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Del Rossi, i 20 anni del "boro doctor" in Bangladesh

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Roberto Longoni

Le mani. Ne hanno fatto di strada: migliaia di miglia nel nome della solidarietà. Ne hanno «interrogati» di bambini nati, ne hanno curati, in uno dei Paesi in cui essere malati è come una colpa e guarire quasi un miracolo. Carmine Del Rossi mostra le sue mani,  reduci per la ventesima volta dal Bangladesh, e spiega: «Nel nostro lavoro non possono essere sostituite, e sono loro, laggiù più che altrove, a fare diagnosi, a guarire». Mani che quest'anno hanno ricevuto strette e applausi più calorosi del solito. «Padre Carlos (il responsabile dell'ospedale, ndr) ha organizzato una grande festa, con tutte le suore e i saveriani che hanno partecipato alle missioni. “Grazie per questi 20 anni di Chirurgia pediatrica in Bangladesh” era scritto su uno striscione. C'è stata una messa celebrata da sette preti nella cattedrale di Khulna e  una cena con il vescovo, con 55 persone. Ci sono stati canti e danze». E i piccoli pazienti sfoggiavano, oltre ai sorrisi di sempre, cartelli  di ringraziamento. «Anche Emilio (Casolari, ndr) s'è commosso per me». 
 Giovanni Casadio annuisce accanto a Del Rossi: era uno studente di Medicina, quando il direttore di Chirurgia pediatrica organizzava la prima missione in Bangladesh, a stragrande maggioranza musulmana. Ora, da chirurgo, è al quarto ritorno dal Paese del grande delta, al secondo da Mimensingh, dove lo scorso anno ha aperto per «Operare per» un fronte parallelo per Chirugia pediatrica. «Abbiamo visitato 150 bambini e fatto 57 interventi - racconta  -, mentre l'anno scorso, quando la nostra missione fu innanzitutto esplorativa, furono una quarantina. E appena arrivati, quest'anno, siamo stati impegnati in un intervento per una grossa malformazione anorettale. L'ospedale, realizzato in un edificio dei saveriani, ha 45 posti letto e una sala operatoria bella,  pulita. Lo mandano avanti le suore coreane di Saint Vincent de Paul. Abbiamo applicato i metodi organizzativi di Khulna, che ha molti anni all'attivo». Gli anni che Del Rossi ha dedicato al Bangladesh. Venti, appunto. Non lo fermarono né la prima né la seconda guerra del Golfo. Non lo fermò l'11 settembre. Eventi che scatenano epidemie di tensione e paura, che rischiano di trasformare in bersagli anche chi dall'Occidente viene per portare speranza. «Non c'è mai successo nulla - dice il direttore di Chirurgia pediatrica del Maggiore -. Ma cerchiamo di stare dentro il più possibile». Precauzione semplice, perché è la regola a Khulna: in ambulatorio o in sala operatoria dalle 8 fino a dopo le 20, tutti i giorni. Tempo per andare in giro non è che ce ne sia molto. Una maratona da un paziente all'altro. Tante famiglie  hanno scritto il loro nome in una lista d'attesa che si rinnova da un anno all'altro; tanti sono in fila, ad aspettare tra gli alberi del giardino del Santa Maria Sick Assistance Center. «Quest'anno - racconta il direttore di Chirurgia pediatrica - ne abbiamo visitati seicento; gli interventi sono stati 131. Siamo arrivati a 1959 in vent'anni di missioni». E rispetto al passato ci si concentra sempre più sulle operazioni lunghe e complicate, con una durata media di 7/8 ore». Sono cresciuti i numeri dei pazienti, si sono allargati i confini della missione. Parma continua a rappresentarne il cuore, ma molti sono i medici che provengono da altre città. O anche da oltre oceano. Tony Caldamone, chirurgo pediatrico americano, anche quest'anno per 8 giorni si è messo a disposizione della squadra della solidarietà, con una giovane specializzanda di Boston.  Tra le operazioni, Del Rossi ricorda quella su Anna, una sposa bambina devastata da un trauma da parto in un villaggio. «Serviva un taglio cesareo. Invece le premettero il ventre, fino a fare uscire il bambino. Morto. La madre, invece, ebbe lacerati la vescica, l'uretra, l'utero, la vagina e il retto». Come se fosse stata colpa sua, fu emarginata dal villaggio, fu ripudiata dai genitori. Perse tutto, anche il sorriso. Solo una nonna le rimase vicino. Fu lei ad accompagnare Anna dal «boro doctor» (il grande dottore: così viene chiamato Del Rossi a Khulna) lo scorso anno. «La sottoponemmo a una colostomia e le asportammo l'utero che sanguinava» ricorda il direttore di Chirurgia pediatrica. L'operazione di quest'anno le permetterà di riappropriarsi della dignità e della sua vita di donna. Per nove ore Anna è stata sotto i ferri. «Finito l'intervento, la specializzanda di Boston ha esclamato: “Voi avete davvero cambiato la vita di questa ragazza”».
   Non è l'unica, perché in un modo o nell'altro si potrebbe dire lo stesso degli altri 130 operati dalle équipe di «Operare per», tutti affetti da malformazioni anorettali e all'apparato genitale. Patologie che ti rovinano l'esistenza. Tre sono stati gli interventi durati otto ore: uno per l'ampliamento vescicale di una diciottenne che Del Rossi operò una decina di anni fa di estrofia vescicale («Ora, siamo intervenuti per correggere l'incontinenza»). Otto ore è durato anche l'intervento per una fistola retto-vaginale alta. «Così come quello su un  bambino con sei ureteri: li abbiamo reimpiantati tutti nella vescica». Un caso eccezionale. Mentre ci sono casi frequenti: di famiglie che si caricano di debiti per curare i loro figli. Spesso senza risultati. «Come quella paziente operata sei o sette volte a Calcutta, a pagamento». Finito l'intervento, i genitori non potevano credere che non si dovesse più fare nulla. E che non si dovesse più tirar fuori soldi dal loro portafogli già svuotato.     Cresce il numero dei pazienti che vengono dalle città e non solo dai villaggi. «E il lavoro diventa sempre più sofisticato, perché le operazioni più semplici le fanno i medici locali». Più sofisticati anche i mezzi in dotazione dell'équipe della solidarietà. «Avevamo un ecografo portatile  - ricorda Del Rossi - , messo a disposizione da un signore di Milano, rappresentante di una ditta del settore. Un apparecchio molto sensibile». E dove non arriva quello, arrivano le mani.

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  • Barbara

    11 Aprile @ 15.40

    secondo me è lui,...

    Rispondi

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