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Aulla, il ristorante della speranza targato Parma

Aulla, il ristorante della speranza targato Parma
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 dal nostro inviato
Roberto Longoni

E' tempo di partire dalla vecchia stazione di Aulla. Qui, in una sala d'attesa vuota, è sorto il caposaldo di chi non attende, ma si rimbocca le maniche. Qui, dove spuntano erbacce dalla massicciata e tra i binari arrugginiti e da anni non sale né scende più nessuno, s'è fermato l'interregionale della solidarietà. A trainarlo, una locomotiva fumante di pastasciutte e cappelletti, bolliti e polpettoni: la cucina da campo della Protezione civile di via del Taglio. Per 18 giorni ha scaldato lo stomaco e il cuore di centinaia di aullesi e volontari: il suo è stato un viaggio dal dolore alla speranza, all'amicizia. Ha valicato la Cisa il mattino dopo la piena della morte, questo convoglio di camion, furgoni e camper, per montare bollitori e fornelli, tendoni, tavole e panche. E la sera sullo sconnesso marciapiedi del primo binario veniva già servita la cena. Nessuno ha annunciato l'arrivo di questo «treno» mai visto nel paese invaso dal fiume. Gli uomini in tuta gialla sono sbarcati nell'inferno del fango che s'è fatto polvere e poi vuoto tra i palazzi spazzati dall'ondata. Sono stati 18 giorni: ma di quelli che sembrano senza fine. Ora, la partenza è una questione comune. Che mescola strette di mano e abbracci, promesse e magoni commossi. Tre ore ci vogliono, per smontare la cucina da campo. E quasi altrettanto dura il saluto di Natalia, una delle rezdore locali che hanno aiutato chi aiutava. Voce squillante, di quelle che riempiono l'intero tendone della mensa, fa due passi in là solo per riapparire poco dopo. Ancora una parola, ancora un arrivederci. Sorride, Claudio Pattini, certo di un altro suo ritorno: «S'è stretto un rapporto incredibile con questa gente. Una collaborazione speciale. Sono nate amicizie che rimarranno». Il responsabile della Protezione civile per il Comune di Parma si carica in spalla l'ennesima tavola e s'avvia verso il furgone. Una collaborazione speciale, a testimoniare come sia «nel momento del bisogno che si dà il meglio di sé» dice Ezio Bevini. Ma c'è meglio e meglio. E c'è pasto e pasto. «Qui non abbiamo solo cercato di sfamare la gente - aggiunge Pattini -. Abbiamo cercato di coccolarla». Così, dopo aver fatto il pieno di pasta e scatolette, patate e cipolle con il kit di prima partenza caricato dai magazzini di Azione solidale a Calerno, ci si è «allargati». Maurizio Lori, uno degli chef di punta di via del Taglio, ora può vantare anche la lonza all'aceto balsamico nel menu della solidarietà. Con patate di contorno. «A quintali ne ha pelate Paola, la moglie dell'assessore al Sociale – sorride Lori -. Certo, ogni giorno si facevano migliaia di panini, ed erano gli stessi aullesi a chiederli, per tornare al più presto a spalare. Ma ci siamo impegnati perché questa gente ritrovasse il sorriso a tavola». Missione compiuta, sembra, da quel che si vede. Al primo piano dell'ex bar della stazione s'apre una finestra. S'affaccia una pensionata. «Venite ancora, tornate anche quando sarà finita». Imer Denti, da sotto, promette: a questo punto si è come di famiglia. La mano con la quale saluta ha tre dita fasciate. S'era tagliato a Parma, ma è stato tra i primi a partire. Bazzecole, sembra dire. E ricorda una giovane madre che da scampata all'alluvione è diventata a sua volta volontaria. «Era uscita dal finestrino dell'auto e s'è salvata solo perché l'hanno tirata sul tetto del baracchino di un benzinaio. Il giorno dopo era con noi in cucina». All'inizio, quando c'era ancora più bisogno, era più difficile. Mancavano acqua ed elettricità. Pioveva, e per tetto c'era solo una stretta pensilina di ghisa abitata dai piccioni. Ogni gesto, ogni oggetto aveva un valore moltiplicato. «E' di quei giorni il mio ricordo più vivo – dice Patrizia Gandolfi, moglie di Denti -. Un'anziana che aveva perso tutto, con i vestiti carichi di fango: il suo sorriso, di fronte a un piatto caldo: chi lo dimentica?». «E' venuto un ottantenne - racconta Mauro Spelarci -. La piena gli aveva spazzato via la casa. Gli abbiamo dato un sacchetto di cibo. Lui ha messo da parte una mela, un'arancia, dei cracker e una bottiglietta di minerale. Abbiamo insistito perché tenesse tutto. Ha scosso la testa: “Non ho bisogno solo io”». Solidarietà con gli altri alluvionati. E con gli stessi volontari, come ricorda Stefano Pettenati, tra i primi ad accorrere ad Aulla. «Dovevamo obbligare le persone a mangiare la pasta: chiedevano solo panini, per timore di portarci via troppo tempo» racconta il volontario del Gruppo carabinieri in congedo. Tra una battuta e un saluto, intanto, la cucina viene smantellata e portata ai camion sul piazzale. Fino a un certo punto, un cric idraulico fa da muletto. Ma tocca alle braccia sollevare i pesi  sui cassoni. Tiziano Ferraroni ci mette tutto lo slancio dei suoi diciott'anni. E' il battesimo da «operativo», per lui, che era troppo giovane per l'Aquila. Gli sono bastate poche ore, per capire «quanto, nel nostro piccolo, si sia importanti. Nelle emergenze, si porta soprattutto umanità: con la cucina e la logistica, ci mettiamo anche noi stessi». Un entusiasmo ripagato con la riconoscenza. «Abbiamo un sacco d'inviti a tornare. Quando riusciremo a incontrare tutti?» sorride Andrea Bassi. E la mente va alla freccia per l'uscita d'Aulla sull'Autocisa. Vorrà dire che si faranno tappe, non più puntate dirette sulla via del mare o nei ritorni in coda. Fulvio Tagliavini, invece, con la mente prosegue in giù lungo l'A15, e poi sull'A12, per l'entroterra del Levante ligure: è stato impegnato soprattutto a Borghetto Vara. «E là è ancora peggio». Ci sono stati più morti, il fiume ha colpito il cuore del paese, sfondando al centro. «Quando perdi la casa, il tuo rifugio: è terribile. E pensare che queste tragedie potevano essere evitate». Invece, si deve correre subito dopo, a cercare di scrivere una nuova fine. O diversa rispetto a quella dettata dalla catastrofe. Borghetto è l'ultimo fronte aperto della nostra Protezione civile. Qui resteranno, almeno ancora una settimana, due volontari per turno con le torri faro a illuminare il guado che sostituisce il ponte crollato.  Intanto, si carica un altro pezzo della cucina. Odoardo Vallara, da poco operato a una spalla, è bravo a  nascondere il dolore provocato dallo sforzo. Ricorda i turni ai fornelli e ai tavoli dalle 6 alle 23: quelli sì erano una bella fatica. «Ma la gente, con la sua partecipazione, ci dava la carica. Saremmo andati avanti a oltranza». E invece ora ci si deve fermare. Una maestra fotografa sei bambine davanti a uno dei camion partiti da via del Taglio. Subito dopo, una piccola s'avvicina con una teglia. «Un dolce fatto da mia mamma. Per voi» dice, vinta la timidezza. «Grazie» le rispondono i volontari. «Siamo noi a dirvi grazie» replicano le bambine. 

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  • GENOVEFFA

    15 Novembre @ 13.39

    E' questa l'Italia migliore....in contrapposizione a quella peggiore, quella degli amministratori sia locali che centrali , che per i loro sporchi interessi hanno ridotto i territori così. Come al solito però nessuno è responsabile e chi subisce la disgrazia si rimbocca le maniche. Lo vogliamo capire che la cementificazione illimitata porta catastrofi? vogliamo invertire la rotta o continuare a piangere le vittime e contare i danni?? Ave sudditi!!!

    Rispondi

  • sara

    15 Novembre @ 08.28

    Solo poche parole ma sentite dal cuore......grazie a tutti i volontari perchè è per loro (e nel mio piccolo posso dire di farne parte) se sono ancora orgogliosa di essere italiana!!!

    Rispondi

  • robeerto

    14 Novembre @ 19.19

    A VOI TUTTI EROI INVISIBILI UN GRAZIE DAVVERO ENORME , A VOI TUTTI DOBBIAMO QUALCOSA DAVVERO , SIETE INDISPENSABILI E PREZIOSI !!! GRAZIE ANGELI !!!! COMPLIMENTI !! ROBBY

    Rispondi

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