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"Io missionario in Africa, dove abita Gesù"

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  Antonella Cortese

Nonostante la crisi delle vocazioni della Chiesa cattolica, attualmente Parma vanta la presenza di alcuni giovani missionari che hanno risposto alla chiamata e hanno preso la via dell’Africa o di altre terre lontane e vicine, dove aprire gli occhi al mattino e chiuderli la sera non è cosa scontata, dove ingiustizie, precarietà, malattie e corruzione sono spesso la quotidianità, una parte integrante dell’esistenza. Carlo Salvadori ha 32 anni, e dopo essersi diplomato geometra ha deciso di seguire le orme del fratello maggiore Paolo, oggi sacerdote del Sacro Cuore, frequentando il Seminario di Parma. 
Ma cosa l'ha spinta a lasciare la sua città, la famiglia e gli amici per ricominciare una vita in Africa?  
La vocazione missionaria è sbocciata proprio durante il Seminario, quando ho sentito le testimonianze di amici congolesi sul loro Paese, il Congo appunto, che tra il 1997 e il 2002 ha subito più di quattro milioni di vittime a causa delle guerre nella Regione dei Grandi Laghi. E da noi, intendo in Europa, di questo grande massacro si sa poco o niente.  Il Congo è ricco di giacimenti di oro, diamanti, rame, stagno, cobalto e coltan, minerale con  cui si costruiscono batterie di computer e cellulari, che sistematicamente sono controllati dalle potenze straniere che fomentano guerre e violenza. Ma la mia strada non è stata il Congo, bensì il Camerun per 5 anni, perché è stato il luogo prescelto per la mia missione, dove trascorrerò ulteriori 5 anni. Quella è diventata la mia casa. Ho cominciato imparando la lingua, attraverso la quale ho potuto non solo comunicare con le persone ma anche cogliere le sfumature culturali che mi hanno fatto capire come avvicinarmi a loro e apprezzarne i valori. 
Qual è la sua idea di «missione» e che cosa deve fare un missionario del  2012? 
La mia idea di missione è realizzare il sogno di Gesù Cristo, cioè fare in modo che tutti gli uomini siano fratelli. Attraverso la mia comunità, coinvolgiamo i cristiani del posto nel credere in questo progetto che concretamente significa migliorare le condizioni di vita, imparandone le regole attraverso un cambiamento di mentalità, ad esempio la cura costante dei figli, il rispetto delle donne, la buona gestione dell’economia domestica e pubblica, oltre naturalmente a mettere in piedi delle strutture di pubblica utilità. 
Ha avuto sempre le idee chiare su come muoversi? 
No, anche se pensavo di avercele. Infatti ho commesso alcuni errori. Il primo è stato non dare sufficientemente ascolto a ciò che mi consigliavano gli altri confratelli in loco. Ho presto capito che il missionario-assistenzialista alla lunga non aiuta. Tra l’altro, in un Paese come il Camerun dove la corruzione è diffusa in tutti gli ambiti, dove l’idea di legalità non è sempre chiara, è molto difficile stabilire la semplice regola del rispettare gli accordi e non sfruttare la situazione. Mi spiego con un esempio: una ragazza che si diceva affetta da Aids, malattia endemica in Camerun, veniva aiutata dalla comunità parrocchiale con un contributo economico a sostenere la sua famiglia. Un giorno le abbiamo chiesto di recarsi da una un’altra malata come lei a preparare un liofilizzato molto energetico  e di consegnarle dei soldi. Non l’abbiamo mai più rivista. Il principio è quindi: guadagnati il tuo pane, rendi qualcosa alla comunità a cui appartieni e che ti sostiene e impara a camminare con le tue gambe. Un altro errore dovuto all’inesperienza è stato quello di credere di avere un ruolo preciso, un po’ come essere il dottore con la cura pronta e dover per forza guarire il paziente. La verità è che siamo tutti pazienti e bisognosi gli uni degli altri. Concretamente, non c’è nessuno di tanto povero che non possa dare il proprio contributo alla società. 
Come organizza la sua attività di missionario? 
Attualmente sono a Douala, la capitale economica del paese, in una parrocchia di periferia dove sono responsabile delle attività giovanili, coadiuvato da 6 ragazzi del posto, oltre a occuparmi con un gruppo di adulti dell’assistenza spirituale dei malati. Generalmente passiamo a trovare gli infermi una volta la settimana, diamo loro la Comunione, li ascoltiamo e confortiamo e personalmente mi sento amato e confortato da loro a mia volta, penso che sia  lì che Cristo risieda. Quando mi rivedranno dopo tanto tempo so che forse mi sgrideranno un po’, ma mi perdoneranno immediatamente quando sapranno che sono stato a casa dai miei cari. 
E il Congo? Ha abbandonato l’idea di andarci? 
No, se Dio vorrà potrà essere una mia meta futura. Per il momento so solo che verrò ordinato prete Saveriano il 22 settembre a Parma alle Missioni Estere in via San Martino 8, e per me è un momento molto importante, poi vedremo dove mi condurrà il Signore oltre al Camerun che mi attende.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • massimo

    29 Agosto @ 12.19

    se gesù è dove la gente soffre allora lo si può trovare anche sull'argine dell'enza

    Rispondi

  • AIR

    29 Agosto @ 10.40

    Lasci stare dio gesu ecc. lei è una grand uomo che mette a disposizione la sua vita per gli altri, e sono persone come lei che vanno ammirate, osannate e rispettate. Se dio fosse in mezzo a noi ,i poveri ,magari bambini senza mai un sorriso ,malati, denutriti e che non sanno neanche cosa vuol dire giocare...ecco se dio o gesù, farebbero in modo che questo non succeda, invece? come sempre ci sarà qualche devoto che dice" è per metterci alla prova"oppure" dio ci protegge" protegge chi?? ma per favore ancora a credere queste cose aprite gli occhi, chi fa del bene o del male e solo l uomo inteso come persona e basta.... per fortuna come il signore dell articolo molti fanno ancora del bene, ma sono persone!

    Rispondi

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