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In Tanziania nella corsia della speranza

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Roberto Longoni
Emelda, l'ha conosciuta che di vivo sembrava avere solo il dolore. Una ventina di giorni  dopo, l'ha salutata sorridente tra le braccia del padre: portata via come rinata, verso il suo villaggio lontano. «Asante sana», mille grazie, ha ripetuto lei una volta ancora al dottore bianco. Era bastato un ciclo di farmaci, nemmeno dei più costosi, perché il tumore allentasse la morsa sui suoi dieci anni di bambina malata di cancro in una terra malata di miseria.  Asante sana: Vittorio Franciosi l'ha sentito pronunciare chissà quante volte nella corsia della speranza nel Bugando Medical Center di Mwanza, in Tanzania. E chissà quante volte, nel silenzio di uno sguardo o in una frase in swahili, ha incontrato «ciò che di più profondo si trova nelle persone». Ciò per cui 26 anni fa  ha indossato il camice dell'oncologo.
La nascita di una missione
Cinquantadue anni, responsabile del reparto di degenza di Oncologia al Maggiore, coordinatore del gruppo degli oncologi della nostra provincia, sposato con Donata, insegnante, padre di Matteo, 24 anni, e Beatrice, 23, Franciosi ha lavorato un mese nella seconda città della Tanzania.  «Un'esperienza desiderata da sempre. E che mi ha arricchito tantissimo». L'occasione è venuta grazie a Dino Amadori, direttore dell'Istituto oncologico romagnolo, che ha raccolto il testimone di Vittorio Tison, un anatomo-patologo suo amico ucciso dal cancro: il  primo a collaborare con il Bugando Center. «Amadori - racconta Franciosi - oltre a portare avanti il progetto del laboratorio di Anatomia patologica, a Mwanza ha aperto un reparto di Oncologia».       Reparto che ha bisogno di tutor al fianco di Nestory Masalu, al quale la Fondazione Tison e l'Istituto oncologico romagnolo hanno finanziato la borsa di studio. Cinque anni di specializzazione a Forlì hanno fatto di lui il primo e unico oncologo in Tanzania. «L'anno scorso - ricorda il medico parmigiano - l'associazione Tison chiese al Maggiore di partecipare. L'allora direttore Sergio Venturi diede l'assenso». E Franciosi rispose all'appello e mise insieme ferie e permessi, per essere uno dei 14 oncologi italiani che finora (ma il progetto proseguirà per altri due anni) sono stati in missione a Mwanza.
Il Bugando Center
Sei vaccinazioni (contro colera, febbre gialla, epatite A, meningite, poliomielite e tifo, alle quali poi si è aggiunta la profilassi contro la malaria), quattro decolli e 26 ore di viaggio da Bologna a Mwanza, prima di varcare  l'ingresso del Bugando. Difficile da raggiungere dall'Italia, ma ancor più difficile da lasciare per i pazienti: non solo quando la malattia ha l'ultima parola, ma soprattutto quando il portafogli è in secca. Stretta già di suo, la porta di questo palazzone grigio-cemento in stile socialista (800 posti letto per un bacino d'utenza di milioni di persone) diventa una cruna d'ago, con due vigilantes pronti ad alzare le mani su chi provi a  uscire senza pagare.  E oltre la soglia non c'è il Paradiso, ma un digradare di  bidonville verso il lago Vittoria: bambini affamati e nudi che bevono dalle pozzanghere, punti fino alla morte dalle zanzare della malaria. Su mille, 118 non arrivano al quinto compleanno. Chi ci riesce, in media ha una speranza  di arrivare a 50 anni.  Sempre che non s'ammali prima, magari a sei anni, età nella quale diventa obbligatorio sobbarcarsi il costo di ogni terapia. Così, a Emelda, per i venti giorni di ricovero, è stato presentato un conto di 150 dollari (e il reddito medio in Tanzania è di 220 annui). I medici l'hanno curata, i medici  l'hanno dimessa: con una colletta che le ha aperto l'uscita. Soldi ben spesi. «Credevamo non ce la facesse. Non avevamo nemmeno la possibilità di farle una diagnosi precisa. Che gioia è stata invece vederla andar via con il padre. Be', a essere sinceri - sorride Franciosi - è la stessa gioia che ho avuto la fortuna di provare già a Parma».
Le corsia della povertà
S'era preparato a una situazione difficile, l'oncologo: ma la realtà  è andata oltre. «Non m'aspettavo fino a questi livelli: sia dal punto di vista sociale che sanitario». In Tanzania la prima causa di morte è la malaria, seguita da Aids e tubercolosi. Il cancro viene al quarto posto. «I tipi che ho visto - spiega l'oncologo - sono in gran parte legati a virus, come quello dell'epatite, e linfomi. Il tumore più frequente nella donna è alla cervice uterina. Tanti sono i bambini che s'ammalano». Per questo, Franciosi ha lavorato a stretto contatto con i pediatri del Bambin Gesù, soprattutto con Alessandro Jenker.      Due le «corsie» di Oncologia al Bugando.  Una da dieci letti e una da otto: «gironi» di promiscuità. «Maschi e femmine, bambini e adulti. Tutti insieme». Con le madri dei piccoli pazienti stese a dormire sul pavimento con gli altri figli. Ridotti gli spazi per la degenza, scarsi gli strumenti. Non c'è Tac né Pet. «Ci si arrangia con le radiografie e le ecografie. E  con le mani». Mani che cercano, fino a quando alla domanda «Ubaia?»  il paziente risponde che sì, il dolore è proprio in quel punto. Mani che devono guadagnare fiducia, perché «in Tanzania c'è molto ritegno nel mostrare il proprio corpo». Fatta la diagnosi, mancano le medicine. «Ti rendi conto di quanto siamo fortunati con la nostra assistenza sanitaria - ricorda Franciosi -. Noi somministriamo terapie che costano tremila euro al mese per dare brevi speranze di vita. Laggiù, invece, non ci sono i farmaci necessari per curare i linfomi». Eppure, tanta miseria cura dai mali dell'abbondanza, il flagello del mondo obeso. «Un'esperienza così aiuta ad accorgersi del valore delle cose di tutti i giorni, insegna a relativizzare i bisogni e a capire che le cose importanti sono lo stare bene, gli affetti quotidiani, l'amicizia.  Io non vedevo l'ora di riabbracciare la mia famiglia. A Parma sono tornato più sereno, ma pronto a ripartire l'anno prossimo, se possibile». Per un lontanissimo ospedale di frontiera. Anzi, oltre.
 

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