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intervista

Franco Masini: «Io, cardiologo con Emergency»

Medico da quasi 40 anni, racconta la sua sfida e lancia un appello: «Aiutate il centro Salam». L'esperienza professionale e umana vissuta come volontario nella struttura di Khartoum in Sudan

Franco Masini
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Adesso o mai più». Franco Masini, medico cardiologo del nostro Ospedale, a sessant’anni ha lanciato una sfida a se stesso: quella di lasciare Parma, la famiglia e il lavoro per sei mesi e trasferirsi in Sudan, nel centro di cardiochirurgia Salam di Emergency. Una scommessa vinta, una svolta. Persona schiva e timida, Masini parla pubblicamente della sua esperienza perché in questi giorni Emergency ha lanciato una campagna per sostenere il centro Salam in Sudan e l’ambulatorio di Castelvolturno in Italia, presidi sanitari altamente qualificati e completamente gratuiti, bisognosi di aiuto per sopravvivere. «Fino a domani si può mandare un sms o chiamare da rete fissa il numero 45503 per donare due euro da cellulare o 2-5-10 euro da telefono fisso a favore di Emergency in Italia e in Sudan. L’obiettivo è garantire cure gratuite a chi non può averne. I fondi raccolti verranno destinati ai progetti in Sudan, dove acquisteremo nuovi macchinari per il Centro Salam di cardiochirurgia e copriremo 4 mesi di attività, e in Italia, dove li useremo per aprire il nuovo Poliambulatorio di Castel Volturno e finanziarne il primo anno di lavoro».

Qual è il bilancio di questa esperienza?
Lo sintetizzo così: senso di comunità ed efficienza. In reparto si lavora in squadra, senza personalismi, uniti sugli obiettivi da raggiungere. E c’è una grande efficienza, nulla da invidiare alle analoghe strutture dei Paesi occidentali. Emergency ha realizzato un’oasi di buona medicina nel deserto dell’assistenza. Il centro Salam è l’unico di tutta l’Africa a fare cardiochirurgia gratuita.

Perché ha scelto Emergency?
Ne condividevo l’idea cardine: assistenza di qualità garantita a tutti. Ma dall’esterno non avevo messo bene a fuoco un altro fatto fondamentale: l’altissima professionalità dei centri di Emergency. All’ospedale Salam di Khartoum, la mortalità arriva appena al 2%, a trenta giorni dall’intervento: nulla da invidiare ai risultati dei migliori ospedali privati occidentali. E anche dal punto di vista architettonico e funzionale, quell’ospedale è un piccolo grande capolavoro: ha vinto il premio Aga Khan Award for Architecture, è citato sulle riviste di architettura.

Dal punto di vista professionale, cosa le ha dato questa esperienza?
Noi medici occidentali siamo abituati a curare soprattutto cardiopatie ischemiche, cioè persone anziane. Lì invece i pazienti sono quasi tutti bambini e ragazzini. Giovanissimi affetti da malformazioni congenite o gravi malattie reumatiche, con urgenti problemi valvolari. L’età mediia è 16-17 anni. In sei mesi abbiamo operato solo una decina di pazienti sopra i 40 anni. Ci sono molti bambini con malattie congenite, che morirebbero senza l’assistenza del centro Salam: una volta curati, hanno una vita vera davanti. Non è una chirurgia palliativa. Non dai solo un aiuto, restituisci la vita a chi non potrebbe sopravvivere.

Perché ha scelto proprio il Sudan e Khartoum?
E’ l’unico centro cardochirurgico di tutta l’Africa in cui opera gratuitamente un’équipe altamente specializzata. E’ una struttura di eccellenza, di alta tecnologia e quindi di altissima spesa. E’ stato Gino Strada a volerlo: una scelta giusta. Per Emergency rappresenta una svolta. L’associazione è nata nel 2004 per operare in zone di guerra, con ambulatori e chirurghi. Anche a Khartoum c’è un ambulatorio pediatrico in un campo profughi. Un’oasi circondata da un inferno: 300 mila persone accampate in capanne. Emergency ha sempre lavorato così: presidi sanitari efficienti e gratuiti in grado di offrire interventi di emergenza. Il centro Salam di Khartoum rappresenta qualcosa di diverso, perché fa cardiochirurgia gratuita: è giusto che nei Paesi più poveri tutti possano essere curati e salvati, anche se necessitano di terapie costosissime. Si è partiti dal dato di fatto che la valvulopatia reumatica è una malattia fatale e diffusissima: ma per trattarla serve una struttura tecnologicamente avanzata. Il centro Salam è una scommessa vinta. Arrivano pazienti che vengono da Paesi in guerra tra loro e che al Salam convivono senza problemi.

Ma i volontari corrono dei rischi?
C’è un programma regionale che funziona: attorno a uno stesso tavolo, per trovare un accordo, si sono messi Paesi che sono in guerra tra loro e che sono consapevoli dell’importanza del centro. Il Salam è collegato a una rete di Centri pediatrici dislocati in alcuni dei paesi confinanti, dove lo staff di Emergency provvede anche allo screening cardiochirurgico dei pazienti da operare a Khartoum e al loro successivo trattamento post operatorio. Finora sono stati operati pazienti provenienti da 25 paesi diversi.. Uno degli obiettivi del progetto è favorire i rapporti dei Paesi coinvolti attraverso la reciproca collaborazione in campo sanitario in una regione segnata da decenni di conflitti. Anche per questa ragione, il Centro di cardiochirurgia si chiama Salam, "pace".

Com’è stato l’impatto con Khartoum?
Ero molto curioso. Dell’Africa conoscevo i Paesi mediorientali, Egitto, Marocco, non ero mai stato nell’Africa vera. E’ una città africana, senza il centro, con 12 milioni di abitanti. Un grande mercato, tanti quartieri che cambiano continuamente. Ma passate le prime settimane, in cui finito il lavoro in Ospedale cercavo di andare a scoprire la città, poi si stava dentro.

Com’è una giornata tipo?
Alle 8 c’è la riunione in cui si discutono i casi del giorno, una mezz’ora circa. Poi cominci a lavorare: c’è chi va in sala operatoria e chi in ambulatorio, chi in reparto. E quando finisci, finisci: non si guarda l’orologio. A due minuti dall’ospedale, c’è uno stupendo giardino di manghi e attorno un residence con circa 50 stanze: il personale viene alloggiato lì. C’è anche una caffetteria, mangiamo tutti assieme.

Ha conosciuto Gino Strada?
Certo, Gino viveva con noi. Condivide tutto. Lui ha una sua abitazione, dove invita spesso a cena i colleghi. Non si risparmia, opera tutto il giorno. C’è uno staff di medici di medicina generale locali, che parlano inglese e le lingue del territorio, facendo da interpreti tra pazienti e cardiologi, cardiochirurghi e anestesisti occidentali. Con loro si parla inglese. Il personale è internazionale. Ci sono 130 cleaner che puliscono dappertutto e in maniera continua. L’ospedale brilla per la pulizia. Gino vive al Salam e quando viene in Italia,lo fa per promuovere i progetti di Emergency.

Un ricordo particolare di quei giorni.
Penso ai pazienti, così giovani. In reparto si respira un bel clima, sono tutti ragazzi e bambini che portano la loro infanzia con la voglia di giocare, il bisogno di affetto, la vitalità. Molti, anche ragazzine, vengono operati, tornano a casa nelle stesse condizioni di vita di prima dell’intervento e si riammalano. Alcuni tornano al Salam con le stesse infezioni valvolari. Arrivano in condizioni disperate. Ne ricordo uno, avrà avuto tredici anni. E’ arrivato in autobus dopo cinque o sei ore di viaggio. Non respirava, era in edema polmonare. Prima di operarlo sono stati necessari quattro mesi di cure, l’abbiamo sempre tenuto nella guest house. Nessuno della famiglia veniva a riprenderselo. Poi è arrivata la sorella. L’abbiamo salvato. E vogliamo andare avanti: serve un piccolo aiuto da tutti.

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