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Maestro di scrittura umorale e geniale

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Guido Conti

Ho avuto la fortuna di conoscere Ubaldo Bertoli negli ultimi anni della sua lunga vita. Mi ricordo una volta che venne a casa dei miei per mangiare la minestra in brodo, anche se a tavola continuava a dire che le cipolle di Tropea erano il massimo. Poi guardava la faccia di mio padre e ne restava affascinato. «E’ una faccia che merita una scultura!» diceva.
Era arrivato con un suo autoritratto sottobraccio dove la dedica diceva «Ai genitori dello scrittore Guido Conti, perché non mi trovino troppo schifoso!». E aveva riso delle sue parole, con la solita autoironia che nascondeva sempre un’amarezza esistenziale profonda. Il giorno dopo l’avevo incontrato in Vespa, mentre attraversava la strada. Mi ero fermato per salutarlo e lui, alzando il braccio, m’aveva insultato mandandomi a quel paese, reo di avergli detto male parole dietro la schiena. Le malelingue della città e i veleni che serpeggiano mefitici nella petite capitale, avevano colpito ancora una volta nel segno. Il giorno dopo lo andai a trovare e dopo avermi mandato a quel paese mi offrì un caffè. Chi non ha mai litigato con Ubaldo, vittima dei suoi umori, dei suoi ricordi, dei suoi tormenti che spesso lo facevano fuggire da se stesso?
Andavo spesso da lui. Quando entravo in casa sua mi accoglieva sempre la moglie Gianna con la figlia Claudia. «E’ di là!» e con un segno della mano Gianna mi diceva che dovevo stare attento, che non sapeva come avrebbe reagito alla mia presenza, che erano giorni turbolenti, che lei non poteva più di sopportarlo. Gianna è stata una grande amica, era una grande lettrice e aveva scritto un libriccino di poesie importante, testimone e compagna silenziosa di Ubaldo, il quale, in salotto, con il telecomando in mano, ipnotizzato dalla televisione, stava sempre seduto davanti al tavolo ricoperto da un panno verde, come se dovesse giocarci ogni volta la partita della sua vita. Un panno sporco di pastelli ad olio, dove di notte, prigioniero dei suoi sogni e dei suoi incubi del periodo resistenziale che non lo facevano dormire, disegnava dando forma e vita ai suoi fantasmi. Quando entravo non mi salutava nemmeno ma poi si capiva che gli faceva piacere.
Di fianco a lui ho imparato a leggere Hemingway, di cui era un appassionato lettore. «Senti il ritmo» e mi leggeva alcune pagine di «Addio alle armi»: «E’ una scrittura che cammina! Hemingway scrive ma non sta mai fermo. E’ uno che scrive correndo!». Leggeva un pezzo poi si buttava indietro, appoggiato allo schienale della sedia e guardava davanti a sé, come a godere di quelle righe appena lette, tirando una boccata di fumo! «Capisci cosa vuol dire scrivere? Alla fine di ogni frase quest’uomo potrebbe spararsi un colpo in testa! E poi quel finale, quel finale dove il suo amore disperato, abbandonata alla morte, diventa una statua!».
Un’altra volta, più burbero del solito, mi aveva accolto continuando a ignorarmi, guardando la televisione. Aveva alzato il volume anche contro la volontà della moglie Gianna che lo aveva sgridato. Non so se volesse mettermi alla prova. Poi era saltato su con le sue sentenze: «Questa città mi fa schifo! Non la amo più. Ci sono dei politici mediocri, sempre più mediocri, e vedrai negli anni a venire. Sono stanco di vivere, capisci? Questa città non è più bella come una volta!».
Era rassegnato, intristito. Poi si era alzato e aveva preso un libro dalla sua piccola biblioteca. «Ecco, questo te lo regalo! L’ho riletto stanotte. La storia de ''Il signor Lancaster'' è meravigliosa. Christopher Isherwood è un grande scrittore» e mi lesse l’inizio di «Ritorno all’inferno». «Vedi come è potente aprire un racconto in questo modo?».
Ubaldo era vittima dei suoi tormenti e dei suoi fantasmi, ma soprattutto era ossessionato da sé, dal proprio volto, dalla propria faccia. Un enigma per sé, che cercava d’indagare disegnando. Disegnava soprattutto di notte, disegnava vignette satiriche, ricordo di un mondo e di una Parma che sapeva ridere. Disegnava l’amico Mattioli, alto e filiforme, prendendolo in giro per il suo albero solitario. Ne aveva fatto anche un libro. In verità Ubaldo riconosceva in Mattioli il grande artista e lo invidiava, lui, pittore notturno. Per questo odiava le facce serie dei politici. «Questa città non sa più ridere di sé! E questo è un dramma. Faranno solo disastri».
Credo che Ubaldo mi abbia insegnato molto sullo scrivere, sulla passione che divora ogni frase, ogni pagina ben scritta. Chi ha il dovere di conservare la sua memoria dovrebbe sapere che Ubaldo odiava le raccolte complete, funeree tombe editoriali per gli scaffali di casa, nuovi avelli per chi non legge e vuol far sfoggio di cultura.
Ubaldo va fatto leggere alle nuove generazioni, nelle scuole, perché «La Quarantasettesima» e i racconti sulla Resistenza sono  capolavori narrativi non solo come testimonianza di quel periodo. Ma bisogna fare piccole pubblicazioni, magari una ogni anno, centellinando i racconti, raccogliendo il meglio, raggruppando i racconti dei personaggi parmigiani, galleria incredibile di caratteri e di figure che raccontano una città sepolta da tempo. E poi le interviste, le cronache memorabili, gli incontri, i racconti non resistenziali. Piccoli libri da leggere con la certezza che questo sarebbe l’unico modo per rendere omaggio seriamente a uno scrittore che ha lasciato una traccia indelebile non solo nella memoria di chi scrive.

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