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24 anni di lavoro per gli Amici della Sierra Leone

24 anni di lavoro per gli Amici della Sierra Leone
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 Margherita Portelli

C’è un luogo in cui diamante significa sciagura e i sogni hanno forma di officine. 
C’è un’Africa misera e sofferente - prodigio di natura in cui le piogge semestrali fanno esplodere di verde l’intero paesaggio -, che, raccontata, non trova benevolenza nelle parole: «In Sierra Leone non c’è niente. Niente». 
Adriano Cugini, presidente dell’associazione parmigiana «Amici della Sierra Leone», eppure, lo sa bene che laggiù, pur mancando ancora tutto, molte cose in più ci sono. Chi è andato con lui in uno dei suoi viaggi «Come and see» (vieni e osserva), volti a prendere atto di quanto realizzato con i fondi raccolti e a programmare gli interventi futuri, certamente non ha trovato il mercatino indigeno nel quale fare incetta di esotici souvenir, ma magari ha scorto i mattoni in fila di una scuola che sarà. Là mancano le strade asfaltate, non c’è la corrente elettrica, le ferrovie cadono a pezzi, un pozzo è una rara benedizione per i villaggi, e la lavagna della scuola è all’ombra di un albero di mango. Il turismo è inesistente, e degli stridenti contrasti tra lusso e povertà che si trovano in altri stati dell’Africa centrale, qui, non c’è traccia. Solo miseria. Di quella vera. Di quella nera.
«Le case sono capanne di terra, c’è denutrizione, mancano gli ospedali e non c’è il lavoro, in molti villaggi si vive di agricoltura di sussistenza e i servizi come scuola e assistenza sanitaria mancano completamente» - racconta Cugini, che circa un mese fa ha fatto ritorno dallo stato africano. 
C’era andato la prima volta oltre quarant’anni fa, durante il servizio civile. Da tre anni presiede la onlus, e se gli si chiede conto del cambiamento che ha investito la Sierra Leone in questa manciata di decenni, dice: «Rispetto agli anni Settanta, la situazione è peggiorata». 
Il regresso scalza il progresso, in questo angolo di continente nero martoriato per dieci anni dalla guerra civile che dalla Liberia ha travolto tutto il Paese. Il luccichio che acceca: quello dei diamanti e dei bambini soldato. 
«Da qualche anno, però, c’è un governo eletto, pace e stabilità: ora si stanno iniziando a fare dei piccoli passi avanti - racconta -, perlomeno quello che si fa a livello di associazioni e volontariato non va distrutto, come spesso è capitato in passato».
Dal penultimo posto della classifica dell’Onu che indicizza lo sviluppo umano dei Paesi del mondo, la Sierra Leone, dopo la fine della guerra, ha già guadagnato qualche posizione, e il lento miglioramento è frutto soprattutto dei progetti che vengono portati avanti dalle associazioni di volontariato: «I risultati dell’impegno de «Gli amici della Sierra Leone» li ritroviamo nei numeri di quanto realizzato in questi ventiquattro anni: 150 aule scolastiche, 80 pozzi, 1400 adozioni scolastiche annuali, 75 borse di studio finanziate, sempre annualmente - spiega Cugini -. Tra gli ultimi progetti che abbiamo portato avanti c’è un villaggio artigianale a Lunsar, con falegnameria, carpenteria metallica, officina meccanica e reparto di muratura, che rappresenta uno sbocco per quei ragazzi che frequentano la scuola professionale e che, grazie alle nostre borse di studio, stanno per diventare operai specializzati». 
Ora che a Lunsar, dopo la pausa dovuta alla lunga guerra civile, le miniere di ferro hanno ripreso a funzionare, la manodopera è richiesta e alcuni ex studenti vengono  assunti. «Nel villaggio di Mafonti abbiamo inaugurato un nuovo magazzino di riso, e a Makeni gli uffici di una grossa scuola secondaria che stiamo costruendo - continua Cugini -. A Majabama abbiamo posato la prima pietra di un nuova fase del progetto “Adotta un villaggio”. Viste le grandi carenze e le necessità della zona, ci è stato proposto il finanziamento di un progetto completo per dotare il villaggio e l’area dei servizi minimi indispensabili: scuola, pozzo, magazzino. Un altro progetto al quale stiamo lavorando molto è quello della prima università nel Nord Sierra Leone, il nostro contributo, che in passato ha permesso la ristrutturazione di alcuni edifici e la fornitura dei computer, è ora incentrato sull’istituzione di borse di studio per studenti bisognosi».
In Sierra Leone, come in molti altri Paesi africani, il tempo non ha voce, perché al futuro non si guarda, e la quotidianità lo si scopre giorno per giorno come affrontarla: magari nelle città c’è chi commercia riso o manioca, ma i più vivono dei frutti del proprio raccolto, nei villaggi che si sviluppano in prossimità di strade polverose, o tra paludi e tratti di savana, dove se va bene i tetti sono di lamiera arrugginita, altrimenti di paglia. 
Al viaggio dell’associazione «Gli Amici della Sierra Leone», oltre al presidente, hanno partecipato anche Mario Valla, dell’Opera Pia, monsignor James Schianchi, di Rinascita Cristiana, Marta Busi, della Dallara Engineering, Luigi Benassi, ginecologo, e Domenico Dato, chirurgo. Chi come il professor Benassi per la prima volta posava gli occhi su quella realtà, pur avendo già visitato diversi Paesi del mondo di cui molti in Africa, ha avuto l’impressione di una ripresa lenta, non visibile: «La guerra è finita ormai da dieci anni, ma la situazione è ancora molto difficile - racconta il medico -. A livello di assistenza sanitaria ci sono realtà spesso disastrose». 
Si muore che ancora non si cammina, e tante mamme se ne vanno dando alla luce i loro bambini. Crescere, e veder crescere, è un privilegio: ecco perché il tempo non conta, e perché il domani non assilla . «Quando la gente si ammala, poi, non ha i soldi per curarsi, le strutture pubbliche sono fatiscenti. Il mio ruolo è stato proprio quello di rilevare le carenze, insieme al dottor Dato, ed ora ci stiamo impegnando per poter risolvere i problemi più urgenti, come ad esempio quello legato alle apparecchiature e agli impianti per la sterilizzazione della sala operatoria dell’ospedale di Makeni» - aggiunge Benassi.
Qualcosa si muove, allora. Lentamente, come quella terra chiede. Ci si rialza piano, da terra, dopo un ruzzolone. I missionari tendono la mano: tra i quaderni e il cielo lapislazzulo si infila un soffitto, il riso si conserva e l’acqua affiora. E l’avvenire ancora non ha forma né colore, ma il domani, forse, si avvicina. 
 

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