CALCIO

Sacchi cede allo stress e lascia le giovanili azzurre

Nel 2001 per lo stesso motivo lasciò la panchina del Parma

Arrigo Sacchi

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In attesa di conoscere il nome del nuovo presidente federale, la Figc perde un altro pezzo. Dopo le dimissioni di Abete e Prandelli, lascia il proprio posto a via Allegri anche Arrigo Sacchi, dal 2010 coordinatore tecnico delle nazionali giovanili. Dopo quattro anni a supervisionare il lavoro delle rappresentative azzurre (dall’U21 all’U16), l’ex ct ha deciso di non rinnovare il proprio contratto. «Con dispiacere lascio un incarico cui tengo molto, ma ho un avversario terribile che sono riuscito a governare per 22-23 anni, alla fine però sta vincendo lui, ed è lo stress», che già ai tempi del Parma lo aveva portato a fare un passo indietro.
Meglio quindi a 68 anni concentrare le proprie energie sulla famiglia. «Non sono più un giovanotto, il mio recupero è più lento. E poi non sono stato un bravo padre, ho trascurato le mie figlia, e non voglio fare lo stesso con la nipotina nata da poco». Insomma, via i panni del tecnico, largo a quelli da nonno, che non rinuncia a dispensare qualche consiglio prezioso per le nuove generazioni, in campo e fuori. «La mia non è un’analisti spietata ma realistica. Il nostro calcio non punta sui giovani per due motivi: i bilanci in rosso, che non consentono pianificazione a lungo termine - spiega l’ex tecnico - e il nostro calcio difensivo, che punta più su giocatori esperti». Per non parlare dei molti stranieri: «Ne subiamo il fascino, c'è un’invasione. Ne prendiamo in abbondanza, con valutazioni tecniche ed economiche forse eccessive».
In un clima del genere, Sacchi sottolinea che negli ultimi 4 anni si è comunque «lavorato molto, cercando di dare a questi ragazzi una mentalità e una dimensione internazionale. In una nazione che non crede nei giovani dobbiamo ringraziare la Figc per gli sforzi fatti. Ma perchè l’Italia deve essere l’ultima a investire sul ricambio generazionale?». «Io vorrei una calcio più leale, senza violenza e con stadi moderni, non carceri a cielo aperto come sono oggi - la ricetta di Sacchi -. Non siamo così male come hanno detto gli ultimi due Mondiali, ma dobbiamo aggiornarci». Allo stato attuale, «era frutto dell’amore pensare che l’Italia potesse vincere in Brasile. Sarebbe stato un miracolo - l’opinione dell’ex ct azzurro -. Anni fa sono stato in Costa Rica a tenere un seminario, oggi forse dovremmo chiamare un loro tecnico a tenere lezioni da noi...».
Per Sacchi, quindi, «è il caso di rivedere qualcosa. Abbiamo dirigenti che pensano più al loro potere che al bene del sistema. Un pò di autocritica per tutti non può che fare bene - sottolinea -. Quando leggo questo o quello devono prendere per mano la Nazionale mi viene da ridere. Oggi il calcio sempre più collettivo, ha vinto la Germania senza stelle, i supercampioni sono andati a casa». «Noi possiamo crescere solo se smettiamo di piangere. L’Italia ha esportato cultura per 1500 anni - conclude Sacchi -, ma dobbiamo dimenticare furbizia, scorciatoie, compromessi, altrimenti siamo out. Spero che il nostro Paese riesca a risorgere». Nel 2001, sempre per motivi analoghi,  lasciò la panchina del Parma: al suo posto fu chiamato Ulivieri. I nervi ressero solo 20 giorni e tre partite (due pareggi e una vittoria). Il 2 febbraio annunciò "non posso più andare avanti». La domenica prima aveva avuto un malore a Verona, dove i gialloblù avevano vinto 2-0. «Pensavo che i due anni di inattività mi avessero ricaricato e di essere pronto per andare in panchina: evidentemente non è così» fu il suo addio dando le dimissioni. E con le dimissioni, nel dicembre 2005, terminò anche la sua esperienza di direttore dell’area tecnica del Real Madrid: «mi manca la famiglia» spiegò. 

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  • patti

    01 Agosto @ 11.55

    Davide@: et t'si alser te!

    Rispondi

  • killer

    01 Agosto @ 08.11

    Patti mez zi pesa vaco ca' !!!!

    Rispondi

  • patti

    30 Luglio @ 20.41

    .......sicuramente è vero, perchè Sacchi è una delle poche persone serie nell'ambiente calcistico. Però farebbe bene a non dirlo, a non parlare di stress, fosse solo per rispetto di quegli operai che lavorano in fabbrica per otto ore al giorno e che riescono a malapena a pagare un mutuo e a sfamare i propri figli. Il buon senso non guasta mai, eppure.....

    Rispondi

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