Arte-Cultura

Giulio Signori: «Vi racconto la sua rivoluzione»

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 Giulio Signori, lei ha scritto con Paola Mo «Abbasso Brera, Viva Brera. Una vita contro». Perché «contro»?
«Perché la sua vita è stata così. Ha cominciato a essere “contro” quando è stato costretto – dal suo desiderio di indipendenza e di autonomia – a lasciare la direzione della “Gazzetta dello Sport”. Il direttore amministrativo lo aveva accusato di essere un agente al servizio dell'Urss perché aveva fatto un titolo a quattro colonne per una grande vittoria di Vladimir Kuts. Lui ha sbattuto la porta e se n'è andato. Questo era Brera. Io avrei voluto aggiungere, come sottotitolo, “come si diventa ciò che si è”: mi sembrava perfetta per Giovanni. Ma non era possibile, dato che era già stata usata da Nietzsche per “Ecce homo”. Una frase degna di quel genio che era».

Come ha conosciuto Gianni Brera?
«Un giorno che è venuto nella redazione di “Sport informazione”, l'agenzia dove io lavoravo. Era il '55. Aveva in mano l'originale di un pezzo su Rocky Marciano: l'ultimo che aveva scritto dopo il suo lungo viaggio negli Stati Uniti, quando se n'era andato dalla “Gazzetta”. Doveva dettarlo al “Messaggero” e ha affidato a me l'incarico. Voleva darmi mille lire, che corrispondevano a una mia giornata di lavoro in agenzia: io gli ho detto che mi bastava aver letto per primo quel pezzo e che ero più che compensato da questo».

Poi è diventato quasi un fratello, per lei.
«Abbiamo lavorato tanti anni insieme, ho passato con lui non so quante serate. Non abbiamo mai e poi mai avuto uno screzio, un diverbio: non dico occasioni di litigare. Aveva una grande generosità d'animo, non dimenticherò mai i valori umani che aveva dentro di sé».
 

Quando aveva cominciato a leggerlo?
«Quando era alla Gazzetta dello Sport. Puntualmente, ne ero rimasto affascinato: per la sua capacità di portare nuove idee attorno allo sport. I suoi pezzi non erano il solito “compitino” degli altri: avevano qualcosa di diverso, di nuovo. Anche se non aveva ancora raggiunto quella felicità di linguaggio, che sarebbe arrivata qualche anno più tardi».
Ma aveva già cominciato la sua rivoluzione nel giornalismo sportivo. La tecnica prima di tutto.
«Certo. Giulî, mi raccomando la tecnica, mi diceva sempre. Qualunque sport, ci ha insegnato, può essere interessante, se descritto con competenza. Offrire in modo piacevole una spiegazione tecnica a fatti che all'osservatore superficiale potevano sfuggire: questo era l'imperativo».

E faceva scrivere i grandi campioni. 
«Altra sua invenzione. Peppin Meazza che scriveva di calcio, Edoardo Mangiarotti di scherma, Learco Guerra e Alfredo Binda di ciclismo, Annibale Frossi di calcio».

Oggi «contro» cosa si batterebbe, il Gioânn?
«Due cose soprattutto: la moviola e quella finta religione inventata di recente che è l'ecologia».

Perché la moviola?
«Semplice, perché esime quelli che una volta erano i critici del calcio dall'interpretare i fatti in senso tecnico, riducendoli ad attribuire l'esito della partita a un errore di un arbitro. E' una cosa assurda, che va contro lo spirito stesso del gioco: il calcio non può fare a meno di avere un giudice con un potere discrezionale inappellabile».

E l'ecologia?
«Perché sfrutta le paure per imporre un punto di vista. Come quando Sant'Ambrogio aveva terrorizzato l'imperatore Teodosio, minacciandolo delle pene infernali più orrende se non avesse abolito le Olimpiadi. La paura è sempre stata sfruttata per assumere un potere. Del resto, Freud lo ha scritto: per un briciolo di sicurezza in più l'uomo è disposto a rinunciare alla sua libertà e ai suoi diritti».

Sarebbe «contro» anche il giornalismo sportivo di oggi?
«Sicuro. Brera ha inventato la critica calcistica. Oggi chi la fa? Nessuno. Tutti restano in superficie».c.r.
 

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