bello leggere il cartello con scritto: donato da Maria. Parma.

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