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Khulna, il bisturi della speranza compie 21 anni

Khulna, il bisturi della speranza compie 21 anni
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 Roberto Longoni

Chi è cresciuto sentendo parlare di Bangladesh: certo che, prima o poi, ci sarebbe andato, con indosso un camice. Chi, in Bangladesh è cresciuto sentendo parlare del «boro doctor», Carmine Del Rossi, il «grande medico» italiano che da ventun anni con le sue équipe di «Operare per» ridà speranza a tanti piccoli nati dalla parte sbagliata della vita. Ormai, è come se un ponte mentale -  di pensieri, ricordi e aspettative - unisse in ogni momento Parma e Khulna, al di là della durata delle missioni. Un ponte da percorrere in entrambe le direzioni.
Così, per il 27enne Alberto Scarpa,  partire per il Bangladesh è stato un po' come tornare in Bangladesh. «E' da quando ho sette anni che ci penso - spiega lo specializzando in Chirurgia pediatrica, figlio di un medico -. Quante volte ho sentito i racconti di queste missioni: mio papà c'è stato per anni con Carmine, che per me è come un secondo padre. Mio cugino anestesista è a sua volta andato a Khulna». A questo punto, mancava solo Alberto, che ora dice di sentire già la mancanza del Bangladesh. «Sono arrivato con un grandissimo entusiasmo, e per un mese e mezzo ho vissuto una full immersion al Santa Maria Sick Assistance Center di Khulna. Ma il vero impatto, l'ho subito al rientro in Italia: ripensando a quei bambini, ho provato la paura di non vedere più qualcuno di loro». Per quanto «preparato», Scarpa ha scoperto una realtà diversa. E ha capito anche qualcosa di più di sé, dei suoi desideri. «Ora sono certo di una cosa in più: voglio dedicarmi alla Chirurgia pediatrica, tutte le mie motivazioni sono confermate».
  Con la scoperta di qualche aspetto in più. «Come il valore della collaborazione con i radiologi» spiega lo specializzando. Simone Cella, medico radiologo, annuisce al suo fianco. Per lui più che per altri, la missione in Bangladesh è stata anche un viaggio nel tempo. «La radiologia laggiù è quella che da noi era 30-40 anni fa». Cella qualcosa se l'è portato dall'Italia - dai liquidi di contrasto ai grembiuli di piombo - appesantendo non poco il bagaglio. Al mattino, il medico radiologo faceva il giro visite con gli altri al Santa Maria e quindi andava in Radiologia, in una struttura vicina. «E al pomeriggio - sorride - ci permettevamo una “botta di tecnologia”, con l'ecografo portatile». Un apparecchio con il quale ha fatto 200 esami (150 le radiografie eseguite da lui). «Certo - prosegue - l'impatto con la realtà potrebbe essere traumatico. Ma l'esperienza dell'équipe è un buon antidoto alle difficoltà».
   Più difficile ancora è a Mimensingh, nella seconda missione avviata da Del Rossi, in un piccolo centro più a nord. «Qui non c'è un meccanismo oliato come a Khulna» spiega Francesca Caravaggi, schermendosi di fronte a chi le ricorda che per la prima volta era lei alla guida della missione («per me siamo tutti insieme»). «Laggiù non c'è una struttura come il Santa Maria, con l'organizzazione di suor Tecla». Eppure, si è riusciti ad affrontare anche patologie complesse, riuscendo a eseguire «una settantina di procedure in 15 giorni - ricorda la chirurga pediatrica -. Tra queste, quelle per un ampliamento vescicale durato 10 ore, sei malformazioni anorettali e la plastica di una neovagina. I bambini visitati sono stati 120 in tutto».
 Altri numeri, rispetto a quelli di Khulna, dove si è arrivati alla 21esima missione. «Quest'anno - racconta l'anestesista Federico Martello - si procedeva in contemporanea a due interventi». E alla fine, in un mese, sono stati 158. Molti dei quali complicati, lunghi. Martello, una lunga esperienza con Emergency (con periodo di volontariato in Sierra Leone e a Misurata, durante l'assedio delle forze di Gheddafi), era alla «prima» in Bangladesh. «Esperienze diverse - ricorda -. Qui si tratta di una missione di chirurgia specializzata, che in vent'anni ha affinato il proprio livello, sia dal punto di vista dei materiale che degli anestetici». Diverso per lui anche il rapporto con la gente, alle prese sì con l'indigenza e la malattia, ma non con la guerra.
    La gente e i suoi sorrisi, la gioia dei bambini (nonostante la povertà, i più felici del mondo, secondo uno studio dell'Onu). Claudia Gatti, in Chirurgia pediatrica al Maggiore dal 2005, ne aveva sentito a lungo parlare. Aspettava solo l'occasione di trovarcisi in mezzo di persona. E' successo quest'anno. «E per me è stato un grande onore: aspettavo la chiamata da Del Rossi - sorride il medico -. Un'esperienza importante, sia dal punto di vista professionale che da quello umano. La gente, i missionari saveriani, le suore: tutti danno qualcosa. E tra i medici e gli infermieri si vive molto il gruppo, rafforzando i rapporti. Era come se ci conoscessimo da sempre anche con  i colleghi non di Parma. Infine, emerge uno spirito che ti permette di vivere con semplicità anche le situazioni più complesse». Utile anche al rientro in Italia, dove si si è specializzati nel fare il contrario. 

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