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Fra i bimbi malati di Haiti: miracoli anche all'inferno

Giorgio Benaglia, pediatra in pensione, racconta la sua esperienza in ospedale. Un mese in prima linea al «Saint Damien» nella capitale, con la Fondazione Rava

Fra i bimbi malati di Haiti: miracoli anche all'inferno

Giorgio Benaglia

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Bare di cartone allineate sul pavimento della cappella dell'ospedale Saint Damien di Haiti. Ogni mattina almeno quattro o cinque funerali. Bimbi morti in ospedale o adulti portati lì perché le famiglie non hanno i soldi per le esequie. E' una delle immagini più forti del racconto di Giorgio Benaglia, pediatra in pensione che dal 2 agosto al 3 settembre ha lavorato all'ospedale Saint Damien di Port-au-Prince, capitale di Haiti. Un ospedale pediatrico con più di 200 posti letto, in cui ogni giorno ha affrontato curato bambini magrissimi e fragili. Ha visto bimbi con malattie gravi, bimbi disabili abbandonati per strada, altri con infezioni legate all'Aids. Ma un'altra cosa l'ha colpito: «Il sorriso delle persone, la dignità con cui affrontano i problemi e la loro fiducia nei medici».

Benaglia accetta di raccontare un'esperienza che, dice, lo ha arricchito molto sul piano personale e gli ha fatto rivivere problematiche affrontate solo in Africa (per esempio, è stato in Mali nel 1985, in Somalia nel 1992, in Ruanda nel 1994). Giorgio Benaglia, 67 anni, si è laureato nel 1973 a Parma, dove ha lavorato per 25 anni, per poi diventare primario a Guastalla, fino al 2008. E' stato anche sindaco del Paese della Bassa reggiana. Ma ad Haiti era “solo” il pediatra in pensione tornato in prima linea grazie alla Fondazione Francesca Rava (con la quale l'anno scorso ha partecipato alla missione Mare Nostrum in soccorso ai migranti).

Emergenze quotidiane

L'ospedale Saint Damien, spiega, «è un'isola felice, un ospedale quasi del tutto gratuito. Rende disponibile un'assistenza sanitaria di livello elevato per il Paese più povero del continente americano». Sono tanti gli aneddoti che Benaglia può raccontare, non senza emozione: ognuno fa sobbalzare il cuore. E' il caso di Giorgia, che pesava un chilo e mezzo alla nascita, dopo sole 28 settimane di gravidanza. Dopo 40 minuti di massaggio cardiaco senza successo, i medici hanno dovuto sospendere. «Dopo 20 minuti ha mosso un braccio, come se volesse chiamarci e l'abbiamo recuperata. L'ho battezzata portandola in terapia intensiva... Quando sono tornato in Italia dopo 15 giorni era ancora viva. Si fanno miracoli con i mezzi che ci sono». Mezzi (farmaci e materiali) non abbondanti: «I container spesso rimangono fermi nei porti; gli aiuti arrivano anche per via aerea, portati dai volontari in valigie extra».

Dolore e momenti di gioia

Benaglia è rimasto particolarmente colpito dai funerali celebrati nella cappella dell'ospedale da padre Rick, un religioso arrivato dagli Stati Uniti. «Tutte le mattine dice messa alle 7 e si celebrano sempre 4 o 5 funerali di persone povere - spiega Benaglia -. Padre Rick attraversa l'ospedale con canti religiosi e i corpi, caricati su un camioncino, vengono raccolti per essere sepolti o cremati. Cominciare la giornata così e poi lavorare in ospedale ti dà il senso della vita e della morte, molto vicine. Un pugno nello stomaco che ti dà grande carica».

Fra tante situazioni drammatiche non mancano aneddoti felici, assicura Benaglia, che ricorda un bimbo disabile abbandonato e “adottato” da medici e infermieri. «Altra cosa molto bella è vedere rifiorire, con i controlli a distanza di 6 mesi o un anno, bambini che erano poco più di un chilo».

Medici protetti con le armi

Dici Haiti e pensi al devastante terremoto del 2010. Ma il quadro è ben più grave e Benaglia non lo nasconde: «Fuori dall'ospedale la vita è difficile. Vivevo in un residence distante circa due chilometri: non ho mai fatto la strada a piedi perché la sicurezza ad Haiti è un grosso problema. Ci sono quartieri in cui non si può andare, come Cité Soleil. Nel residence c'è un ambiente internazionale: un ingegnere irlandese, due fisioterapiste francesi, un'ostetrica italiana. Si fanno amicizie interessanti però si è un po' reclusi in questi compound, che hanno la vigilanza armata».

E' stato triste tornare, ma il dottore porta con sé la gioia di aver condiviso un'esperienza con tanti colleghi. Esperienza che non è per tutti: «Bisogna prepararsi al clima difficile ed essere in buona salute. E' da raccomandare ai medici che si lamentano di lavorare in ospedale qui da noi».

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