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Woody Allen: "Faccio i film per non annoiarmi"

Prossimo al traguardo degli 80 anni, il regista di New York presenta fuori gara "Irrational man"

Woody Allen: "Faccio i film per non annoiarmi"

Woody Allen tra Emma Stone e Parker Posey

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E' un mondo sin troppo dilaniato dall'incertezza (arriveremo sani e salvi alla pensione? Riusciremo a trovare un idraulico di sabato?), ma per fortuna ci sono ancora dei punti fermi: che ne so, il fatto ad esempio che i francesi, nonostante si mettano d'impegno, non riescono mai a fare un buon caffè o che Messi, se parte in velocità, devi stenderlo per fermarlo. E, naturalmente, che mister Woody Allen non sbaglia un film. Che in fondo è quello che ha sempre voluto fare: «La vita reale è troppo noiosa, non solo la vostra, ma anche la mia: fare cinema per me è una fantastica distrazione». Un po' come stare ai festival senza l'angoscia della gara: «Il pubblico è così emozionato, la gente è come impazzita: da quando sono qui non faccio che incontrare persone che parlano solo di film. E' come partecipare a una convention di avvocati o medici, solo più divertente».
Pronto a tagliare il traguardo degli 80 (anni), l'intramontabile regista newyorchese, non prima di avere scomodato Dostoevskij e Kierkegaard (due vecchi amici di costruttive letture), mette in scena fuori concorso sull'amata Croisette il delitto (im)perfetto, tornando su uno dei suoi territori di caccia preferiti (da «Crimini e misfatti» a «Match point», da «Scoop» a «Sogni e delitti»), il thriller morale. Riflessione colta sui limiti di una filosofia che non riesce realmente a sovvertire o almeno a spiegare, a contatto con la vita vissuta (e il suo soggettivismo), l'ordine delle cose, «Irrational man» parte piano piano, indossando la maschera della commedia sentimentale, raffinata ma già molto vista, per poi però svoltare bruscamente (cogliendo di sorpresa anche lo spettatore) nel vicolo cieco dell'ego e della presunzione, impervia zona d'ombra dove è possibile persino illudersi che anche il peggiore dei crimini possa essere giustificato.
Abe (Joaquin Phoenix, con pancetta), un affascinante docente universitario che ha perso il gusto per la vita, va a letto con una collega e flirta con una studentessa: ma niente sembra più davvero interessarlo. Fino a quando non pensa di potere finalmente essere utile a qualcuno, aiutando una sconosciuta a non perdere i suoi figli. Come? Pianificando di uccidere il giudice che vuole toglierle l'affidamento...
La crisi (creativa e personale) dell'intellettuale, la mancanza di senso, il caso, l'impunità, la giustizia, la colpa, la banalità del male, l'umana debolezza, il libero arbitrio (e la sua vertigine): rivisitati alcuni dei temi portanti del suo cinema, Woody costruisce una commedia nera dove, tra Kant e Sartre (perché «l'inferno sono gli altri», anzi siamo noi...), porta alle estreme conseguenze un provocatorio dibattito morale (può davvero un omicidio rendere il mondo un posto migliore?), chiudendo tra gli applausi con un colpo di scena (e di genio) degno di Hitchcock.
«Il mio film? Parla dell'importanza di credere in qualcosa per poter vivere - ha detto Allen, accompagnato al Festival dalle sue attrici (Emma Stone, l'ultima musa dagli occhioni blu, e Parker Posey) -: il problema è che qualche volta quello in cui crediamo è totalmente irrazionale come nel caso del personaggio di Joaquin Phoenix, ma di sicuro non è più irrazionale di quello che le varie religioni sostengono. Non è irrazionale pensare che se vivi bene la tua vita vai in paradiso e tutto sarà meraviglioso? Quello che sostiene Joaquin Phoenix - ha aggiunto polemicamente - è più pericoloso, ma non è certo più folle della religione ebraica che dice che Mosé ha separato le acque o quella cristiana che sostiene che Gesù abbia camminato sul mare. E alla fine hanno fatto molto più danni le religioni che hanno causato la sofferenza di molti piuttosto che il personaggio di Joaquin che si è concentrato su uno solo. Le religioni invece hanno massacrato milioni di persone».

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